Carceri Riforma Fantasma - Introduzione
AVVERTENZA PER IL LETTORE
Le testimonianze, che
costituiscono la parte centrale di questo volume, sono autentiche e
sono state riportate, di norma, integralmente anche se talvolta, per
gravi ragioni di sicurezza nei confronti di chi scrive, si è dovuto
omettere il nome di alcuni personaggi e lo si è sostituito con le
relative sigle. Ciò si è verificato, nel complesso, raramente; in
tutti gli altri casi, i nomi che appaiono per esteso sono autentici,
come sono sempre autentici e reali i fatti denunciati, i tempi e le
località.
Poiché si è sempre cercato di mantenere il più
possibile inalterata la spontaneità dei testi, permangono in alcune
lettere errori di sintassi e di ortografia: essi sono stati
corretti, dai relativi originali, solo nel caso che potessero
pregiudicare la chiarezza del pensiero di chi scrive.
Introduzione
Ogni giorno il Potere, tramite i mass media, radio, televisione,
giornali, informa gli italiani sulle belle cose che ha fatto o
intende fare per i carcerati. Ogni settimana, sui rotocalchi e le
riviste patinate appare qualche inchiesta addomesticata con
splendide fotografie di viali alberati e celle fiorite in un carcere
minorile o femminile modello. Da una parte le opere degli integrati,
dall'altra la crescita esponenziale della criminalità comune e
politica dovuta alla società permissiva e del benessere, di cui
l'uomo della strada, tendenzialmente deviante, approfitta a spese
della comunità troppo tollerante. I buoni da una parte e i cattivi
dall'altra. Il tutto mentre si medita di aggravare le pene, di
stringere i bulloni del sistema, di varare una legge Reale dopo
l'altra.
E la gente, che non è al corrente dei fatti reali e di ciò
che ci sta dietro, ci casca. E il nostro lavoro va a farsi benedire.
Al Potere non importa neppure di essere preso in castagna da noi
della Lega nonviolenta che possiamo dimostrare con documenti
inoppugnabili che, per la maggior parte i reclusi sono vittime delle
sue trappole, che una volta caduti dentro le stesse vengono
stritolati per sempre, che la Riforma del sistema carcerario doveva
passare almeno cinque anni fa, che ora è passata solo sulla carta
ma che neppure nel 2000 potrà essere attuata pienamente perché
manca la volontà politica, il personale, il finanziamento, le
strutture organizzative e edilizie, ecc. ecc. Il Potere se ne
infischia dei nostri appelli perché vengano apportati dei
miglioramenti alla Riforma, e si cominci ad applicarla nelle cose
essenziali.
Al Potere non importa di mandare deluse le speranze che
ha fatto nascere nei reclusi con la Riforma, anzi, manda grida di
sdegno se questi reclamano e qualche volta perdono la testa. Forse
si compiace che perdano la testa e che dei provocatori trasformino
civili proteste in sollevazioni, in rivolte, in forme di vandalismo.
Potrà così dire: l'avevo detto, no? Sono irrecuperabili. Ci vuole
la mano forte, altro che riforme!
E finge di non sapere che noi
riceviamo da tutta Italia centinaia di lettere al giorno dai
detenuti, ora che la censura, e solo quella, è stata tolta, con
agghiaccianti denunce sulla realtà della vita carceraria.
Sono lettere che forniscono a noi la prova dell'abisso che divide
ineluttabilmente il cittadino libero da quello emarginato in galera,
divisione che nessuna riforma, fatta tanto per tacitare l'opinone pubblica, potrà abbattere.
Provatevi a cercare di visitare un detenuto, se non è
definitivo, non è vostro parente, non è ben visto dalle autorità
preposte al carcere: vedrete i rifiuti, i cavilli, le dilazioni, le
menzogne, i trasferimenti improvvisi ..
Interessatevi alle
«commissioni interne» di detenuti previste dalla Riforma: non solo
le commissioni non esistono, ma voi, chiunque siate, non riuscirete
mai a collaborare, anche se ne esistesse una, per controllare il
rancio o il sopravvitto. La gente di fuori non deve sapere, i gruppi
politici non devono vedere, agire, denunciare i furti che si fanno
allo spaccio per il sopravvitto, i buglioli che ancora esistono, i
letti di contenzione che ancora funzionano, l'omosessualità che
dilaga sempre di più, le medicine che vengono imposte ai drogati
che stravolgono per sempre la loro personalità.
Attraverso le porte
del carcere devono passare soltanto quei giornalisti che sono
disposti a indorare la pillola, a parlare delle sante sorelle che
pregano per l'anima delle recluse, dei cappellani, delle assistenti
sociali; costoro sono guidati per mano dal direttore o dalla
direttrice che fa lor o vedere quello che vuole, parlare con chi
vuole, entrare solo nella cella ripulita, riverniciata, conversare
con la detenuta bene addestrata. È uno sporco antico trucco che la
carta patinata rende invisibile. Così il Potere può continuare
indisturbato ad opprimere, a dividere, a emarginare fino al prossimo
scandalo, alla prossima rivolta che qualcuno provocherà ad arte, al
prossimo cadavere che non si è riusciti ad occultare. Come quello
di San Vittore del 18 novembre, che inutilmente la Lega ha cercato
di denunciare sui giornali sotto la sua vera luce di colpevole
negligenza.
«Un paio di settimane fa, durante l’ora d'aria, a San
Vittore, lo avevano stretto al muro, colpito al volto, con un pugno,
accoltellato . . . Si chiamava Giuseppe Reggio, aveva 33 anni . . .
» *
È un altro detenuto che muore, un 18 novembre qualsiasi.
L'opinione pubblica, impreparata al dramma, non si solleva. Una
notizia di cronaca nera. Chiuso. Ma le colpe del sistema in generale
e di quello carcerario in particolare restano e si aggravano, specie
dopo che è passata la Riforma carceraria, i cui principi
fondamentali di rieducazione e risocializzazione del detenuto
dovranno prima o dopo, volenti o nolenti, essere applicati. Perché?
Perché il dramma dei 400.000 carcerati annui è il nostro, il
cancro della criminalità viene dal nostro modus vivendi, la
segregazione punitiva attuale ci restituisce peggiorati al quadrato
tutti i colpevoli e gli innocenti. Non basta nascondere all'opinione
pubblica l'accoltellamento di un detenuto per annullare il suo caso;
non basta tacere sulla violenza fisica e morale che i detenuti
ricevono dal personale o dai compagni, perché questa non esista o
resti inoperante nella società. Le colpe, in questo caso, non sono
poche: primo, si è lasciato che con l'antico trucco del piccolo
crocchio rumoreggiante, si accoltellasse un detenuto (mancanza del
personale? Menefreghismo? Peggio per loro?); secondo, non si è
fatta una seria indagine per scoprire i colpevoli (ora si comincia a
dire che, forse, ci sono dei nomi fra cui...); terzo, non si è
fatta trapelare la notizia in
tempo, impedendo che qualcuno fuori prendesse provvedimenti; quarto,
non si è sollecitamente curato il ferito, lasciando che quindici
giorni dopo il fatto sopravvenisse la morte. Che non dovrà scuotere
nessuno, lasciare tutto come prima. Lasciare che la violenza nella
giungla delle carceri continui in spregio alla Costituzione, alla
Riforma, alle solenni promesse. I carcerati ci scrivono da mesi,
disperati, chiedendo colloqui, invocando la nostra presenza nelle
commissioni interne; denunciano l'inesistenza pratica di queste
commissioni; additano ad uno ad uno tutti i mali del mondo
carcerario. Ma noi non possiamo fare molto, fuorché convegni,
congressi, denunce sui giornali. Un permesso di colloquio si può
avere dopo giorni di anticamera, solo con i «definitivi», a titolo
personale. Ogni interpretazione politica del colloquio va esclusa a
priori... Non si può intervenire, provvedere, ovviare alla violenza
che se non è violenza diretta è comunque colpa per omissione, per
complicità, è violenza per interposta persona. Se io, autorità
preposta al carcere, so che dal 75 al 90 percento dei nuovi venuti
subisce violenza sessuale e non intervengo, vuol dire che mi sta
bene, sia la violenza che la corruzione generale, o sono un debole,
inetto, incapace, indegno di ricoprire una carica di «educatore».
Il testo della denuncia non è stato pubblicato, se la censura in
carcere è in parte stata sollevata, l'autocensura dei giornali
resta.
Dicevamo che le visite alle carceri sono «truccate». Lo
stesso si può dire per l'indagine parlamentare condotta sulle
carceri militari di Gaeta e per l'indagine dei giornalisti a
Peschiera. Noi, da molti anni, siamo informati puntualmente e
fedelmente delle reali condizioni e del trattamento dei detenuti
nelle carceri militari, perché molti fra gli aderenti alla Lega
sono stati obiettori, altri lo sono ancora. Dalla fine della guerra
ad oggi sono migliaia gli OdC che ci sono passati, perseguitati in
ogni modo, isolati, ignorati dai più. Nessuna commissione ha mai
potuto visitarli fino all'autunno del 1975, cioè dopo un ennesimo
digiuno a oltranza dei detenuti politici Ezio Rossato, Dalmazio
Bertulessi, Bachisio Masia e Francesco Galli, confortati
dall'interesse dell'opinione pubblica che il Movimento Nonviolento,
la Lega Obiettori di Coscienza, il Partito Radicale e la Lega dei
Detenuti erano riusciti finalmente a sollevare. La commissione è
stata ricevuta da comandanti ossequienti e tremanti, dopo che le
carceri erano state rimesse a nuovo, certi secondini trasferiti, le
divise cambiate, gli obiettori rassettati... L'opinione pubblica si
è placata. Le leggi e la volontà politica di rinchiudere chi
obietta al sistema restano, con tutti gli strumenti e gli uomini del
re. Il discorso intorno alle carceri è molto difficile. E dè
comunque impopolare. La nostra lotta si prospetta dura, ma qualcosa
comincia a muoversi, sia a livello di base, sia fra personalità
della cultura e della politica, sia e soprattutto nelle carceri,
dove si comincia a capire che anche i detenuti devono collaborare
per una società in cui l'uomo sia amico dell'uomo.
D. M .
* «Il Giorno», 18 novembre 1975.