L'IPOTESI NONVIOLENTA
Forse siamo un pò ambiziosi, ma vogliamo cambiare il mondo.
E vogliamo farlo con la gente che c'è, perchè non ce n'è altra.
D'altra parte, anche noi, prima di arrivare a capire,
e ad accettare la nonviolenza, pensavamo che non
ci fosse nulla da fare o che solo una rivoluzione violenta potesse cambiare le cose.
C'è voluta una rilettura spregiudicata e distaccata della storia universale,
dell'ovest e dell'est, l'analisi delle cause dei fallimenti
del liberalismo, del capitalismo, della democrazia
formale, del socialismo reale, tutti basati su una o più
forme di violenza, per comprendere che la strada
è un'altra e che la strada c'è: la nonviolenza.
Le persone serie parlano sempre di realismo, e
col realismo oggi, il realismo domani andiamo rapidamente verso la catastrofe.
Le crisi dei due massimi sistemi crescono e stanno per sommarsi; la crisi
economica non resta indietro; la crisi politica e interstatale si adegua allo sfascio; il disastro ecologico
bussa insistente alle porte. Inquinamenti materiali,
sociali, religiosi, morali infestano l'aria. Uomini,
piante, animali boccheggiano e lottano come possono per la sopravvivenza. Massacri, torture, esodi
in massa, genocidi si alternano a repressioni, rivoluzioni, involuzioni. Paesi interi in rivolta. Altri sotto
il tallone di ferro di un despota, di un invasore, di
una polizia onnipotente. La violenza è l'arma degli
uni, la giustificazione degli altri. Non c'è via di uscita, salvo la dolce follia della nonviolenza.
Ma è follia? Ed è poi cosi dolce?
Se è follia, noi siamo lieti di essere pazzi di nonviolenza. Se è dolce, non si spiega come mai,
dopo anni di beffe e di persecuzioni, siamo ancora al nostro
posto — qualcuno è anche in galera — e continuiamo
a batterci contro ogni forma di ingiustizia, di non
verità (satyagraha è aderenza alla verità, ricordate?),
di violenza dell'uomo sull'uomo e su ogni cosa creata.
TRANSIZIONE DAL PACIFISMO
ALLA NONVIOLENZA
Negli ultimi decenni, il passaggio dal pacifismo di
carattere personale, di origine spirituale, filosofica o
morale, avente come fondamentale nemico e unico
punto, di riferimento il militarismo e la guerra — alla
nonviolenza — di carattere socio-politico o socio-religioso, avente come fine minimo il contenimento,
massimo il dissolvimento di ogni forma di violenza, a
partire dall'uomo per arrivare ai sistemi, senza nulla
togliere ai contenuti del pacifismo, bensì aggiungendo ad esso e latitudine e carica rivoluzionaria,
ha segnato un capovolgimento nella prassi, una revisione
nelle strutture, un cambio della guardia nelle responsabilità, un rinnovamento nei temi, una crisi spesso
drammatica di crescenza. Ma è uscita allo scoperto,
spezzando le torri d'avorio, smascherando e denunciando duramente la congiura di silenzio.
Le nuove generazioni premono per portare i principi e le intuizioni nonviolente a confronto con i
problemi concreti dei paesi e delle situazioni in cui
operano, in vista di un dialogo o di uno scontro con
le classi e i partiti egemoni, e con le masse endemicamente ribelli ma eternamente senza potere.
E quando il nonviolento cerca il dialogo o il confronto, è
proprio chi credeva alla debolezza intrinseca di una
nonviolenza arrendevole e all'acqua di rose che riconosce di averla sottovalutata.
Il nonviolento, invece abituato al rispetto dell'uomo, non cade di solito nell'errore di sottovalutare chicchessia.
C'è però, tra i nonviolenti, il rischio di due estremi,
ancora oggi: o restare legato al vecchio antimilitarismo, pur adottando tecniche nuove in ambiti più
vasti, o allargare troppo il proprio impegno, diluendo la carica in una serie di battaglie su troppi fronti.
Riconosciuta ormai la complementarietà dei due
grossi fenomeni, della ingiustizia sociale e del militarismo che ne deriva per mantenerla, è dovere dei
nonviolenti dividersi i compiti e stimolare in ogni
campo le forze che possono portare avanti specifiche battaglie. Per questo si va cercando da anni
una sorta di strategia globale in cui si possano inserire entrambi i filoni, appoggiando movimenti e
gruppi che fronteggiano o che sono sensibili all'uno
o all'altro, per offrire una alternativa alla società
attuale. Ben vengano quindi politici, economisti,
sindacalisti, nonché emarginati, sottoccupati, disoccupati in una ricerca continua e concomitante di
tale alternativa, con mezzi nonviolenti.
Sulle base dell'esperienza e del contatto diretto
con la gente, i problemi, le cose; la storia, la cronaca;
i partiti, i gruppi, gli isolati.
Senza tema di sporcarsi le mani, o la coscienza, o
di contravvenire a qualche principio o dogma o dottrina o teoria o ideologia.
Senza pregiudiziali di qualsivoglia natura.
Lavorare, cercare, sbatterci il grugno, ricominciare,
adattandosi in alcuni casi, tenendo duro in altri:
il tutto in vista di quella benedetta alternativa senza
la quale questo sporco mondo resterà com'è.
E' in fondo una transizione, quella in atto, dalla
testimonianza al lavoro politico, svolto il più delle
volte al di fuori delle sedi tradizionali e forse, proprio
per questo, veramente politico.
E' un passaggio dalla teoria alla pratica realizzazione, una traduzione di sacri testi in sacre azioni umane e popolari.
Anche se si comincia da soli o in quattro gatti, ma con tale spirito.
Un trapasso dal dire al fare, un fare carico di contenuti, e di amore, di tolleranza,
di resistenza alla violenza, di progressivo allontanamento dal male — che
non consiste nella trasgressione di qualche decalogo
moralistico, bensì nel deviare ogni giorno dalle leggi
scritte e non scritte di giustizia.
Un rovesciamento della strategia: partire dal basso
cioè anziché dall'alto, dalle piccole cose anziché
dalle grandi e impossibili, dai fatti anziché dai libri,
per arrivare se possibile alle grandi. Certamente realizzando cammin facendo qualcosa di solido e concreto.
Questa scelta moderna, dovuta a una irreversibile linea di tendenza, va coinvolgendo progressivamente
vecchi e nuovi nonviolenti che vogliono incidere nel sociale, che sono deteminati a fare sentire
la propria voce al mondo politico che non li vuol
sentire, alle Chiese chiuse o rivolte al passato, ai
belligeranti, ai sottomessi, ai vinti per mancanza di
visione. Scelta e linea politica di impegno quotidiano
a qualsiasi livello, in ogni luogo e circostanza, dovunque sia possibile dare un senso alla presenza nonviolenta:
in casa, a scuola, nel servizio civile o in carcere per obiettori sociali o totali.
Insomma: presenza politica dei nonviolenti in un
mondo che, pur nella corsa suicida verso l'autoannientamento non può fare a meno di registrarne la significativa
presenza, salvo in alcuni casi a sollecitarla
per salvare il salvabile.
COS'È LA NONVIOLENZA
E' la fantasia al servizio dell'amore.
E' la forza dell'amore al servizio dell'uomo.
E' l'uomo al servizio dell'uomo.
E' la vita che si oppone alla morte.
E' coraggio contro timore, amicizia contro livore,
serena determinazione contro violenta passione devastatrice.
Equilibrio contro vaneggiamento, contro fanatismo, contro settarismo.
Levatrice che estrae viva la speranza dal corpo violentato dell'umanità.
Fiducia nella capacità naturale della persona di
esprimersi compiutamente fuori dalle pastoie delle
istituzioni.
E' il potere restituito alla gente, liberamente, senza nulla chiedere quale contropartita.
E' la ricerca dell'uomo vero sotto la corazza dell'uomo-automa.
E' la proposta di un modus vivendi in cui i beni
della Natura siano beni di tutti, non beni di pochi,
cioè mali di tutti.
E' la nozione che scienza e cultura sono fatti per
tutti o nessuno, che arte e fruizione del bello non sono appannaggio di élites, che feste e riposo e lavoro
spettano a turno ad ognuno che vive.
La Nonviolenza è un viaggio nel futuro, cominciato oggi e qui, nel momento stesso in cui scopro la
mia e l'altrui umanità.
La Nonviolenza è un'occasione straordinaria offerta all'uomo per dimostrare che non è
irrimediabilmente perduto. (Aggiunga qui ognuno ciò che per
lui o per lei è un valore).
Chi la professa in buona fede crede in cuor suo
che l'uomo può e deve dimostrare di essere degno
di camminare eretto. (Come puoi camminare eretto
se hai pensieri contorti e interessi che curvano la coscienza?)
La Nonviolenza è un vestito nuovo, destinato
a divenire tutt'uno con la tua pelle e la tua eternamente sveglia sensibilità, la cui trama è finemente
intrecciata con l'ordito: l'una, il satyagraha, coi
mille fili della verità rispettata ad ogni costo, l'altro
l'ahimsa, con gli inamovibili fili legati al subbio del
non nuocere.
Il tutto nel rispetto della vita degli altri, delle cose,
della Natura, ma senza cedimenti: se esiste una cosa
che si può chiamare amore fermo questo è la nonviolenza, perchè nasce si estrinseca e resta malgrado
tutto, nel privato e nel sociale, nel riconoscimento
nella persecuzione nell'ingratitudine.
Il Comandamento del nonviolento è:
Rispetta il prossimo tuo come te stesso.
Ciò è possibile nella misura in cui rispetti te stesso, ed è
un traguardo — quello di rispettare se stessi e gli altri - a cui tutti dobbiamo arrivare
se la nonviolenza deve tradursi in realtà e se da essa deve iniziare la trasformazione di individuo e società.
Ma per rispettare se stessi bisogna scavare a fondo dentro,
scoprire valori e non valori, sviluppare gli uni e superare gli altri —e poi cercare nel prossimo i valori che
è tanto difficile scoprile, riconoscere, accettare.
Ma tutto questo è possibile, come è possibile amare
il prossimo come se stessi, da cui il suddetto comandamento discende ed è parafrasi (Mat. 22.39; Lev.
19.18). Quando hai scoperto che tu hai diritto di
vivere e sei degno di vivere, di amare e di essere
amato, non puoi disconoscere tale diritto al prossimo,
e marciando su questa strada impari la pietà, il rispetto, l'amore, la tolleranza, la stima, la collaborazione,
e scavi dietro gli strati apposti alla vera personalità del prossimo e abbatti con lui i muri di
separazione fra voi e puoi portarlo nel tuo campo
a lavorare la terra della nonviolenza.
Da quanto sopra deriva:
Rispetta la sua libertà, la sua personalità, la sua
intelligenza, la sua cultura, tradizione, educazione,
forma mentis, volontà, vita.
Collabora con tutta la tua mente, con l'anima,
con la forza, disinteressatamente, alla realizzazione
reciproca della persona umana in una società affrancata dalla violenza di ogni natura.
Il rispetto per l'uomo nasce in ogni caso da un ra-mo dell'albero dell'amore, ma a differenza di altri
rami è scevro di vistosi difetti: è noto infatti che esiste l'amore senza rispetto, l'amore egoistico, quello
possessivo, quello morboso, quello soffocante, quello esclusivo, quello della coppia della patria della
setta della nazione che è spesso causa di odio verso
la non coppia la non patria la non setta la non nazione.
Il rispetto invece è inconcepibile se egoistico e limitativo. Il rispetto è liberatorio, svincolante,
decondizionante: muove a interessarsi del prossimo,
a uscire dal guscio, a rimboccarsi le maniche per gli
altri, ad agire — come l'amore genuino e maiuscolo
— provocando una reazione a catena, positiva, dal
basso, dall'uomo.
Dall'uomo libero, psicologicamente almeno.
La questione del rispetto non si chiude qui.
Se è vero che hai rispetto per il prossimo in quanto lo hai per te stesso, questo deve essere evidente
nei suoi due aspetti: del rispetto per il prossimo devi
dare delle prove, del rispetto verso te stesso pure.
Ad esempio, mantenendo la parola data, restando
coerente a quanto enunci pubblicamente, confermando con i fatti la fedeltà alle tue scelte, pagando di
persona decisioni impopolari o controcorrente il
cui prezzo è alto e le cui conseguenze conosci dal primo momento.
Per imporre rispetto non c'è di meglio che una lucida coerenza.
Anche l'avversario più coriaceo e spregiudicato è disposto a riconoscere che per il fatto
della tua coerenza meriti rispetto.
Altre forme di rispetto possono essere interessanti e meritevoli di analisi, ma per un nonviolento, che
non desidera imporre rispetto se non mediante l'aderenza alla verità (satyagraha) in cui crede, questa
forma basta. C'è solo da augurarsi che il satyagraha
non venga strombazzato ad ogni piè sospinto da chi
pretende dagli altri adesione alla verità, ma venga applicato personalmente e quotidianamente da chi
ci crede.
Il motivo di questa insistenza sul rispetto dell'uomo e sui principi etici che sottendono la nonviolenza
sta nel fatto che troppa storia, cruenta e
depauperante, è stata scritta al di fuori dei valori
più intimi dell'uomo, e la sua forza, notevole per
natura ed esercizio, è stata usata fabbricando cause e
ideali che hanno poco a che vedere con la sua interiorità. Milioni, forse miliardi di creature umane
hanno fatto ed esercitato violenza sotto bandiere
che non rappresentavano i loro più intimi valori, e
quando sono stati fedeli a certe cause, non avrebbero
avuto motivo di esserlo se fossero stati educati alla
libertà di pensiero e di scelta. Quanta vita e quanta
energia sprecata, e quanti valori spenti per sempre,
solo per difendere dei sistemi e dei principi che interessano solo chi disprezza la vita degli altri!
Quale che sia il sistema socio-politico che abbiamo di fronte, non vale la pena abbracciarlo e imbarcarsi
nella sua difesa, anche con tecniche nonviolente, se a monte non ci sono principi nonviolenti di rispetto dell'uomo,
di rispetto della vita in tutte le
sue forme, di rispetto di scelte altrui. Senza rispetto
la vita non è degna di essere vissuta.
ALCUNI ATTEGGIAMENTI NEI CONFRONTI
DELL'UOMO - OGGETTO O SOGGETTO:
Chi cerca nuove strade per un futuro socio-politico diverso, non può fare a meno di porsi di fronte
all'uomo e, chiarendo a se stesso quale sia il proprio
concetto nei suoi riguardi, partendo di lì decide come rapportatisi. Ed a me pare che ogni riformatore,
politico o educatore si ponga grosso modo in una
delle tre posizioni seguenti e agisca di conseguenza.
Allo scrivente è accaduto di passare di fatto dall'una
all'altra per fermarsi all'ultima.
1) L'uomo è una creatura condannata ab origine da
un male incurabile, per una tara congenita, per il
"peccato originale" o altra eredità maledetta. Una
sorta di innatismo psicologico negativo. Tale "vizio
dell'anima" potrà essere riveduto e corretto, mai
totalmente rimosso, con una cura oculata e rara,
avviando l'uomo "colpevole", faticosamente, verso una forma più evoluta di civiltà,
frutto di intelligenti e miracolose alchimie, dono di rivelazioni sacre, di interventi sovrannaturali.
Tale creatura, recuperata in extremis, dovrà tenere conto di lezioni e
ammaestramenti, e adorare i Maestri viventi o storici
che si sono tanto preoccupati della sua salvazione.
In questo filone si inserisce un tipo di nonviolenza
paternalistica che guarda all'uomo con sfiducia e sospetto, ma con tanto amore peloso,
con tanto slancio salvifico e con una somma infinita di orgoglio
spirituale. Un simile atteggiamento protettivo ha in
sé il seme dell'insuccesso in quanto l'uomo, anche il
più sprovveduto, si sente oggetto e non soggetto, un
malato, un diffidato, un pezzente cui si fa l'elemosina di un Verbo in sé perfetto ma scostante negli operatori e nei mezzi.
L'uomo-oggetto di solito reagisce negativamente e recalcitra decisamente. Quanto
poi cede alla sottile forma di condizionamento cui lo
sottopone il sacerdote di una civiltà più buona — che
è stato ordinato da chissà chi — è di fatto una vittima
di un trattamento che tutto sommato gli fa violenza
a livello psicologico. Le poche anime belle in apparenza, verniciate di nonviolenza con uno o più strati,
sentiranno vita natural durante gli scricchiolii della
vernice che tende a staccarsi, delle toppe che i buoni
Maestri hanno cucito sulla loro pelle sporca. La nonviolenza, non coltivata o scoperta nel profondo di
loro, resta, se resta, in superficie e in un momento
qualunque può subire una crisi di rigetto come nei
trapianti biologici.
2) L'Uomo è un essere plasmabile, una specie di "tabula rasa", su cui si può incidere a scelta il bene od
il male; è un pò come il negativo di una foto; una
creatura influenzabile, suscettibile, condizionabile,
senza una propria identità morale d'origine; noi,
i buoni, per virtù superiore (ma a noi chi l'ha trasmessa? da quale pianeta veniamo?), misteriosamente
illuminati (ma comunque illuminati), abbiamo il
compito di incidere sull'uomo-tabula rasa quanto in
essa crediamo sia opportuno incidere per i grandi destini dell'umanità.
Anche questo atteggiamento è sostanzialmente presuntuoso, irrispettoso e sprezzante; usa un metodo
selezionatore per trovare persone adatte e disponibili al messaggio da propinare; appronta la prassi più
adeguata da applicare al soggetto; valuta luoghi e circostanze, soppesa, giudica, indice consulti e cure,
opera. In mancanze di archetipi naturali a cui richiamarlo per farlo essere simile o uguale al modello
(perchè modelli veri non ce n'è), preferisce bombardarlo con ombre di archetipi immaginari
(o con archetipi di altri tempi e luoghi: India, America...),
che nulla hanno a che vedere con la nostra storia e
situazione dove i neo eletti dovranno operare (magari nelle patrie galere) e poi li immette sul terreno
politico. Non è da stupire se questi poveri individui,
per lo più giovani, resistono poco più di una stagione,
magari solo il periodo di leva (in cui si sentono al
centro dell'interesse) e poi spariscono per sempre.
E tutto perchè, sebbene influenzabile e condizionabile, l'uomo non è una tabula rasa. E le incisioni
che vengono in qualche modo praticate nella sua
psiche possono, a rigor di logica, venire cancellate
da altre sovrapposte. Il che avviene regolarmente,
quando il trattamento è eseguito su questa base.
Certo i nonviolenti che guardano all'umanità con
lo spirito qui sopra descritto non sono dei plagiatori, - altri, professionisti del plagio, lo fanno davvero tutti i giorni -
ma il rischio c'è e con la scarsità di
materiale culturale e storico che ci ritroviamo c'è il
pericolo che possiamo plagiare i giovani o i deboli
semplicemente facendo cadere dall'alto le nostre
idee. Non mettendoci cioè a cercare insieme, da
pari a pari, con rispetto, una strada che loro e noi
ignoriamo egualmente. Noi al più conosciamo le
caratteristiche di tale strada e se la troveremo forse
la riconosceremo, però, se ci teniamo troppo in alto,
la troveranno prima loro.
3) L'Uomo ha un fondamento sano, di umanità nonviolenta.
Una civiltà violenta, protesa al dominio dei pochi
sui molti, dell'uomo sulla natura ed i suoi simili;
una serie di sistemi indifferenti ai valori di qualsiasi ordine ma pronti a sbandierarli per raggiungere
finalità di potenza, di distruzione, di dominazione,
di sovvertimento; schiere di individui prominenti nella politica, nell'esercito,
nella scienza, nella tecnica, tutti affascinati dal potere comitale e dal denaro per
il potere; sacerdoti di ogni religione asservita alle
proprie e alle temporali gerarchie: tutti congiurano
all'annullamento di ogni sana, genuina estrinsecazione della vera natura dell'uomo.
I materiali alienanti, di cui ogni categoria usurpatrice dei poteri originali della umana creatura si serve, vanno ad uno ad
uno cercati, isolati, analizzati, neutralizzati per ritrovare l'uomo vero sepolto sotto tutti quei materiali.
Gli strati che ricoprono la sua vera essenza vanno
radiografati con metodo stratigrafico, separati, tolti
uno dopo l'altro, appesi alle finestre degli individui
recuperati perchè i nuovi, che stanno per essere disumanizzati e modellati secondo i desiderata del
potere di turno, vedano in tempo il pericolo e cambino strada.
Anche in questo atteggiamento c'è il rischio di
credersi qualcuno perchè si è cambiato strada prima
di qualcun'altro. Ma è veramente piccolo merito,
che non cambia il livello di chi è arrivato prima in
ordine di tempo. Uno ha scoperto uno strato che
non gli appartiene e ne avverte il compagno di viaggio, e insieme ne scoprono un altro, e si aiutano
a vicenda per ritrovarne un altro ancora fino a che
arrivano quasi in fondo. Allora cominciano a vedere
chiaro in se stessi e negli altri, e gridano a gran voce:
Attenti, tutti sono coalizzati per farci credere peggiori di quanto siamo,
per farci accettare l'irrimediabile perdizione, per farci accettare un intervento straordinario
a cui dovremmo eternamente essere grati -
per farci in sostanza passare da un padrone ad un
altro. Noi non ci stiamo; non stateci neanche voi.
Ecco, a questa creatura sconosciuta che è nel
fondo di ciascuno di noi mi rivolgo, per ritrovarla
insieme, creatura della cui esistenza sono certo dopo
avere visto in guerra, in prigionia, nelle marce antilitariste, nel bisogno, nella sete, nella fame, quando
era dimentica della civiltà da cui proviene e dei suoi
modelli, come si comportava con amore e spontanea
solidarietà. Poi, quando la memoria del suo condizionamento secolare riaffiorava, tornava la squallida,
egoistica, chiusa creatura che fa comodo a tutti coloro che comandano e che hanno bisogno di schiavi
osannanti. Sì, quella creatura antichissima e nuova
dobbiamo ritrovarla noi, prima che sia troppo tardi,
prima che altri poteri, altre religioni, peggiori di queste, parlino di peccato originale e di ribellione
per impedire ogni rivolta sana contro l'appiattimento succube; dobbiamo fare riesplodere la carica immensa di
entusiasmo, di amore, di vitalità, di creatività di cui
l'uomo era capace e sarebbe ancora capace se non lo
si stringesse nella morsa dei bisogni, della produzione, del tasso di sviluppo, della catena di montaggio,
della alienazione e della incomunicabilità...
Ognuno di noi, se rivanga le sue esperienze passate,
non può non avere testimoniato a qualche lampo dioriginalità e di amore travolgente
passare nell'esistenza del compagno di lavoro e di cordata, di prigionia,
di divertimenti e di dolore: proprio quel lampo,
quello, è prova che dietro c'è un mondo sepolto,
che qualcuno ha nascosto, spento. I nonviolenti che
hanno un atteggiamento del terzo tipo, contrari a
verniciare a nuovo gli uomini, contrari ad ammaestrare lodevolmente i secondi, hanno fiducia nella
fondamentale bontà dell'uomo e sanno che non devono cercare lontano per trovare le molle
che lo spingeranno nella direzione giusta quando insieme vorremo costruire una società nuova. Bisogna, oggi e qui,
sdipanare la matassa che avvolge la coscienza dopo
avere trovato il bandolo di ogni individuo. L'essere
ideale che sotto la matassa sonnecchia verrà alla luce
un pò alla volta, alla barba dei sacerdoti abusivi della verità, e si guarderà allo specchio sorpreso di avere
dei valori che brillano e saprà finalmente come deve
fare per somigliare a se stesso. Il modello da seguire
sarà se stesso. Questo atteggiamento, e solo questo,
mi pare corretto, perchè non fa violenza di sorta,
non dice all'uomo a chi deve somigliare, chi seguire,
che fare. Ne cerca l'intima essenza e gliela restituisce.
Non lo lusinga con false attrattive, non lo benedice con falsi incensi sacri, non lo vernicia
per nasconderne i difetti e la ruggine. Gliela toglie e poi gli
dice: d'ora in poi toglila da solo. Solo così l'uomo
collabora con amore alla propria e alla altrui liberazione, mettendo in moto un processo di scelte senza
padrini.
LA NONVIOLENZA POLITICA
Sul piano politico, la Nonviolenza è una disponibilità permanente, una presenza dinamica nella lotta
sociale per la Pace nella Giustizia, nel rispetto della persona.
Questa presenza nonviolenta, permanente e dinamica in ogni strato, in ogni campo, privilegia,
nella società occidentale a strutture capitalistiche, classiste
e repressive, gli oppressi, gli sfruttati, gli emarginati
ma non trascura il compito ancora più arduo di decondizionare con l'esempio, il confronto ed i fatti,
coloro che facendo violenza sono a loro volta vittime
di violenza. Per quanto sia difficile, apparentemente
ambiguo e talvolta disgustante, riuscire talora a comprendere, tollerare, sopportare la violenza bestiale
di creature nate per essere uomini ma condizionate
per essere cieche e brutali, è a volte l'unico modo per
non odiare, per indicare loro un'altra strada, per farli
scendere di qualche gradino dalla scala della violenza.
A volte sono i nostri compagni che non capiscono,
che fraintendono, che non apprezzano, ma si sono
visti risultati positivi, durante marce, dimostrazioni,
proteste, occupazioni simboliche, di questo metodo.
Si è testimoniato personalmente alle crisi, ai rimorsi, alle incertezze di uomini addestrati alla violenza che
una paziente opera di socializzazione nonviolenta
avrebbe potuto recuperare a poco a poco. Salvo in
alcuni casi eccezionali ciò non è stato fatto. Il seme
della presenza nonviolenta è rimasto in superficie,
un caso isolato, emblematico, fine a se stesso. Ma
ciò non significa che sia stato del tutto perduto.
Quello che conta è che la strada sia giusta: altri, migliori, costanti, determinati più
di noi riprenderanno la lotta da dove l'abbiamo interrotta e la porteranno fino in fondo.
La presenza nonviolenta del futuro dovrà estrinsecarsi mediante programmi pratici che non passino
sopra la testa della gente, non elaborati senza la sua partecipazione, incontrollati: la base più il vertice,
in una coralità che non ha assoli, prime donne, leaders. Però, senza fretta infantile,
senza improvvisazioni prepolitiche, senza disprezzare il dono, il carisma,
la genialità di chi, al servizio di tutti lo usi con umiltà,
pagando per primo, ponendosi da parte quando ha
compiuto il suo corso. Escluderlo a priori è suicidio
politico, follia demagogica, colpevole perdita di tempo e di valori —
mentre la violenza dilaga infischiandosi dei nostri scrupoli.
Per quanto riguarda le leggi, la nonviolenza rifugge
dal legalismo e dal ricorso a strumenti coercitivi per
principio, perchè c'è nella natura delle leggi e nella
loro applicazione qualcosa di artificiale, di esterno all'uomo, di violento, di compromissorio,
di conservatore, di vecchio. Poche sono le leggi che difendono l'uomo e la sua libertà.
La maggior parte difendono chi le fa e il potere che le vuole. Ma ce ne sono
alcune che fanno eccezione. Quelle vanno applicate:
chiunque le abbia scritte, se sono giuste devono essere applicate. Il nonviolento deve insistere con tutti
i mezzi nonviolenti che ha perchè ciò avvenga. Altre
leggi sono un momento di passaggio da una ingiusta
ad una che potrà essere giusta. Guai a disinteressarsene perchè non è perfetta: si rischia di tornare a
quella di prima. Le leggi di un certo tipo possono
servire, come la leva, a sollevare un problema, a creare il concorso popolare, a muovere l'opinione pubblica.
E nei Paesi dove esiste una certa costituzione
esiste il modo di proporre leggi dalla base e quello di
abrogarne altre con l'istituto dei referendum.
Invece di strepitare contro le leggi per i motivi
accennati all'inizio, bisogna battersi per cambiarle,
per superarle, per abrogarle, per proporre alternative: il cittadino scontento deve abbandonare
la protesta sterile e imparare a prendersi le proprie responsabilità, a farsi sentire, rispettare, trattare da uomo,
da cittadino qualificato: questa è presenza nonviolenta.
Per quanto riguarda il sistema politico in cui il
nonviolento si ritrova, esso va analizzato alla luce
dei diritti fondamentali dell'uomo, del cittadino,del religioso e posto di fronte alle proprie
responsabilità storiche, culturali, tradizionali. Se leggi e
strutture stridono rispetto a tali diritti e tradizioni,
comprimono o soffocano i bisogni fisici, sociali,
spirituali dell'uomo, la presenza nonviolenta deve
farsi in ogni modo sentire portando a fondo il discorso del satyagraha, costringendo
il potere che gestisce la cosa pubblica a rendere evidenti i motivi che lo
portano ad agire così.
A questo punto è inevitabile che la parte cosciente
e matura di un popolo sa cosa esigere dai suoi governanti, e non è escluso che questi prendano atto della
volontà popolare. E' infine possibile che nella dirigenza scoppino delle contraddizioni e che si creino
le condizioni per cambiare. La verità, anche quella
politica, ha una sua forza, se è messa sotto gli occhi
di tutti e usata con coerenza nonviolenta. Può portare cambiamenti sociali profondi e duraturi.
La rivoluzione armata può uccidere il peccatore non il peccato.
Per eliminare l'ingiustizia ci vuol altro che la morte
dell'ingiusto. La giustizia va cercata dentro di noi;
il suo metro è piuttosto elastico ed ha misure diverse
da persona a persona, da luogo a luogo, da civiltà a
civiltà e così via. Non si può e non si deve stabilire
un canone uguale per tutti, non imporlo, non uccidere o perseguitare chi non ci sta.
Ma non bisogna neppure abusare del fatto che,
essendo tale metro diverso sempre e dovunque, ognuno se ne inventa uno
che gli fa comodo e ne fabbrica uno scomodo per gli
altri. Qui il nonviolento deve fare un terribile sforzo
di comprensione, di informazione, di mediazione
rispettando uomini e culture e tradizioni e sistemi
diversi senza venire a compromessi. Sicuramente
senza proporre strutture coercitive artificiali, al disopra dell'uomo della libertà
della personale responsabilità della scelta consapevole.
Non deve cullarsi nell'illusione di cambiare l'uomo dall'oggi al domani
per avere dopodomani una società migliore; non deve
contribuire al cambiamento forzoso di struttrure per
costringere l'uomo ad adeguarsi ad esse, sperando
che cambi.
La strada della rivoluzione nonviolenta è lenta,
lunga, paziente, attiva, ma senza pie illusioni, come
l'uomo non si cambia dall'oggi al domani per virtù
di uno spirito santo sociale; come non cambierà in
meglio solo per virtù di strutture benedette dal
nuovo regime; così non cambierà in meglio rapidamente per merito di una sacrosanta predicazione nonviolenta.
Solo l'esempio può portare a poco a poco la gente a prendere in considerazione un cambiamento diverso da quello ottenuto con la forza.
In questa strada si inserisce l'attività sociale a livello comunitario nelle città, a partire dai quartieri, le
circoscrizioni, i sindacati, i circoli culturali, le fabbriche, le scuole, le parrocchie, i boy scouts...
su su fino al Comune, la Provincia, la Regione; nelle campagne,
nelle cooperative; nell'economia, nella cultura, nella
politica, nell'arte; dovunque si possa e si riesca a
fare una serrata analisi di ogni realtà, sviscerandola e
rendendola di pubblico dominio, criticandola e proponendo alternative; re-spon-sa-bi-liz-zan-do la gente,
l'individuo il gruppo la comunità; dando l'esempio
di come si prendano in mano le leve operative, anche modeste, e dimostrando perchè non funzionano.
Non è detto che la presenza del nonviolento politico operi straordinari mutamenti nell'ambiente in
cui si inserisce ma alcuni risultati positivi ne deriveranno comunque se è in buona fede: in primo luogo
impara a rimboccarsi le maniche; scopre la portata
e i limiti del proprio essere politico; irrobustisce la
propria fede nella nonviolenza; scopre che condotta
con serena coerenza ha una forza incredibile; gli altri
constateranno che qualcosa si può fare per farsi
rispettare da chi comanda, senza più rappresentare
un gregge soggetto a qualsiasi ordine verticale; non
diventeranno dei leoni per questo e capiranno che
non bisogna esserlo, in quanto è sufficiente essere
uomini, consapevoli e responsabili; la nonviolenza
troverà un sempre maggiore spazio e diritto di cittadinanza, e non sarà citata come una cosa fuori del
mondo. Poi, tutto dipenderà dal prosieguo, dalla costanza, dalle cose che si sanno mettere in piedi.
Questa, della presa di coscienza di ogni individuo chepensa in ogni Paese della terra, è l'unica rivoluzione
possibile, vera, incruenta, vivibile. Poiché tutto è
violenza intorno a noi e molto di essa è in noi, diventare nonviolenti e vivere di conseguenza è una
straordinaria rivoluzione, una incredibile novità,
ricca di frutti positivi a partire da casa tua.
Credo che non esista un sistema nonviolento, come non esiste un metro della giustizia, adatto per tutti e dovunque.
Credo che però a livello di mentalità,
di comportamenti, di atteggiamenti psicologici ci
possa essere un comune denominatore.
Prima di tutto, bisogna essere o tendere ad essere dei nonviolenti. Il resto viene dopo.
Comunque la prima preoccupazione dello scrivente è questa: avere idee chiare
sul come vivere la nonviolenza in prima persona in
ogni momento della vita, rovesciando i termini di
ogni religione positiva che privilegia i rapporti con
Dio per giungere all'uomo, ed eventualmente alla
giustizia: partendo invece dall'uomo, dalla giustizia,
dall'amore, dalla pace, per giungere così a valori
universali.
Ma se è vero che in questo intervento non parlerò
di tecniche nonviolente e di autogestione e di difesa
popolare nonviolenta, cui dedicheranno tempo altri
compagni di viaggio, sento di dovere allargare il
contributo proprio nella sfera del dovere sociale di
chi si professa credente, e, in questo nostro Paese,
cristiano.
VANGELO E NONVIOLENZA
L'Art. 52 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: " La difesa della Patria è sacro dovere dei
cittadini. Il servizio militare è obbligatorio...
Lo spirito delle Forze Armate si informa allo spirito democratico della Repubblica".
Era il 1948. Forse i compilatori, ancora turbati
dalle tragedie della Seconda Guerra Mondiale, non
avevano ritrovato l'à plomb e non vedevano le contraddizioni insite in questo articolo.
Le Patrie, i cui confini sono creati dagli uomini e variati da altri
uomini, impongono doveri a chi confini creati non
ha; il dovere, se c'è, è soggettivo; sacro se si crede
al concetto di sacralità; il servizio militare, se diventa obbligatorio, toglie di sacralità
e di valore alla scelta di obbedienza al dovere; le forze armate non hanno
nulla di democratico: immaginate i soldati che votano gli ufficiali che vogliono, le guerre che vogliono...!
Ma la più grossa contraddizione è quella dei cristiani che accettano l'esistenza dell'Art. 52 e tutto ciò
che significa. Siamo negli Anni '80, ma la confusione
continua nelle menti e nelle coscienze cristiane, che
mentre esaltano a parole la fratellanza in Cristo e la
Patria Celeste, non plus ultra dell'amore e della spiritualità, accettano contemporaneamente una patria
terrena separatrice, un servizio militare tutt'altro che
fraterno, pronti, in nome di un dovere imposto, a uccidere e farsi uccidere, a fare prigionieri, a perdere la
libertà. I principi evangelici che proibiscono ogni violenza, perfino i pensieri di violenza d'ogni genere,
passano in seconda linea e non hanno più alcuna virtù al momento in cui i cristiani accettano di servire
la patria terrena in armi; tacciono per la maggior parte
i cristiani su questo spinoso problema, che non si pongono per non dirsi d'essere fuori strada,
e non prendono neppure in considerazione l'ipotesi di un disarmo totale, della abolizione pura e semplice
del militarismo per rendere la guerra impossibile.
Non si battono contro il dovere patrio che viene gratificato di
aggettivi quali "sacro" "sublime" "supremo" e la
loro coscienza non trema al pensiero di giustificare
tacendo l'omicidio che in guerra diventa virtù, merito
da medaglia al valore. Se il dovere civile-politico di
servire con la violenza la patria precede quello di fedele imitatore di Cristo, che per primo obbedì
al principio irenico fino alla morte sulla croce, allora guardiamo in faccia la verità: o il Vangelo è una bella favola
della domenica, buona per bambini e sognatori, o
noi l'abbiamo stravolto, distorcendone il senso più
profondo; o, come è più probabile, viviamo secondo
un doppio codice, usando l'uno o l'altro secondo le
circostanze.
E mi riferisco soltanto al fenomeno macroscopico e
tangibile della guerra, del militarismo e di tutta la
violenza legalizzata che lo circonda, che prospera nella cultura occidentale di eredità
giudaica e cristiana per mancanza di coerenza rispetto ai principi basilari della propria religione.
Agli ebrei era fatto obbligo, nei Dieci Comandamenti, di "non uccidere" (Esodo 20.13)
e in Levitico 19.18 Mosé trasmetteva fra l'altro un nuovo comandamento: "amerai il prossimo come te stesso".
A prima vista il giudaismo, stretto nella logica del
rispetto della vita e dell'amore del prossimo non avrebbe avuto altra scelta che quella nonviolenta, ma
è ovvio che le interpretazioni degli uomini e i sentieri
della storia fanno altre scelte e tutti sappiamo, anche
dalla sola lettura dell'Antico Testamento, quanto il
cammino del popolo ebraico sia stato costellato di
guerre e di violenza. Salvo rari periodi eccezionali. Su
questo lasciamo a Dio il Giudizio. Resta però il fatto
che l'insegnamento rabbinico e quello delle varie
sette giudaiche — salvo quella degli Esseni — hanno
messo scarsamente in luce il carattere irenico della
rivelazione vetero testamentaria, influendo non poco
su una visione severa e legalistica del monoteismo ebraico.
Ma il cristianesimo non ha attenuanti di sorta.
Gesù era la personificazione stessa dell'amore e della
nonviolenza. Il suo insegnamento era incentrato in essi. Gli apostoli, i primi cristiani, i padri della Chiesa
lo avevano compreso. I credenti rifiutavano di servire
in armi l'imperatore sia per lealtà al proprio re — Gesù — ma soprattutto
per aderenza al suo insegnamento ed al suo esempio.
Vennero sì da parte della maggior parte dei cristiani i compromessi con il potere temporale, le guerre di
religione, le crociate, i roghi, le torture dell'inquisizione (santa), la benedizione delle armi,
i cappellani militari ma il Vangelo è ancora quello e neppure i cristiani guerrafondai hanno potuto cancellarlo.
L'amore nonviolento resta al centro del messaggio
evangelico nel contesto neotestamentario e nei discorsi dal pulpito. La figura del Cristo è inconcepibile al
di fuori della visione dell'amore affratellante. Alla
domanda, ricordate?: "Qual'è i l comandamento primo fra tutti?" Gesù rispose: "ama il Signore Iddio...
Il secondo è questo: ama il tuo prossimo come te
stesso" (Marco 12:28-31; Mat. 22:36-39; Luca 10:25; Rom. 13:9; Gal. 5:14; Giac. 2:8...).
Sullo specifico nonviolento, fin dal Sermone
sul Monte, nelle Beatitudini Gesù così si espresse:
"Beati coloro che si adoperano alla pace" (Mat.
5:9). Tengo a sottolineare che in tutte le traduzioni
non si tratta di gente che si culla nel quieto vivere,
ma di facitori di pace.
E oltre: "Amate i vostri nemici" (Mat. 5:44)
E ancora: "Se uno ti percuote sulla guancia destra,
porgigli anche l'altra" (Mat. 5:39; Luca 6:29; Rom .
12:17,19). Nota: come puoi porgere l'altra guancia
se tremi e fuggi in preda alla paura? E più grave: come puoi amare, perdonare, porgere la guancia in
guerra?
Ma Gesù fece più di porgere la guancia, di non odiare. Impedì la violenza, anche quando si trattò
di fermare la mano di chi voleva difenderlo con la spada (Mat. 26:52), rovesciando la logica della forza e
della gloria. In una sconfitta consapevole e apparente
vinse, secondo l'Apostolo, il mondo, ma l'antica
logica ci acceca e non sappiamo vedere il frutto della
nonviolenza-amore che Cristo offre con l'esempio.
La nostra mano stringe più volentieri una spada
che un aratro o una croce, una penna per stendere
una denuncia che la mano di un avversario. Il profetizzato "Principe della Pace" (Isaia 9:5) è venuto; i
suoi discepoli, Lui vivente o risorto, lo accolsero
come la Pace stessa (Ef. 2.14), ma noi ancora vaghiamo col dubbio in un deserto di violenza
e non riusciamo assolutamente a capire il senso dell'annuncio
angelico. Ma Dio è paziente. La parabola negativa
iniziata con Costantino e Teodosio, che fece del cristianesimo religione di stato, è quasi terminata.
Oggi l'influenza agostiniana del concetto di "guerra giusta"
ha meno peso. La "legittima difesa" di S. Ambrogio
è sottoposta a critica. Gregorio di Tours, papa Vigilio,
Gregorio Magno, Gregorio III, Niccolò I, Urbano II,
Bernardo di Chiaravalle, l'Are, di Magonza, Cristiano, sono un ricordo di cui il cristianesimo non va orgoglioso.
Si rivalutano invece i religiosi, i padri e i papi irenici (Valdo, Francesco, Bruno di Querfui
i movimenti "ereticali calunniati (Pauliciani, Bogomili, Catari, Patari, Valdesi, Hussiti, Mennoniti,
Confratelli, Anabattisti nonviolenti, Fratelli Quaccheri,
Fratelli Boemi, Moravi, Luca di Praga, Huttiti, Darbisti, Sociniani, Servetiani, Dukhobori, Christadelfi,
Tomasiti...)
E ' vero che la maggior parte di questi sono stati
perseguitati, inquisiti, torturati, deportati proprio da
cristiani; altri, ignoti a noi, sono stati cancellati
dalla storia, ma il loro messaggio nonviolento è in
qualche modo giunto fino a noi e rappresenta la continuità storica dell'idea irenica.
Ora non è più tempo di profezie né di miracoli.
L'unico miracolo che l'uomo d'oggi può fare è
trovare dentro di sé i valori che corrispondono all'ideale cristiano di pace e di amore — due facce della
stessa medaglia — e di metterli in circolo.
Si può arrivare alla nonviolenza in molti modi,
ma quando vi si arriva attraverso Cristo non si può
gettare via chi ce l'ha fatta incontrare. Perchè Cristo
è l'Alfa e l'Omega anche nella nonviolenza, Soggetto-Oggetto di amore.
Se il Cristiano si identifica in Lui ne verifica la carica di pace e la trasmette.
Il Cristiano che accetta il concetto di guerra, di militarismo,
di difesa armata è un nonsenso.
Gesù, che amava più i fatti che le parole, è
certamente vicino a chi ama il prossimo, sopporta, tollera, comprende, solleva, sostiene,
lotta perchè la giustizia sia fatta (Giac. 3.18; Is. 32.17) con strumenti
di pace, anche quando non confessa il suo nome.
Cristiani o non cristiani, coloro che cercano nell'uomo il fratello
e adottano con lui mezzi nonviolenti per la trasformazione della società sono sulla
via del Principe della Pace.
Quale che sia l'ambito in cui il nonviolento si
trova o vuole operare, famiglia, scuola, posto di
lavoro, ospedale, casa di salute, casa di rieducazione, stabilimento penale..., ciò che conta è tradurre
la nonviolenza in una cosa quotidiana e palpabile,
in cui la gente possa riconoscere uno strumento per
l'autorealizzazione e la realizzazione di programmi
capaci di trarre il cittadino fuori del cerchio dell'egoismo e della paura: la Nonviolenza è
scuola di coraggio, nel privato, nel pubblico, di fronte al singolo, alla scuola, alle istituzioni.
Davide Melodia
INDICE
Valeria Taradash
La sconfitta della menzogna e della paura
Cannoni e bombe
U.S. Soldier.
Il regno è sulla terra.
Davide Melodia
L'ipotesi nonviolenta
Arte e nonviolenza
Adele Faccio
Una scelta alternativa: la nonviolenza . . .
Valeria Taradash
Davide Melodia
Adele Faccio
LA NONVIOLENZA