ARTE E NONVIOLENZA
Fra tutte le attività culturali e sociali dell'Occidente,
l'arte è quella che meno si è interessata alla tematica della nonviolenza.
A parte sporadiche, disorganiche, strumentali
denunce della violenza - condannata sempre nell'avversario, nel cattivo, nell'altro - l'arte ha raramente
approfondito l'analisi delle fonti della violenza o la
ricerca delle sue molteplici forme o la sintesi dei suoi
terribili effetti deformanti. Ed è assolutamente mancata nella ricerca di soluzioni alternative alla violenza,
il che, data la straordinaria natura dell'arte, fatta
precipuamente di intuizione, è un grave fallo, un serio, imperdonabile peccato di omissione e un grave
vuoto per l'umanità. A cui va aggiunto il mancato
apporto del linguaggio affascinante che l'arte si ritrova a possedere, assieme alla forza di penetrazione,
di espressione e di persuasione di cui approfittano
creature che operano con intenti meno nobili e costruttivi della nonviolenza.
Si potrà sostenere che l'artista è distratto, spoliticizzato, neutrale; che è individualista, egoista,
vanitoso; che è preoccupato dal successo, dalla carriera, dal guadagno; che è tirato di qua e di là
da interessi di gruppi economici, industriali, partitici; che
bellezza e verità sono due facce della stessa medaglia
e che ognuno può trarre dall'opera d'arte la lezioneche certamente contiene e che più gli aggrada.
Io sostengo che sono tutte scuse che non reggono
di fronte al senso di responsabilità che ogni cittadino,
membro di una comunità civile deve sviluppare per
essere degno di farne parte, se, come sosteneva Aristotele, l'uomo è un animale politico. In altre parole,
nessuno, neppure l'artista più occupato in forme
d'arte di pura evasione, può sottrarsi alla rete sconfinata di problemi che assillano il mondo,
che chiedono soluzione, che gridano all'intelligenza di impegnarsi a dare una risposta. Non c'è barba di arte che
tenga di fronte a tutto questo. Anche l'arte, sissignore di fronte alle istanze sociali, economiche,
politiche, a loro volta intrecciate con altre di diversa origine, deve rispondere: presente!
Mi metto a disposizione dell'umanità: sulla scena, sulla tela, sul marmo,
sul pentagramma, dovunque sono pronta ad affrontare anche questi temi, fino in fondo. Compresi quelli nonviolenti.
Ma non è detta l'ultima parola. Ci sono fondate
speranze che gli artisti si impegnino a dare delle risposte, secondo la loro ottica, alle varie istanze
sociali e politiche che si affollano intorno a loro come ai
comuni mortali. E' questione di tempo. Anche se
stringe. L'assenza grave dell'arte dall'agone politico,
e segnatamente dalla visione nonviolenta della cosa
sociale non è irrimediabile. Dipende anche da noi,
dai nonviolenti dichiarati che, artisti o non, devono gettarsi con tutto l'entusiasmo e la preparazione possibile,
nell'agone per trascinare l'arte nella propria
orbita, perchè il fantastico linguaggio dell'arte possa
contribuire a sensibilizzare la gente alle questioni di
interesse comune che solo la nonviolenza può avviare a soluzione, con un pizzico di gusto estetico.
E' una prospettiva da studiare, un percorso da seguire fino in fondo, i cui frutti sono sicuramente
brillanti e stimolanti, perchè non esiste realtà espressa
in forma d'arte che non venga illuminata in modo
eccezionale come una torre dai fuochi del bengala.
Non si tratta di cercare una via strumentale di liberazione con la mediazione magica dell'arte, lo
sfruttamento di una dote di natura estetica.
Non è l'indicazione di una forma di evasione, di
relax, si sblocco emotivo, di eliminazione di complessi di varia natura a mezzo danza,
canto, pittura, scultura, recitazione, hobby, a mezzo terapia di gruppo,
autocoscienza, coro, festival, jam session di jazz; non
con l'arte oratoria, non con la satira come tale, non
col dramma, non con la musica tonale o concreta;
non con la poesia strappalagrime, né con quella civile;
non col dolore, le forme, il movimento, i suoni, le
vibrazioni, i messaggi subliminali. Anche. Tutto
questo è bello, è utile, è valido, ma non è l'arte
impegnata nella ricerca nonviolenta. La catarsi tragica
non ha senso se dopo la purificazione c'è il vuoto o il
ritorno al vivere comune, se dopo la commozione e ilfremito trasmessi dal poeta e dall'attore nessuna reale
scoperta dei profondi contenuti della vita e dell'essere umano è venuta in superficie.
Ma se l'arte, libera dagli antichi orpelli, contribuisce
in chi l'esercita e nel fruitore a svelare le verità nascoste, vie nuove
o antiche come il mondo ma universali, a portata di
tutti per rifare il mondo a misura d'uomo (e non l'uomo a misura di catena di montaggio);
se l'arte è alleata della politica, della religione, della cultura, della
nonviolenza nella ricerca della giustizia, della verità,
della pace in una con la catarsi, allora essa è degna
del nome che porta, non è un mezzo per procacciare
un fine diverso da sé e da esso, ma è un mezzo coerente con il fine.
Un'arte di questo tipo, che è insieme espressione
e vita, che è strumento di ricerca e di denuncia,
che è ansia di alternativa e proposta di alternativa,
che è espressione delle angosce dell'uomo e conforto
dell'uomo, che è bisturi per aprire le piaghe purulente della società e balsamo per dare refrigerio; che è
desiderio profondo di liberazione e impegno a fare
piazza pulita di tutto ciò che artatamente blocca la
liberazione; che è ghigliottina di idee sbagliate e
concime di nuovi timidi germogli, essa è un'arte che
non lascia i l tempo che trova, a misura d'uomo, non
imposta dall'alto, non filtrata dal sistema, non coltivata nei giardini proibiti degli uomini del re.
Non strumento di potere, sottile, ineffabile, incantatore, diabolico.
E' un'arte che aiuta l'uomo a ritrovarsi nell'amore
e nell'errore, a guardarsi nello specchio ed a ovviare
alla somma di errori che lo accompagnano nelle vie
che troppi leaders interessati gli hanno tracciato per
intrupparlo nell'ovile prestabilito.
Perchè ciò sia possibile è necessario che i nuovi
artisti non si credano sacerdoti dell'arte, interpreti di
una verità assoluta, ma si pongano al servizio dell'uomo con il magistero dell'arte, che è un'altra
cosa. Quando gli artisti entrano in sintonia con la musica delle cose, col ritmo , col gesto, colla parola, il
pensiero, la forma, il colore, il volume, di solito si
inebriano di tutto ciò e non cercano più e si sentono
al centro del mondo, e pensano di essere unici, divini,
inimitabili, sacri. Mostri sacri. Giunti per primi alla
quintessenza catartica della espressione artistica, paghi del Maya dei sensi e del mondo visibile,
non vanno oltre la barriera dei sensi e senza avventurarsi
nel mondo dell'essenza universale, perdono proprio
nel momento della massima estasi artistica la possibilità di penetrare nel segreto dell'anima universale —
e di conseguenza dell'uomo.
La marcia di avvicinamento alla verità vera dell'uomo, della natura, dell'amore si risolve in un
autocompiacimento di origine umana e mortale, e l'accecante
arcobaleno di cui sono stati testimoni per un istante
si conclude con un appuntamento mancato. Un applauso segna il confine tra l'artista e la gente,
ed entrambi le parti convitate tornano alla propria solitudine ed ignoranza con l'amaro in bocca di un frutto
acerbo, caduto prematuramente. Il dramma esistenziale dell'operatore culturale in chiave estetica
si consuma in questo momento sublime ridotto in cenere
dall'egoismo e dalla vanità, dalla impreparazione e
dalla ignoranza di ciò che veramente si cerca con il
contributo dell'arte: dopo la tempesta l'arcobaleno, dopo l'arcobaleno la banalità quotidiana.
E invece; di là dall'arcobaleno, verso cui bisogna
andare con la fiducia di figli della luce e dell'amore, per rivestirsi dei suoi colori e viverli di ritorno fra
la gente che partecipa a questo sublime dramma in
modo vicario, c'è il mondo inesplorato dell'umanità
dell'uomo, lo spirito dell'uomo e delle cose e del
cosmo e della fonte di ogni cosa; di là dalle sbarre
del finito c'è l'infinito, c'è il non egoismo, c'è la
nonviolenza, c'è la non potenza. Oltre l'arcobaleno
dove si giunge con la virtù dell'arte, come della
religione, della filosofia, della poesia, della estasi
d'amore, cadono i limiti del tuo e del mio, del pubblico e del privato, del paese, della razza, della religione,
dell'ideologia, per dar luogo ad una grande unità
cosmica sovrapersonale, senza leaders e senza gregari,
in cui uomini e donne, tutti, sono liberi ed eguali.
Nel teatro c'è il momento magico in cui il pubblico
manifesta il desiderio di fondersi con l'attore e di vivere il dramma che rappresenta, il ritrovare in
forma simbolica ma sentita la realtà perduta dell'unità spirituale originaria. E tale miracolo avviene,
ingenerato dall'emozione comune che sprigiona una
energia unificante i cui segni visibili sono il riso, il
pianto, l'ira, la catarsi comune.
Guai all'attore che sfrutta tale latente possibilità
in ogni pubblico con mezzi istrionici per convogliarla verso fini bassi o inutili. Anche se non se ne
rende chiaramente conto, egli si assume una grave
responsabilità morale perchè abusa di un mezzo estetico di sicuro effetto
e di una disponibilità psicologica generale che fanno del suo atto un vero e proprio
abuso di potere, un plagio, una violenza appena
appena larvata dalla forma d'arte.
Da tale responsabilità si libera solo con l'umiltà
e la perfetta aderenza ad un'idea o ideale che passi
dal rispetto del pubblico e dal servizio al pubblico,
nella stessa misura in cui può farlo un poeta, un oratore o un sacerdote che offre il suo dono. Ma per
far ciò occorre la partecipazione, il responso del pubblico, il coinvolgimento diretto, la consapevolezza di
fare parte di un dramma collettivo di cui ciascuno e
tutti sono attore e pubblico, sacerdote e congregazione.
Davide Melodia
INDICE
Valeria Taradash
La sconfitta della menzogna e della paura
Cannoni e bombe
U.S. Soldier.
Il regno è sulla terra.,.
Davide Melodia
L'ipotesi nonviolenta
Arte e nonviolenza
Adele Faccio
Una scelta alternativa: la nonviolenza
Valeria Taradash
Davide Melodia
Adele Faccio
La nonviolenza