"Il Manifesto" - 03 Febbraio 2001
Sant'Anna, una strage di Stato
12 agosto 1944, a Sant'Anna di Stazzema il primo eccidio nazifascista contro civili inermi. Ma la verità ancora non affiora
RAFFAELE PALUMBO -


La ricerca della verità per capire cosa accadde a Sant'Anna di Stazzema nella giornata del 12 agosto 1944 dura da 56 anni nel corso dei quali si sono alternati inchieste individuali, tentativi di ricerca dei responsabili, condanne passate sotto silenzio, disinteresse di tutte le forze politiche. Ma, oggi, chi ricorda la strage di Sant'Anna di Stazzema? Chi ne conserva la memoria, chi sa quanti morti ci furono, come furono uccisi e perché? E chi saprebbe dire chi fu il responsabile di quella strage? A lungo si è creduto che fosse il maggiore Walter Reder, comandante del XVI battaglione delle SS, il condottiero della "marcia della morte" che portò i Nazisti da un capo all'altro della valle padana, lungo la linea gotica fino a Marzabotto e ai suoi 1836 morti. Era il 1 ottobre del 1944. Kesserling aveva già emanato il suo editto per incitare le truppe a combattere la resistenza "con qualsiasi mezzo". Eppure a comandare la strage di Sant'Anna non fu Reder.
All'alba del 12 agosto del 1944, quattro colonne di truppe delle SS composte da 500 uomini si apprestarono a svolgere un'azione militare nella Valdicastello, alla cui sommità c'è Sant'Anna di Stazzema. Tre colonne raggiunsero il paese, la quarta si dispose per bloccarne l'accesso. L'operazione fu lunghissima, dalle 7 di mattina alle 16; quasi dieci ore in cui nazisti e fascisti si dedicarono in maniera scientifica all'eccidio. Le prime tre colonne, composte da tedeschi e da italiani, distrussero, bruciarono e uccisero tutto ciò che incontrarono a Sant'Anna e nei borghi sottostanti. Fino al rogo finale, nella piazzetta principale del paese. Il numero delle vittime, frutto di un calcolo approssimativo, fu di 560 morti tra uomini, donne, anziani, bambini dai 15 anni ai 15 giorni di vita.
Nel paese c'erano un migliaio di persone. La popolazione di Sant'Anna era praticamente raddoppiata per la presenza degli sfollati dalla Versilia. E poi Sant'Anna si era costruita il mito di paese inespugnabile, di luogo in cui i tedeschi non arrivavano e in cui la resistenza era un fenomeno diffuso tra tutti, anche tra chi non poteva combattere. Sulle montagne serravezzine e stazzemese la resistenza passiva fu fortissima.
E infatti a scappare, all'arrivo dei tedeschi furono solo gli uomini, temendo un rastrellamento simile a quello del 30 luglio, quando quattro SS furono uccise dai partigiani. Gli altri, quelli che rimasero, non immaginavano che quella di Sant'Anna sarebbe stata la prima strage compiuta contro civili inermi. Come ha scritto Manlio Cancogni, "a mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate. (...) I tedeschi a Sant'Anna condussero più di 140 esseri umani strappati dalle case, sulla piazza della chiesa. Li ammassarono contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto. Quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere la paura nei loro occhi. Il massacro richiese meno di un minuto".
Le storie raccontate dei pochi sopravvissuti sono impressionanti. Raccontano di una ferocia raccapricciante, di persone ammassate nelle stalle cui veniva poi dato fuoco, del rogo collettivo nella piazza alimentato con le panche della chiesa, con la paglia e i materassi strappati dalle case. Raccontano del parroco, don Innocenzo Lazzeri, anche lui sfollato dalla Versilia, a cui fu detto di scappare e che, invece, non scappò e quando capì cosa stava accadendo uscì sul sagrato della chiesa gridando incredulo con un bambino morto tra le mani. Fu freddato con due colpi alla testa. Raccontano di bambini di pochi mesi strappati dalle braccia delle madri per essere scaraventati nella scarpata più vicina, di bambini fucilati a freddo, ritrovati con il cranio fracassato dal calcio dei fucili o violati con un bastone nell'ano.
"Molti di questi fatti - racconta lo storico Michele Battini - erano impensabili senza la presenza degli italiani: SS italiane, repubblichini, mercenari, irregolari. Inoltre dalla ritirata del 4 giugno del '44 iniziò la sindrome da incattivimento dei nazi-fascisti comandati in quella zona da Simons, il vero responsabile di molti episodi del genere".
Tra gli italiani presenti c'erano anche alcuni uomini della zona costretti a portare le munizioni ai nazi-fascisti. Alcuni di questi furono uccisi alla fine della giornata, durante la discesa a valle, altri 47 furono trovati morti qualche giorno dopo a San Terenzio. "La strage di Sant'Anna - ha sostenuto Giorgio Bocca - fa emergere il ruolo importante avuto dai collaborazionisti. In questo caso, in particolare, dei fascisti toscani che si ritiravano ormai senza speranze coprivano la ritirata dei tedeschi".
Un mese dopo, gli americani catturarono un soldato tedesco dalla cui testimonianza si apprese che la strage fu organizzata e gestita dal II Battaglione - al cui comando c'era l'austriaco Anthon Galler - del XXXV reggimento della XVI divisione delle SS comandata da Max Von Simons.
La scoperta del nome di Galler - poi rifugiatosi nella Spagna di Franco, residente in una cittadina della Costa Brava e morto nel 1993 - si deve alla giornalista tedesca Christiane Kohl e risale ormai a due anni fa. Perché Galler non è mai stato cercato, rintracciato e processato? E perché nessuno cerca Albert Ekkerard, addetto allo stato maggiore della XVI divisione SS, che è ancora vivo e che all'epoca, come responsabile dell'ufficio informativo della divisione di Simon scrisse e inviò a Berlino il rapporto sulla strage di Sant'Anna, classificando l'azione come un'iniziativa contro i ribelli che aveva portato all'uccisione di oltre 400 nemici? E perché non è mai stata fatta chiarezza sugli italiani che parteciparono all'eccidio? Era gente del posto, "si trattava anche di gente conosciuta - racconta Enio Mancini, il direttore del Museo della Resistenza di Sant'Anna - indispensabile per un'azione del genere".
Pochi giorni fa, la Commissione giustizia della Camera ha votato - dopo una lunga battaglia portata avanti da Rosanna Moroni - per istituire un'inchiesta conoscitiva sulle stragi del "biennio fatale", 1943-45. Verranno ascoltati il vice presidente del Consiglio della magistratura militare, il procuratore generale militare e il procuratore generale di Verona. Ha votato contro l'indagine conoscitiva, un onorevole di Forza Italia. Motivazione: la legislatura sta per finire quindi è meglio rimandare tutto. "E poi - dice l'onorevole - bisognerebbe occuparsi anche delle 'altre' vittime".
Questa tardiva iniziativa del parlamento arriva proprio in concomitanza con il Giorno della memoria ed insieme ad altre iniziative locali. Come quella della Regione toscana che sta lavorando ad una mappa delle stragi di quel biennio e che costarono la vita, solo in Toscana, a 4.500 vittime civili nel corso di 280 eccidi. Un'unica richiesta, insomma, aprire "l'armadio della vergogna", quello trovato nel 1994 - durante il processo Priebke - con le ante rivolte contro il muro. All'interno, 695 fascicoli riguardanti 15mila vittime dei nazi-fascisti. Tutte le stragi nazi-fasciste tranne Marzabotto e le Fosse ardeatine. La timbratura sui fascicoli, risalente al 1960, porta la dicitura "archiviazione provvisoria". Il fascicolo su Sant'Anna di Stazzema contiene le testimonianze raccolte dai carabinieri nel 1946. L'esistenza dell'"armadio della vergogna" diventa di dominio pubblico nel 1996, proprio dopo un'inchiesta giornalistica di Giustolisi. Da allora il Consiglio della magistratura militare apre un'inchiesta che termina nel 1999. Ma chi impedì la spedizione dei fascicoli alle procure di competenza? De Gasperi, Andreotti, Pacciardi? E soprattutto, perché?
La risposta a queste domande sta probabilmente in un altro fatto, anche questo divenuto noto ai più in queste settimane: i diecimila morti di Cefalonia. Soldati italiani che presidiavano l'isola greca e che furono massacrati dai tedeschi dopo l'8 settembre del 1943. Qui l'eccidio fu voluto da Hubert Lanz, comandante dell'armata tedesca nell'Epiro. Anche quei morti a 57 anni di distanza non hanno ottenuto giustizia. Ma cosa c'entra Cefalonia con Sant'Anna? C'entra perché oggi sappiamo - anche grazie ad un carteggio tra gli ex ministri Gaetano Martino e Paolo Emilio Taviani - che esisteva la precisa volontà politica di non tirare fuori vecchie storie che avrebbero potuto avere l'effetto di criminalizzare il nuovo alleato, a tutto vantaggio dei comunisti. I politici di allora ammettono oggi di aver occultato fatti gravi (come Cefalonia) per ragion di stato. Quando Reder venne condannato nel 1951 finì per diventare una sorta di capro espiatorio. La pietra tombale fu calata e rimasero pochi fatti a tenere desta la memoria: Marzabotto, Boves, le Fosse Ardeatine. La situazione e gli equilibri politici richiedevano dunque il silenzio per la pacificazione nazionale e internazionale. Oggi il clima potrebbe essere mutato e pagine di storia lasciate in bianco potrebbero essere scritte.