ATTI DEL CORSO :

"IL POTERE NEL RISPARMIO"

I quaderni del "Seme"
Prefazione di Padre Efrem Tresoldi
15 - 22 - 29 marzo 1994
Cooperativa "Il Seme", via Bonomelli 9 Bergamo - Tel.035/24.28.29

Prefazione

E' ormai fin troppo chiaro che non è più possibile limitarsi ad interventi d'emergenza, di fronte ai sempre più numerosi appelli di solidarietà internazionale a favore di popolazioni e paesi del Sud del Mondo colpiti da carestie ed epidemie, straziati da guerre o interessati dall'esodo di profughi e sfollati. Necessarie ma non più sufficienti sono le raccolte di aiuti umanitari, l'invio di denaro ad agenzie umanitarie e le operazioni di salvataggio di gruppi di bambini e feriti, e via dicendo. Interventi di questo tipo possono servire evidentemente solo a tamponare i disastri e a mitigarne gli effetti negativi.

Inoltre, limitarsi a reagire ad emergenze rimanda ad una concezione occasionale della solidarietà. Solo se interpellati da realtà gravi e contingenti ci si sente mossi in coscienza a fare qualcosa. è necessario, invece, far sì che lo spirito di solidarietà, particolarmente con le popolazioni immiserite del Sud del Mondo - sprofondate a tali livelli di vita disumana soprattutto a causa dell'iniquità del sistema economico-finanziario attuale -, divenga una dimensione ordinaria e permanente della nostra vita.
In secondo luogo, la vera solidarietà con gli ultimi della Terra ci impone di agire in profondità per cercare di risolvere in radice problemi sociali ed economici tanto complessi.

A partire dalla consapevolezza che i comportamenti sociali, le scelte economiche di ciascuno di noi, non sono irrilevanti e ininfluenti nei riguardi del sistema economico mondiale. Al contrario è facilmente dimostrabile come, nella misura in cui non ci si stacca dalle regole imposte dal mercato, passivamente adeguandoci al criterio della massimizzazione del profitto, i comportamenti e le abitudini di ogni singola persona non fanno che contribuire al consolidamento dei meccanismi di sfruttamento che hanno portato alla pauperizzazione della stragrande maggioranza della popolazione del mondo.

La pubblicazione del corso "Il potere nel risparmio", ad esempio, è un utile strumento per poter meglio comprendere l'importanza che ogni individuo deve saper attribuire al modo con cui investe i propri risparmi. Non è più possibile infatti dare una delega in bianco alla banca sull'utilizzo dei soldi che investiamo, anche se si tratta di somme modeste. Così facendo si giunge di fatto ad avallare la logica del sistema bancario che è congegnato in modo tale da arricchire chi è già ricco, togliendo ogni opportunità di miglioramento economico a chi si trova in posizione di svantaggio.
Analogo discorso deve essere sviluppato circa il potere di acquisto esercitato da singoli o da famiglie per ottenere beni di con-sumo, a partire da quelli di prima necessità. è sufficientemente chiaro, anche solo analizzando la composizione dei prezzi, che acquistando prodotti distribuiti dalle grandi catene di commercializzazione - negozi e supermercati -, come si è abitualmente portati a fare, si offrono maggiori vantaggi economici alle grandi aziende e agli intermediari. Mentre in questo modo ad essere penalizzati fortemente sono i lavoratori, contadini ed artigiani, produttori di beni di consumo, che ricevono una retribuzione a dir poco inadeguata del loro lavoro.

Occorre quindi, in linea con lo spirito di solidarietà vera con i poveri, incentivare e sostenere iniziative alternative riguardanti il potere d'acquisto e di risparmio. La rete di distribuzione dei pro-dotti attuata dal commercio Equo e Solidale e dalle numerose botteghe del Terzo Mondo e l'istituzione delle Mag (Mutue di Autogestione) - cooperative atte a raccogliere e investire risorse finanzia-rie per sostenere il commercio alternativo - sono modi concreti per contribuire efficacemente ad un'inversione di tendenza rispetto al modello economico- commerciale- finanziario basato su regole e meccanismi che giocano tutto a favore del Nord del Mondo.
Se vogliamo essere, però, ancor più radicali nell'impegno di solidarietà, dobbiamo spingerci oltre e giungere a modificare il nostro stile di vita. Sempre nella prospettiva mirante ad un cambia-mento reale della attuali strutture economiche, dovremo adottare una politica economica volta a ridurre i nostri consumi e optare volontariamente per un tipo di vita più sobrio ed austero.

E' l'invito che il Papa ha espresso in maniera inequivocabile nel messaggio, tra i più piccanti del suo pontificato circa la giustizia sociale, per la giornata della pace del 1993.
"Per promuovere il benessere sociale, culturale, spirituale ed anche economico di ogni membro della società, è dunque indispensabile arginare l'immoderato consumo dei beni terreni e contenere la spinta dei bisogni artificiali. La moderazione e la semplicità devono diventare i criteri del nostro vivere quotidiano. La quantità di beni, consumati da una modestissima frazione della popolazione mondiale, produce una domanda eccessiva rispetto alle risorse di-sponibili. La riduzione della domanda costituisce un primo passo per alleviare la povertà, se ad essa si accompagnano sforzi per as-sicurare una giusta retribuzione della ricchezza mondiale".

Efrem Tresoldi
missionario comboniano, direttore di "Nigrizia"


I relatori del corso

dott. Enzo Cattaneo, condirettore generale della Banca Popolare di Bergamo
Gianni Caligaris, bancario, redattore della rivista "Alfazeta"
Fabio Salviato, presidente della CTM-MAG
Nicola Fumagalli, referente bergamasco e coordinatore lombardo della CTM-MAG
Lorenzo Vinci, referente della MAG4 di Torino

Enzo Cattaneo : Le banche nell'attuale sistema economico

Sono molto felice di essere qui stasera, perché parlo a gente che non è smaliziata come quella che mi capita qualche volta di in-contrare, cioè gente adulta, che concepisce la banca in forma forse deviata, nutrendo alcuni pregiudizi sulla banca. Comincerò con un excursus piuttosto veloce.

1.  ORIGINI ED EVOLUZIONE DEL SISTEMA BANCARIO

Non si conosce con esattezza quando sia nata la banca. è comunque un fatto che i nostri antenati in passato si compensavano attraverso il baratto, mentre la banca in pratica nacque quando cominciò a diffondersi la moneta. Quando è nata la moneta è nata anche la banca. Sappiamo da fonti storiche che la banca è esistita per un lungo periodo prima di Cristo presso gli Etruschi e presso i Greci, dove esisteva già una moneta. Sappiamo con sicurezza che esisteva in Grecia perché Demostene ha lasciato uno scritto in cui dice che il credito è il mezzo più veloce per accumulare le ric-chezze e - aggiungerei personalmente - anche per perderle. Effettivamente il credito è uno strumento anche per perdere le risorse, per perdere quei vantaggi che spesso vengono retribuiti. Mi viene in mente subito un fatto. Stamattina, se l'avete letto sui giornali, una grossa banca ha deciso di non distribuire i dividendi quest'anno. Questo accade perché il '93 è stato un anno in cui questa banca invece che accumulare ricchezze ha perso, e ha perso so-prattutto in termini di credito che aveva nei confronti di alcune aziende.
Tornando all'evoluzione del sistema bancario, nell'alto Medio Evo la banca aveva grosse difficoltà. Veniva gestita soprattutto da ebrei, comunque non da cristiani, perché la Chiesa si opponeva alla formazione della banca seguendo il dettato, scritto nel Van-gelo di San Luca, che dice "date senza più sperare di ottenere nulla". Dunque la banca veniva osteggiata dalla Chiesa. Dopo l'anno 1000 la Chiesa ha capito che la banca era uno strumento troppo importante per poter essere demonizzato; da allora è diven-tata molto più tollerante. Nel Rinascimento la cultura ebbe il suo fulgore massimo proprio in Italia, a Firenze, e durante questo pe-riodo il sistema bancario ebbe modo di consolidarsi soprattutto in Toscana. Nel XV secolo nacque il Monte dei Paschi di Siena, che è la più antica tra le banche tuttora esistenti. Ma la fioritura vera e propria del sistema bancario si ebbe nel periodo della rivoluzione industriale, tra la fine del '700 e l'inizio dell'800, in Inghilterra ed in altri paesi europei. Recentemente ho letto un libro del 1836, edito a Napoli, che parlava del sistema bancario; un libro stu-pendo, meraviglioso, che svolgeva delle riflessioni sulle opportu-nità e sull'operatività della banca. Già nell'800, dunque, il sistema bancario italiano aveva avuto modo di consolidarsi. Il fenomeno è legato alla rivoluzione industriale, perché non esiste rivoluzione industriale se non esiste rivoluzione bancaria: questo è un fatto fondamentale. La banca ha una funzione complementare all'evoluzione economica di un Paese. L'industria, il commercio, l'artigia-nato possono fiorire dove esistono banche fiorenti, attente, capaci di far fronte alle esigenze finanziarie degli imprenditori. La fiori-tura maggiore delle banche si ebbe però nel periodo della riunificazione dello Stato italiano, dal 1861 in poi, quando nacquero soprattutto moltissime banche popolari.

La prima banca popolare nacque nel 1864 e fu la Banca Popolare di Lodi; tra le prime ci fu anche la Banca Popolare di Bergamo, nel 1869. Queste banche nacquero sulla scia di un'esperienza già vissuta in Germania. Si trattava di organismi formati da cooperative a responsabilità limitata, che avevano lo scopo di evitare che gli imprenditori fossero assoggettati a gente senza scrupoli che poteva utilizzare nei loro confronti l'usura.
Luzzatti fu il principale attore della nascita di questi organismi. Essi nacquero in molte città e addirittura in molti paesi, soprattutto del nord Italia. Si chiamavano addirittura banche mutue popolari: allora c'era il concetto della mutualità, di potere cioè concedere credito a chi era socio di questa cooperativa. Questo comporta-mento è stato tenuto ovviamente solo agli inizi della vita di queste organizzazioni; a lungo andare il lavoro e l'operatività delle ban-che si sono allargati in modo che altri soggetti, non soci, potessero accedere alla banca e ottenere finanziamenti.

2.  ATTIVITA' E FUNZIONI DELLA BANCA

2.1.  Natura della banca

Prima di spiegare l'evoluzione della banca in Italia, avvenuta soprattutto negli anni '20 e '30, volevo spiegare molto semplicemente cos'è una banca. La banca è un'impresa intermediatrice del credito. Cosa vuol dire impresa? La questione è importante, soprattutto perché la banca, per un certo periodo, ha vissuto non tanto come impresa ma come istituzione. Essa invece, per quello che sta avvenendo in questi ultimi tempi, deve essere soprattutto, così come succede negli altri paesi evoluti dell'Europa, un'impresa. Essere impresa vuol dire essere dentro al mercato, subire l'influsso del mercato, osservare le leggi che il mercato in genere richiede. Allora vuol dire essere attenti all'efficienza, vuol dire essere attenti alla produttività, vuol dire capire bene le esigenze del mondo che ci sta attorno. Quindi è necessario migliorare gli aspetti organiz-zativi, essere competitivi con le altre aziende del sistema.
Ma la banca è un'impresa particolare, è un'impresa intermediatrice del credito. Essere intermediatrice del credito vuol dire rac-cogliere risparmi ed erogare il credito verso le aziende, e fornire servizi legati a questa attività principale di raccolta del risparmio e di indirizzamento del credito. Questo è il lavoro principale che svolge l'azienda.

2.2.  Attività collegate

Accanto a tutto questo c'è il lavoro del parabancario, che è vicino a questa attività specifica di raccolta e di rinvio di tale raccolta verso attività produttive. La raccolta può essere a breve termine: il cliente lascia il suo risparmio ma vuole avere la possibilità di prelevarlo in qualsiasi momento. A fronte di una risorsa di questo tipo, affidata dal cliente-risparmiatore a breve, ovviamente la banca non può disporre di queste risorse finanziarie per poterle ricollocare a medio e a lungo termine: le potrà collocare solo a breve termine. è necessario dunque capire l'interrelazione tra la raccolta e i termini di impiego di questa raccolta. Questa è una funzione importantissima che la banca deve fare e che ancora dovrà fare; quando non ha rispettato questa regola ha subito delle défaillances veramente notevoli, come negli anni '30, quando la banca mista faceva finanziamenti a medio e a lungo termine utilizzando risorse che le erano state affidate per un periodo piuttosto contenuto. Evidentemente la banca può investire a medio e a lungo termine quando è in possesso di risorse finanziarie affidatele dai risparmiatori a medio e a lungo termine.

2.3.  Funzioni sociali della banca

Quali sono i vantaggi sociali della banca? Prima di tutto, la domanda e l'offerta di risparmio vengono accentrati in organismi ben precisi, quindi non vengono affidati a degli usurai. Questa intermediazione, questo lavoro di raccolta e di erogazione è affidato ad organismi specializzati, che si assumono anche i rischi connessi all'investimento del risparmio: collocare i risparmi non è cosa facile, anzi, è uno dei mestieri più belli e più esaltanti della banca, ma anche dei più difficili. Un secondo vantaggio è l'utilizzo proficuo del risparmio, che altrimenti non verrebbe utilizzato.

2.4.  La promozione dell'attività imprenditoriale

Una terza funzione che produce dei vantaggi sociali è la promozione e lo sviluppo di cui parlavo prima, cioè una guida dell'attività imprenditoriale. Recentemente sono stato in Russia, per ragioni professionali. Ero già andato a visitare le banche due anni fa. Non c'era assolutamente niente, ma si avvertiva un fatto che mi sembrava molto importante, l'esigenza di creare questi organismi; però non riuscivano a capire come far funzionare la banca. Io ho cercato di far comprendere, per esempio, l'opportunità di creare organismi come le banche popolari che erano nate alla fine dell'800, che potevano calarsi nella realtà russa attuale perché le banche popolari sono formate con l'intervento di operai e di piccoli imprenditori ed erogano credito soprattutto a piccoli imprenditori. Eppure non riuscivano a capire, perché le banche erano state abituate per sessant'anni a raccogliere e ad affidare tutto allo Stato; mancava la seconda attività, quella di erogazione del credito, insomma non svolgevano attività di intermediazione. L'intermediazione non la svolgeva la banca, ma la svolgeva lo Stato; era lo Stato che finanziava le imprese. Questo non succedeva solo in Russia, ma anche in Ungheria. L'Ungheria dopo la caduta del muro di Berlino aveva cercato di creare delle banche, che di fatto sono nate; ad un certo punto hanno cercato di far capire l'esigenza di creare nuova moneta. Allora vennero aperti dei conti, vennero dati degli assegni, ma ad un certo punto tutti si sono messi a scrivere assegni che sconfinavano, tanto che le banche si sono trovate costrette ad eliminare l'utilizzo dell'assegno. Una cosa sconvolgente per noi, ma necessaria proprio perché non erano stati mai abituati ad usare questo strumento che sostituisce la moneta, che va ad aumentare la moneta, strumento indispensabile per l'evoluzione dell'economia. La banca dunque ha una funzione di promozione e sviluppo, guida dell'attività imprenditoriale.
Inoltre svolge una funzione molto importante, quella monetaria: attraverso gli assegni e le cambiali non si fa altro che aumentare il volume della moneta.

2.5.  L'erogazione del credito

A questo punto penso che ci sia qualcuno che si chiederà: ma come fate voi banche ad utilizzare i risparmi, che dopo tutto sono risparmi non vostri, ma provengono dal piccolo risparmiatore? Dovete essere attenti a distribuire questi soldi, altrimenti ne va di mezzo il risparmiatore.
Certamente questo è il lavoro più affascinante che esiste in banca e, come ho detto prima, il più difficile. Innanzitutto si deve badare alla qualità del credito, cioè alla tipologia di credito che viene richiesta dall'imprenditore, alla finalità insomma di questo credito. Bisogna saper capire l'utilizzo che l'utente fa di questo credito, la destinazione che il credito avrà. Quindi occorre guar-dare la qualità, anche se per noi italiani è difficile perché culturalmente siamo abituati a tipologie di finanziamento anonime, nel senso che spesso e volentieri l'imprenditore viene in banca e chiede finanziamenti sotto forma di fidi. Chiedono un fido di conto corrente, che può essere utilizzato per varie destinazioni, che possono essere anche di natura diversa rispetto a quella che dovrebbe essere, ovvero finanziare il capitale circolante di un'azienda, cioè sostenere il fabbisogno relativo alla merce che c'è in magazzino, ai crediti eccetera. Altra gente invece, sbagliando, utilizza questo tipo di credito investendo in immobilizzazioni, cioè in macchine, in impianti e cose di questo tipo. La colpa non è solamente dell'imprenditore ma anche della banca, che ha abituato gli imprenditori a strumenti che non sono congrui al tipo di investimento che l'imprenditore vuol fare. All'estero la situazione è un po' diversa: là veramente si valuta con attenzione la destinazione del credito. Il cliente entra in banca e dice: "vorrei avere questo importo perché sto facendo questo acquisto: vorrei finanziare questo acquisto di cotone, da questo cotone ricavo il filo, il filo lo rivendo tra tre mesi e siccome io riscuoto fra sei mesi fra sei mesi ti rimborso". Ecco la destinazione ben precisa di un credito. In Italia si concede il finanziamento generalmente sotto forma di fido di conto corrente, che è una tipologia anonima, che non ha un'anima ben precisa. Poi si guarda alla quantità e ora soprattutto al merito del cliente richiedente. Qui il compito diventa difficile.

2.6. I criteri dell'erogazione del credito

Compito della banca allora è analizzare molti aspetti aziendali e di mercato. Vedere se l'azienda in futuro sarà in grado di rimborsare il suo credito nei confronti della banca, facendo un esame scrupoloso della situazione economica dell'azienda, cioè facendo un'analisi in prospettiva dell'azienda, per vedere se è in grado di produrre reddito. La situazione economica di un'azienda è la sua capacità di produrre reddito. Ma non basta; dobbiamo, come banca, analizzare anche la situazione finanziaria. Spesso e volentieri si confondono questi due concetti, situazione economica e finanziaria spesso vengono confuse. Invece sono due concetti netta-mente diversi, anche se strettamente correlati l'uno all'altro, perché nel momento in cui c'è deficienza dal punto di vista finanziario c'è deficienza dal punto di vista economico e viceversa. La situa-zione finanziaria di un'azienda è la sua capacità di far fronte con risorse finanziarie a fabbisogni che possono apparire di volta in volta. Un'azienda può guadagnare ma non avere una situazione finanziaria adeguata, perché non ha la liquidità, le risorse per far fronte agli impegni che di volta in volta si assume.
Inoltre è necessario svolgere un'analisi di mercato. Sapere come l'azienda svolge il suo lavoro, in quale settore, com'è l'andamento del settore sul piano economico e sul piano del mercato nazionale ed internazionale: un'analisi, questa, soprattutto merceologica.

3. ORGANIZZAZIONE ATTUALE DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO

3.1. La crisi economica del 1929

Tra la fine dell'800 e gli inizi del '900 c'è stato un boom dell'economia, nel periodo precedente la prima guerra mondiale. Questo boom perdura anche subito dopo la prima guerra mondiale, ma l'economia mondiale agli inizi degli anni '30 cade in una situazione disastrosa. La crisi parte dagli Stati Uniti d'America e coinvolge l'Europa e soprattutto l'Italia; negli anni '29 e '30 provocò dissesto in parecchie notissime aziende e, conseguentemente, in parecchie banche che fallirono. Anche se per i giovani è un di-scorso nuovo, perché non si è mai sentito recentemente che una banca in Italia sia fallita, in quel periodo di banche ne fallirono parecchie, anche nella Bergamasca. Ci fu uno sconquasso di carattere economico, grande paura nei risparmiatori, si vedeva gente che andava nelle banche per ritirare i propri risparmi. Mi è stato detto addirittura che a Bergamo venivano organizzate delle simulazioni di deposito: si invitava il parroco, il sindaco, la persona più influente, che si metteva in fila, dietro alla clientela che prelevava i propri risparmi, con una borsa. A chi chiedeva cosa avesse nella borsa, rispondeva che andava a versare; si cercava così di rallentare questa corsa al prelievo dei risparmi presso le banche. Quando si parla di fallimento di banche si parla vera-mente di un disastro di carattere economico.
In questo periodo bisognava riflettere sul perché ad un certo punto le banche fallirono. Da questo esame, da questa riflessione nacque una convinzione: le banche fallirono perché svolgevano l'attività della cosiddetta banca mista, cioè detenevano direttamente le partecipazioni in aziende.

3.2 Il sistema della banca mista

Negli anni '20 e 30 le banche entravano direttamente nella gestione delle aziende che avevano delle partecipazioni nell'ambito della banca, entravano nei consigli di amministrazione e nella gestione delle varie aziende. Quando è arrivato il dissesto di queste aziende, le banche sono state ovviamente coinvolte nella stessa sorte. Da noi è stata fatta questa diagnosi; in altri Paesi, come la Germania, non c'è stata questa conclusione. Anche là c'è stato dis-sesto economico, fallimenti delle banche, ma non arrivarono a dire che questo accadeva perché la banca era mista, e quindi svolgeva queste attività. Da questa diagnosi, da queste riflessioni nacque una legge nel '36 che cercò di regolamentare in forma del tutto di-versa il sistema bancario italiano, che non ebbe più la possibilità di effettuare questi investimenti in forma di partecipazione diretta nelle aziende. Questa legge, che ha disciplinato il sistema bancario per più di cinquanta anni (fino alla fine del '93), istituì l'IMI e l'IRI, due istituti che riuscirono a sanare la situazione che si era venuta a creare. L'IMI era un ente pubblico bancario di salvataggio, a cui vennero trasferite le partecipazioni che le banche avevano in aziende. All'IRI venne invece affidata la gestione di molte aziende industriali che erano in difficoltà.

3.3. Il sistema protetto italiano

Con questi due enti pubblici si riuscì a risanare la situazione. Ma cosa è cambiato in sostanza rispetto alla situazione preesistente? Mai più la banca mista, cioè nessuna possibilità di partecipare direttamente in aziende. Questo fino al 31/12/93, perché dal primo gennaio '94 si è ricreata parzialmente questa banca mista. La legge del '36 creò organismi bancari tipici, come le banche or-dinarie, che facevano finanziamenti a breve, perché avevano la possibilità solo di raccogliere a breve; le risorse di cui dispone-vano erano a breve termine e potevano dunque riinvestire solo a breve. Banche come la Banca Popolare di Bergamo, fino al 31/12/93, potevano fare finanziamenti a breve, al massimo fino a 5-10 anni, osservando però certi parametri. Questa legge ha poi creato degli organismi bancari che potevano operare solo a medio termine, perché acquisivano dei risparmi a medio e a lungo termine. Perciò potevano investire in aziende a medio termine. Questo ha creato un sistema, sotto la tutela della Banca d'Italia, che così ha offerto sicuramente maggiori garanzie ai risparmiatori; infatti dal dopoguerra in poi nessuna banca italiana è fallita, mentre in tutti gli altri Paesi ci sono stati casi di fallimento.
L'intervento della Banca d'Italia aveva determinato però un sistema eccessivamente protetto. Si era creata una banca che non era più impresa, come dicevo prima, ma istituzione. I bancari di una volta svolgevano un'attività che non era di competizione, non era di soddisfazione perché non era dentro il mercato. La situa-zione del sistema bancario così protetto è andata avanti fino ai primi anni ‘80, fino a quando le autorità monetarie hanno chiesto alle banche un comportamento finalizzato alla stabilità. Le banche dovevano dare solo stabilità e sicurezza per il risparmiatore. Quando è stata creata la banca-istituzione, il processo evolutivo del sistema bancario è stato completamente statico, piatto, c'è stata poca concorrenza, poca innovazione organizzativa e poca innova-zione tecnologica, c'è stata un'eccessiva attività di intermediazione.
Il sistema bancario è stato dal dopoguerra fino all'83 l'unico organismo che disponeva dei risparmi. I risparmi erano erogati dalla banca anche allo Stato, visto che addirittura il cittadino non acquistava direttamente i titoli di Stato ma li ordinava presso le banche che li acquistavano. Erano l'unico organismo intermediatore insieme alle Poste, che però non hanno mai costituito una concorrenza forte per il sistema bancario. Era un periodo in cui le banche raccoglievano senza fare assolutamente niente. Io dico sempre ai miei collaboratori che era un periodo in cui la caccia si faceva al capanno. Questo adesso non succede assolutamente più, adesso bisogna fare della caccia itinerante, perché ora c'è la concorrenza, che prima non esisteva. Quindi la banca ha vissuto ri-spetto alle altre aziende e rispetto al sistema economico generale una situazione di privilegio, perché guadagnava comunque, dato che il risparmiatore doveva passare dalla banca.

3.4. Dalla banca-istituzione alla banca-impresa

Si trattava di una situazione certamente di forza rispetto alle altre imprese, che dovevano affrontare dei sacrifici per potere stare a galla o per potere emergere; una situazione che portava però, a lungo andare, in una condizione di estrema debolezza. Le banche non avevano la capacità di stare nel mercato in competi-zione con altri organismi che potevano nascere, soprattutto le aziende bancarie provenienti da altri Paesi o da altre istituzioni finanziarie. Dall'85 in poi la situazione si è evoluta: aperte le porte alla concorrenza, è cominciato il processo della disintermediazione. Il risparmiatore ha capito che non esiste solo la banca dove depositare i propri risparmi, ma esistono altri organismi in grado di ricevere e di remunerare questi risparmi. Questa situazione ha indotto le banche a voltare completamente pagina. è nata in esse l'esigenza di operare in base ai criteri tipici dell'economia di mer-cato, di effettuare un passaggio drastico da istituzione a impresa. La Banca d'Italia non ha svolto più la funzione di protezione del sistema, ma ha permesso alle banche di agire con maggiore elasticità. Pensate che fino all'85 le banche non potevano aprire uno sportello; bisognava chiedere l'autorizzazione alla Banca d'Italia per l'apertura di uno sportello presso dieci città, poi era la Banca d'Italia a scegliere la città dove la banca poteva aprire lo sportello. Pensate se Benetton dovesse chiedere alla Banca d'Italia di aprire un negozio a Bergamo invece che a Genova; egli invece ha la libertà di aprire il proprio negozio e lo apre, senza chiedere autorizzazione a nessuno sul luogo in cui lo debba aprire.
La Banca d'Italia pian piano ha capito tutto questo, e ha la-sciato libertà alle banche di aprire sportelli. Ma quando c'è stata questa deregulation le banche hanno esagerato. Sono stati aperti sportelli in forma notevole, forse in misura abnorme, superiore alle effettive possibilità finanziarie, cosi da costringere la Banca d'Ita-lia a rivedere questo atteggiamento e a calmierare questa situa-zione. Comunque già adesso la situazione è cambiata; l'apertura di uno sportello non è più difficile come era in passato. Il fattore che ha inciso in modo particolare è stata la concorrenza del sistema bancario estero, che soprattutto in funzione della CEE ha indotto la Banca d'Italia e il legislatore a rivedere la legge del '36, per permettere alla banca di essere sempre più impresa e di essere competitiva con tutti gli organismi dello stesso tipo esistenti in Eu-ropa. Si è ricreata la banca mista, non con la libertà che c'era negli anni prima del '36 ma osservando alcuni criteri molto rigidi. La banca può oggi investire in partecipazioni in altre aziende, in una misura ben precisa che è rapportata al patrimonio e ad altri parametri.
Ma la novità grandissima di questa nuova legge - che come banche stiamo cercando di applicare, ma la cui applicazione avverrà forse fra anni, perché il processo e l'evoluzione culturale in questo senso non può essere immediato - è il fatto che la banca oggi è in grado di svolgere qualsiasi attività. Ricordo che con la legge del '36 c'erano le banche ordinarie, banche che potevano svolgere un certo tipo di attività, altre che potevano erogare crediti a medio termine. Ora qualsiasi banca può svolgere qualsiasi atti-vità, sia nel settore bancario che nel settore parabancario. Questa realtà viene chiamata banca universale. La banca universale esiste già negli altri Paesi del mercato europeo, che ha già esperienze significative in periodi piuttosto lunghi e a cui anche noi dobbiamo adeguarci, per poter essere competitivi nei confronti di questi or-ganismi. E' difficile per noi capire come essere banca universale, perché ancora adesso operiamo come banca ordinaria, anche se siamo già autorizzati a fare finanziamenti a medio e lungo termine; ma prima di fare questo passaggio bisogna essere in grado di creare strumenti in grado di poter raccogliere risparmio a medio e a lungo termine. La legge è già in vigore, e teoricamente saremmo già in grado di vendere questi prodotti, sia come raccolta di ri-sparmio, sia come finanziamento.

4. GESTIONE DELLA BANCA

Vorrei spiegare come vengono gestiti questi organismi, perché sento a volte fare delle affermazioni che non sono in linea con quanto effettivamente avviene. Io suddividerei le banche in due categorie: quelle che operano in una società per azioni, e altre che operano in una società cooperativa a responsabilità limitata. Opero questa suddivisione perché penso che siano due modi di operare davvero diversi. Nella società per azioni comanda il capi-tale. Nella società cooperativa a responsabilità limitata il capitale conta meno: chi comanda sono le persone. Le società cooperative a responsabilità limitata sono considerate delle vere e proprie public company. Nelle S.p.A. il potere viene esercitato da chi de-tiene il capitale; il voto esercitato nell'assemblea è in funzione del capitale detenuto. Nelle società cooperative a responsabilità limi-tata, invece, questo non avviene assolutamente; il voto è capitario. Chiunque abbia anche 30-40.000 azioni di una banca popolare ha diritto ad esercitare un solo voto; c'è una differenza enorme. L'or-gano sovrano in queste organizzazioni è l'assemblea, così come per uno Stato dovrebbero essere gli elettori. L'assemblea delle S.p.A. è chi detiene il capitale, l'assemblea delle società cooperative a responsabilità limitata, che sono generalmente le banche po-polari (non tutte: la banca popolare di Lecco è una S.p.A., ma quasi tutte le altre sono società cooperative a responsabilità limi-tata), sono i soci. Chi partecipa all'assemblea ha la stessa dimensione, la stessa capacità di qualsiasi altro. Quindi l'assemblea, che è sovrana, nomina il consiglio di amministrazione.
Per porre un'analogia con quello che succede nello Stato, il consiglio di amministrazione è come se fosse il parlamento: stabilisce le strategie, le politiche gestionali della banca, che vengono curate poi dalla direzione generale, che costituisce un po' il go-verno dello Stato. Quindi parlamento, governo e poi corte dei conti che controlla. Qui c'è l'assemblea, il consiglio di amministrazione, la direzione generale e poi c'è il collegio sindacale, un organismo di controllo presente in tutte le società, sia nelle S.p.A. che nelle società cooperative a responsabilità limitata. La direzione generale in caso di bisogno agisce senza sentire il consiglio di amministrazione, semmai si consulta il presidente o il consigliere delegato che rappresenta il consiglio di amministrazione, ma in genere la direzione generale, che segue le linee stabilite dal consiglio, dà le linee a tutto il corpo impiegatizio per raggiungere gli obiettivi stabiliti dal consiglio di amministrazione.

DIBATTITO

Tornando al tema dell'erogazione del credito, le banche devono dare questo servizio che corrisponde alla loro finalità centrale, quella di evitare l'usura. C'è un margine di discrezionalità per la banca, ma è molto difficile per il piccolo imprenditore contrattare condizioni migliori.

Sono discorsi molto attuali, che riguardano la trasparenza. Lei dice che il piccolo cliente trova difficoltà nel colloquiare con la banca. Innanzitutto c'è un fatto: adesso per legge si è costretti a dire qual è il tasso massimo che una banca applica. In secondo luogo, le banche sono costrette oggi a denunciare sull'estratto conto le condizioni che vengono applicate al cliente. Quanto dice lei può essere vero se applicato al passato; ora non più, nel senso che se uno è un po' attento può vedere presso una banca quali sono le condizioni che la banca stessa applica; le condi-zioni vengono esposte in qualsiasi sportello. Se lei vuole sa-perne di più sul criterio con cui la banca eroga il risparmio ne abbiamo già parlato prima, e non guardiamo sicuramente se i soldi puzzano o no. Presso il pubblico si pensa che la banca dia in funzione della patrimonialità; se avete avuto la pazienza di seguirmi, io non ho mai accennato a questo fatto. La banca si è sempre occupata della capacità di reddito di un'impresa, anche se è piccola. Se uno viene a chiedere un prestito per comprare un appartamento, non guardiamo se il richiedente ha altri appartamenti, o meglio guardiamo anche questo, ma diamo la risposta in funzione della capacità che egli ha nel restituire i soldi che noi gli diamo, delle sue capacità di guadagno, delle sue ca-pacità di reddito. Per spiegare come noi eroghiamo il credito, che indagini facciamo nello svolgere queste attività, dobbiamo passare per l'analisi del bilancio, che è uno degli strumenti, ma non l'unico strumento che noi utilizziamo. Analizziamo il bilancio; ripeto, il bilancio è importante ma non è assolutamente sufficiente per dare una risposta ad un'eventuale richiesta di finanziamento, perché quando noi riceviamo il bilancio lo riceviamo aggiornato almeno a qualche mese prima della richiesta di finanziamento. Noi non siamo in grado di analizzare il bilancio al 31/12/93. Noi, Banca Popolare di Bergamo, l'abbiamo analizzato in Consiglio oggi, e siamo tra i primi. Le aziende in genere forniscono i dati dopo 5, 6 o 7 mesi. Nel momento in cui noi veniamo a sapere queste situazioni di bilancio, ormai è troppo tardi. Per questo motivo utilizziamo il bilancio per fare delle valutazioni in prospettiva, facendo delle estrapolazioni. Le indicazioni che noi ricaviamo dal bilancio servono comunque sempre per cercare il futuro dell'azienda, capire insomma se l'azienda è in grado di poter guadagnare e così rimborsare il debito che ha contratto nei nostri confronti.

Nel sistema bancario italiano il cliente si rapporta con la banca con una valutazione quantitativa: controlla le condizioni, il tasso, e decide se aprire o no un determinato contratto con una determinata azienda bancaria. Sono a conoscenza che all'estero c'è la possibilità di un controllo qualitativo, nel senso che in Germania, per esempio, con i certificati di deposito cosiddetti verdi il risparmio viene erogato solo ad aziende che rispondono a determinati criteri di salvaguardia ambientale. Esistono nel sistema bancario italiano prospettive di iniziative analoghe?

Sicuramente nei Paesi più evoluti c'è una destinazione del credito più attiva che da noi. Noi non siamo in grado di selezionare il credito. L'azienda che ci chiede di usufruire di una determinata quantità di credito di un certo tipo, direi medio lungo, lo motiva dicendo che fa investimenti. Non credo che in Italia ci sia qualcuno attento alla situazione ecologica oppure all'impatto ecologico che l'investimento ha. Può darsi che ci possa es-sere un'evoluzione in questo senso, la auspico anch'io. C'è la possibilità di avere delle agevolazioni da parte di aziende che svolgano un'attività ecologicamente ineccepibile rispetto ad al-tre, ma sono condizioni che vengono fatte non per iniziativa dello Stato ma delle banche stesse. Sono perciò iniziative delle singole banche e non dell'istituzione. Non ho mai visto sicura-mente una cosa di questo tipo.

A me è sempre stato spiegato che una banca si lega ad un gruppo finanziario. C'erano delle banche che erano in difficoltà, mentre lei ha detto che non c'è stato nessun rischio nel dopoguerra per le ban-che italiane di incorrere nel fallimento. Vorrei che spiegasse queste accorporazioni, queste unioni di banche.

Nessuna banca è fallita nel dopoguerra: questo è un fatto incon-testabile. Però questo non vuol dire che dobbiamo chiudere gli occhi di fronte a quello che potrà essere il futuro delle banche. L'andamento evolutivo della banca è stato bloccato fino all'83. Ora, da istituzione che era sta diventando impresa, e deve af-frontare tutti i problemi che il mercato offre lungo il percorso. Deve essere competitiva nei confronti della concorrenza, deve essere competitiva nei confronti delle altre banche, soprattutto delle banche straniere. Per essere competitivi cosa si fa? Si cerca di creare degli organismi più solidi, più importanti. Do-vete sapere che negli altri Stati le banche in genere sono molto e molto più grosse delle nostre. Se vorremo affrontare la loro concorrenza dovremo avere delle grandi banche capaci, nello stesso tempo grosse ma snelle, e soprattutto efficienti.

Non c'è alcuna possibilità per il piccolo risparmiatore di sapere che fine fa il proprio risparmio? Se i soldi finiscono a mister Nyke che li utilizza per le sue imprese, non posso farci niente? Non esiste la possibilità che la banca crei delle destinazioni per così dire etiche?

Un risparmiatore che deposita i soldi presso una banca do-vrebbe sapere che tipo di politica quella banca svolge. Se lei dà i soldi a una banca che è proprietà di un signor X che ha un determinato tipo di interessi, lei deve sapere che dà i soldi in mano a quel signor X che li utilizzerà per il soddisfacimento dei suoi obiettivi imprenditoriali. Se invece deposita questi soldi presso un'altra banca, che ha delle politiche diverse (per esem-pio opera nel settore delle piccole imprese), sa che quella banca fa un investimento in piccole e medie imprese, e se lei vuole che i suoi soldi vadano ai piccoli imprenditori, ritiri i soldi da quel signor X e li dia a quest'altra banca. Non vedo altre possibilità. Bisognerebbe leggere le relazioni del bilancio, dove sono indicate le politiche utilizzate nell'esercizio commentato. Per il piccolo risparmiatore mi sembra oggettivamente difficile; però uno che è attento e che si informa sa qual è la politica seguita dalla banca. Bisogna guardare da chi è detenuto il capitale, perché se è detenuto da una certa persona uno può pensare che la desti-nazione abbia un certo senso, se è detenuto da una public com-pany sicuramente la destinazione sarà di un altro tipo.

Può spiegare in che senso le banche si stanno evolvendo soprattutto nel settore parabancario? Vorrei che lei dicesse anche la sua opi-nione sul fatto che la banca possa offrire questi servizi in modo meno buono rispetto ad organismi specifici.

E' una domanda interessante ma complessa. Devo tornare indietro, per dire che le banche fino al 31/12/93 erano suddivise in banche ordinarie che potevano fare finanziamenti a breve, im-mobiliari che potevano fare finanziamenti a medio e a lungo termine. Esistevano degli organismi specifici che svolgevano il parabancario, società che venivano create in genere con l'inter-vento delle banche, che avevano partecipazioni in queste società (la Banca d'Italia allora dava autorizzazioni ad avere partecipa-zioni in queste società). Attraverso queste società le banche svol-gevano un'attività di parabancario. Qualsiasi banca aveva a di-sposizione una società che faceva il leasing: noi, Banca Popolare di Bergamo, addirittura ne avevamo due. Il sistema bancario aveva a disposizione aziende che svolgevano attività di factoring e di recupero crediti, cioè società che svolgevano attività di anti-cipazione sulle fatture. Dunque le banche possedevano questi or-ganismi che separatamente svolgevano queste attività. C'erano aziende che svolgevano attività fiduciarie, altre svolgevano l'at-tività assicurativa, ecc.. Si era creato il cosiddetto gruppo poli-funzionale: la banca, che era l'organismo centrale, e attorno ad essa aziende che svolgevano il parabancario: leasing, factoring, assicurazione, ecc..., ma anche il finanziamento a medio termine, perché il medio termine è nato come emanazione diretta delle banche ordinarie. Si orientava il cliente a chiedere un finanzia-mento a medio termine presso un istituto dove la banca aveva una partecipazione.
La banca dunque era un organismo centrale attorno al quale c'erano tutti questi organismi che svolgevano attività di parabancario. Col 1/1/1994 queste attività, che venivano svolte da specifiche società, possono essere svolte direttamente dalla banca. Ma a questo punto le banche sono in grado di svolgere esauriente-mente questa attività, di vendere questi prodotti? Per il momento no, secondo me, al massimo, fra qualche anno. Proprio oggi fa cevamo delle riflessioni sulla capacità della nostra banca di ero-gare crediti a medio e a lungo termine. E' difficile perché, quando dicevo che per erogare un finanziamento a breve analizziamo i bilanci e guardiamo quale è la prospettiva di rimborso, se il credito che io affido a questa azienda è a medio termine la mia indagine prospettica è di solo 6 mesi, 1 anno, 1 anno e mezzo. Se io erogo finanziamenti a 10-20 anni questa analisi in prospettiva si allunga di molto, dunque occorrono tecnici ben preparati che oggi noi banche ordinarie non abbiamo. Penso che le banche sa-ranno in grado di svolgere un lavoro di banca universale solo dopo un po' di tempo, che io adesso non so quantificare.


Lei ha detto che la banca non è un'istituzione bensì un'impresa, che deve sottostare alle leggi di mercato. Mi sembra però che in Italia abbia una dimensione strategica molto modesta. Siamo uno dei Paesi in cui vi è un più alto risparmio complessivo delle famiglie e nonostante questo, o forse piuttosto per questo, le banche non si dannano l'anima per andarsi a cercare i risparmiatori. Le banche italiane sono in genere molto modeste, se non qualche volta sca-denti. Soltanto confrontandoci con altri Paesi europei, non dico la Germania o la Scandinavia, ma anche Spagna e Portogallo, ci sono proposte molto più differenziate e anche molto più sincere. Per il tasso di sconto uno va in banca in Spagna e trova dei manifesti molto chiari. Inoltre, lei ha detto che non esiste evoluzione indu-striale se non esiste evoluzione bancaria. Le faccio questo esempio molto provocatorio. Quando nel 1979 c'è stata la rivoluzione san-dinista in Nicaragua, una delle cose che ha dato più fastidio è stato il fatto che la Banca nazionale aveva promosso un processo inverso a quello che viene generalmente seguito, cioè venivano fornite agevolazioni ai clienti più piccoli anziché a quelli più grandi. Rife-rendoci invece alla situazione italiana. è proprio vero che le grandi banche non erano in grado di valutare l'affidabilità del proprio investimento? Il piccolo imprenditore ha generalmente delle condi-zioni di accesso al credito fortemente svantaggiose rispetto alla grande azienda.

Lei dice che noi siamo il popolo più risparmiatore dell'occidente. Verissimo, però lei dimentica una cosa. Io ho accennato al periodo in cui c'era l'intermediazione bancaria quasi al 100%. Allora sì che tutti i risparmi transitavano dal sistema bancario; il mercato era veramente un pallone gonfiato, che però si è sgonfiato attraverso la crescita di alcuni fenomeni, ad esempio la crescita della borsa. Ad un certo momento la borsa, sviluppandosi, ha attinto direttamente risparmio dai risparmia-tori per finanziare direttamente le imprese. Questo risparmio non è passato dalle banche.
Il processo è andato avanti. C'è stata la concorrenza di altre istituzioni creditizie, che ancora adesso stanno raccogliendo il risparmio degli italiani. Lo Stato ha fatto man bassa del ri-sparmio degli italiani; prima erano le banche che facevano in-vestimenti in titoli di Stato, adesso invece tutto questo risparmio va direttamente dal risparmiatore allo Stato. Non è vero che qui navighiamo in mezzo al risparmio, perché il risparmio va direttamente al potente senza più passare per la banca. Lei poi dice che i piccoli sono svantaggiati. La cosa più giusta da fare è mettere in evidenza dove sono le condizioni migliori. Devo stabilire il minimo e il massimo del tasso. Tra questo minimo e questo massimo devo stabilire quali condizioni applicare in funzione del rischio sottostante. Insomma, va anche detto che il mercato ha le sue regole.

Io non credo che un'azienda bancaria che ha finanziato fino a un anno fa la Ferruzzi non potesse valutare la situazione di debiti in cui si trovava la società. Un'altra azienda con l'amministrazione controllata ha avuto finanziamenti al 2,67%, la metà del tasso di inflazione, con miliardi di debiti.

Lei mi provoca in modo particolare sulla Ferfin perché l'ho vissuto sulla mia pelle. Però penso che al di là della situazione della nostra banca, che è una situazione brillantissima rispetto a quella di altre banche, nei confronti della Ferfin penso che le banche non corressero alla ricerca del suicidio. Dal punto di vi-sta economico e finanziario, il gruppo Ferruzzi costituiva il mas-simo che ci potesse essere in Italia. Se voi avete letto stamattina i giornali, c'era la notizia che la Banca Popolare di Milano non paga il dividendo per la perdita rispetto al gruppo Ferfin. Io non credo assolutamente che potesse immaginare l'evoluzione che poi si è verificata. Non era facile, perché all'inizio la situazione era veramente florida. Pian piano si è complicata, anche nella fa-miglia ci sono stati sviluppi tutti particolari, per cui si poteva anche intravedere qualcosa di negativo, ma non era facile. Si pen-sava di avere posto bene i propri soldi; sicuramente la buona fede c'era.
Faccio degli esempi. Prima la Banca Provinciale Lombarda era posseduta da Pesenti. E` chiaro che se Pesenti avesse voluto fare degli investimenti, sicuramente avrebbe utilizzato le risorse pro-venienti dalla Banca Provinciale Lombarda. Così dicasi anche per altri personaggi che controllano alcune banche: quando devono soddisfare i propri fabbisogni finanziari attingono da quelle banche. Ma lei pensa che se una banca fa degli investimenti non debba fare un'analisi seria sull'interrogativo se è in grado questa azienda, in futuro, di far fronte ai propri impegni per pagare il credito concesso? Sarebbe un suicidio se non si facessero indagini di questo tipo; sicuramente c'è quanto meno buona fede, poi ci si può sbagliare. Ci sono anche dei casi in cui le aziende hanno delle evoluzioni negative, in cui non ci si trova più in con-dizione di rimborsare i propri debiti. Bisogna anche ricordare che una congiuntura economica così negativa come quella di oggi non si è mai manifestata, dal dopoguerra in poi.
Per quanto riguarda i piccoli imprenditori, in parecchie banche si interviene nei confronti dei piccoli imprenditori con condizioni agevolate rispetto ad altri. Sono interventi mirati e specifici. Non si può fare una politica di carattere generale. Se si vuole stare sul mercato bisogna rendersi conto che esistono determinate regole che devono essere rispettate. Di fronte a certe condizioni di carattere economico, o si sta a certe condizioni o si rischia di non fare l'affare. L'azienda grossa ha più potere contrattuale. Quando la Fiat aveva una grandissima forza contrattuale lei poteva anche andare a chiedere il top rate, ma allora poteva scor-darsi di fare investimenti presso la Fiat. è difficile portare avanti iniziative di questo tipo, salvo fare delle politiche specifiche verso alcune categorie. Ma sono degli interventi sporadici che non fanno parte del mercato.

Le sarà passato per le mani qualche opuscolo che riguarda le MAG. Volevo che mi desse un giudizio, non sotto il profilo etico, ma sotto il profilo tecnico ed economico, magari anche comparativamente ad un istituto medio.

L'idea è bellissima ma mi sembra veramente difficile, perché vi ga-rantisco che selezionare il credito non è assolutamente semplice. Se dovessimo noi intervenire per selezionare il credito dovremmo far fronte a moltissimi problemi. Non è assolutamente vero che con il credito si guadagna a man bassa; gestire il credito è una cosa veramente difficile. Se finora non sono mai fallite delle banche, non è detto che sarà sempre così. Investire le proprie risorse senza avere dei guadagni relativi, e senza vedere se le aziende in cui si fanno investimenti sono in grado di restituire i soldi che sono stati loro prestati, è senza senso. Mi pare che si creda troppo al fatto che comunque si guadagni. La banca è un'azienda difficilissima da gestire, soprattutto in questi momenti, dove la banca deve competere contro tutte le altre banche e le altre imprese concorrenti in Italia e in Europa. Chi non ha le risorse economiche per affrontare questi problemi finisce per soccombere. Mi pare che ci siano dei condizionamenti che non garantiscono la continuità e l'evoluzione positiva, dal punto di vista economico dell'azienda.


Gianni Caligaris : Primato dei dividendi o primato dell'etica?

Nel mio curriculum si trovano 23 anni di lavoro in banca, in una Cassa di Risparmio nella quale ho fatto un pò di tutto, dall'impiegato classico che si vede quando si entra in banca al responsabile del personale; adesso mi occupo della ricerca e della selezione del personale in questa banca. Nel mio curriculum ci sono anche circa 12 anni di attività nel campo dell'informazione, prima con "Missione Oggi" (8 anni) e gli ultimi 4 anni con "Alfazeta"; "Alfazeta" è una rivista autonoma nata dall'esperienza che ha fatto un gruppo di noi con "Missione Oggi", con l'ambizioso progetto di essere la prima rivista missionaria fatta da laici, che si occupa di temi cari a questo tipo di stampa, quindi ai rapporti Nord-Sud, solidarietà, non-violenza, problemi legati all'ambiente, multiculturalità e così via. Questo strano matrimonio, fra un bancario dalla lunghissima militanza e un'attività d'informazione ed elaborazione in direzione abbastanza diversa dallo scopo classico della banca, giustifica che in me lavorino e operino due esperienze diverse, non tanto alla ricerca di una sintesi, perché forse non sono ancora i tempi per fare sintesi fra due percorsi così diversi, quanto però alla ricerca dei punti di contatto e dei punti di divergenza, in quel sentiero che bene o male tutti dobbiamo percorrere quando facciamo convivere gli obblighi e le necessità della vita di tutti i giorni con le nostre speranze, le nostre utopie, le nostre proiezioni sul futuro.

Il tema di stasera mi mette, per certi versi, nella scia della relazione di chi mi ha preceduto. Ci occupiamo ancora del sistema delle banche, che in questi ultimi 10 o 15 anni si sono sempre più avvicinate al concetto di azienda, di impresa.

1.  NEL SISTEMA DELLA BANCA-IMPRESA

In tutta Italia c'è stata per tantissimi anni una lunga tradizione di banche pubbliche che, un po' per la loro origine, un po' per questioni di rango o altro, ritenevano il mondo della banca diverso da quello dell'impresa; c'era un certo atteggiamento snob, il ban-cario non era un uomo d'azienda, non era un commerciale, non era un commesso viaggiatore: il bancario prestava dei servizi, acco-glieva il pubblico, faceva delle operazioni. Negli ultimi 10 o 15 anni una serie di spinte ha tolto questa vernice di diversità alla banca rispetto a qualunque altra azienda, da un lato proprio perché è cambiata la cultura di chi dirigeva e lavorava nelle banche, dall'altro perché è iniziato un processo di accelerazione della concorrenza fra banche e della privatizzazione delle banche, privatizzazione di capi-tale, ma anche di mentalità, di approcci. Prima, buona parte del sistema bancario italiano si reggeva sulla logica non dissimile da quella del servizio postale: molte banche erano rinchiuse all'interno di un territorio, non potevano uscirne, ma allo stesso tempo erano sicure di non ricevere concorrenza altrui e quindi si lavorava all'interno di un oligopolio, in cui tutto sommato il termine concorrenza era più teorico che pratico. La banca oggi, invece, si considera e si comporta come una qualsiasi impresa che organizza mezzi finanziari, lavoro, tecnologie per raggiungere uno scopo raggruppato intorno all'obiettivo del profitto. Quindi questa domanda - primato dei dividenti e/o dell'etica - è molto più centrale adesso, per le banche, che non qualche anno fa.

2. IL PROBLEMA: LA BANCA E L'ETICA

Di fronte a questa domanda ci accorgiamo subito che l'Italia sconta notevoli arretratezze; non dico che sia la prima sede in cui il problema si ponga, però devo dire che, pur occupandomi in particolare di questioni economiche e dei rapporti fra scelte etiche e scelte economiche, questa è la prima volta in cui mi viene affidata una serata con questo specifico tema. Come precedente ricordo solo la lunga e faticosa campagna per il boicottaggio delle banche ita-liane che finanziano il Sud Africa, dove però l'interrogativo era più di tipo politico che etico, mentre il tema di stasera è più profondo e più universale, rispetto al singolo caso specifico dei rapporti finanziari Italia-Sud Africa. Su questo tema, inoltre, la cultura italiana sconta alcune arretratezze, tra le quali una tipica della cultura cattolica all'interno della cultura cristiana.
Abbiamo dei documenti, atti di lavoro di convegni che hanno 12 anni, dell'80 e dell'81, in Svizzera, Belgio e Francia. "Le banche svizzere di fronte all'etica sociale" è il risultato di un lunghissimo lavoro delle commissioni sociali delle chiese protestanti svizzere e belghe nei confronti del sistema bancario svizzero, del segreto ban-cario e così via; abbiamo gli atti di un convegno svoltosi in Francia; sempre in questi anni c'è stato un lunghissimo braccio di ferro fra la commissione "Iustitia et Pax" belga e le banche belghe, nato anche lì dal movente dei rapporti con il Sud Africa, ma poi subito in tutta l'ampiezza dell'interrogativo: primato dei dividendi e/o primato del-l'etica. Vi sto citando delle elaborazioni che in altre parti d'Europa e in altre esperienze confessionali hanno ormai più di dodici anni, quando invece in Italia nulla è stato prodotto da questo punto di vi-sta. è stato prodotto molto poco in generale nei rapporti fra etica ed economia, sia a livello di bibliografia, sia a livello di gruppi di la-voro o altro; ad esempio, sarebbe bello che anche in Italia la C.E.I. iniziasse a riflettere su questo discorso, o che la Commissione "Iustitia et Pax" - che tra l'altro ha prodotto degli ottimi documenti, per esempio sul debito tra Nord e Sud - cominciasse a guardare cosa si fa qua da noi, in termini finanziari ed economici.

2.1. L'autosufficienza dell'etica bancaria

Non è tipica solo della realtà italiana, ma se ne trova traccia anche in questi documenti francesi, svizzeri e belgi che dicevo prima, la lettura in filigrana di un ritornello che continua, e che potremo ritrovare ogni volta che si esporranno con accenti critici o anche solamente speculativi i rapporti fra etica e economia. In qualche modo si proclama l'autosufficienza dell'etica bancaria rispetto ad altri sistemi etici. Claude Renard, che all'epoca era direttore della BNP (Banque National de Paris), partecipò ad una tavola rotonda con un paio di imprenditori francesi, un alto dirigente delle ferrovie francesi e un moralista; il suo intervento inizia così: "... in generale il banchiere non fa scelte etiche, se non forse in al-cune battaglie borsistiche; il banchiere delle banche di deposito esercita il suo mestiere in un sistema di pensiero che non ha alcuna intersezione con il pensiero cattolico, ed esiste secondo voi una certa carenza del pensiero cattolico in maniera finanziaria. Ho letto che bisogna investire in imprese che creino impiego e produttrici di beni realmente utili: ma questo cosa significa?... "
Di fianco a lui il responsabile marketing dell'ex SNCF (Société National Chemin de fer), parlando da cliente e da cattolico praticante distingueva "morale profetica e morale concreta: la prima per dare delle visioni, la seconda per la vita di tutti i giorni, ma un cristiano che ha del denaro da investire non è molto illuminato sulle sue scelte dal rifiuto dell'usura secondo S. Tommaso e dalle generalizzazioni un po' confuse sul dovere d'investire utilmente".
In questi brevi passaggi si delineano i due pilastri di questa ancora vigente impermeabilità fra i comportamenti finanziari-economici e l'universo etico, che vengono dichiarati autonomi l'uno dal-l'altro ed autosufficienti. In un altro passaggio il banchiere dice: "io come banchiere mi comporto in modo etico nel momento in cui tu-telo la mia azienda, e quindi il lavoro delle mie persone, e tutelo i depositi di chi me li ha portati. Tutte le altre scelte sono secondarie rispetto a questi miei obiettivi: se finanzio o meno il Sud Africa, se finanzio o meno i mercati d'armi, se finanzio o meno aziende nocive è secondario rispetto al mio principale obiettivo, che è tutelare i miei dipendenti affinché non perdano il lavoro e tutelare i miei clienti affinché non perdano i loro depositi. Siccome poi tutelare significa non solo differenziarsi, ma giocare anche d'anticipo, la mia azienda deve andare sempre meglio possibile per essere sicuro di tutelare anche nel futuro sia i miei dipendenti che i miei depositari". In questo "andare meglio" non c'è evidentemente spazio per altre considerazioni etiche al di fuori del rispetto delle leggi. Il diritto positivo costituisce un sistema etico, di tipo costrittivo; la legge im-pone di non fare certe cose, ma questa è l'unica barriera accettata, anche perché imposta, a comportamenti che altrimenti sono finalizzati unicamente al miglior funzionamento della propria azienda.
Il primo pilastro dell'impermeabilità risiede in questo; il secondo riguarda la morale. Morale profetica e morale concreta sono due cose diverse. Approfondiamo l'una per darci delle visioni del mondo, per sognare, per indirizzare i nostri comportamenti personali e privati, ma poi c'è una morale concreta della vita di tutti i giorni nei quali ci assumiamo responsabilità private e collettive ri-spetto ad altri; ma in questa il pensiero cristiano, come del resto tanti altri pensieri, non mi dice nulla se non affermazioni estrema-mente generali.
Questo è il problema centrale: si tratta di vedere su quale terreno questi due universi paralleli e impermeabili possano trovare dei punti di frizione, in cui questa impermeabilità si sfilacci e i due si possano contaminare a vicenda, perché proprio nella possibilità di questa contaminazione che risiede poi anche la possibilità di elaborare una visione diversa del mondo degli affari, della finanza, del mondo delle banche.

2.2. La banca e il diritto

I comportamenti delle banche, che io credo vadano messi al-meno sotto osservazione dal punto di vista di una valutazione etica, credo che siano classificabili in tre categorie:
1) Comportamenti perfettamente legittimi sul piano giuridico;
2) Comportamenti non previsti, non regolamentati sul piano giuridico;
3) Comportamenti illegittimi, o quanto meno al margine della legalità sul piano giuridico.
In Italia, come in altri Paesi, esiste una legge bancaria, un testo unico che raccoglie una serie di legislazioni prodotte nel tempo e che detta alle banche determinate norme di comportamento che riguardano la formazione del capitale, i rapporti fra investimenti-impieghi e così via. La categoria comprende atti all'interno delle norme, pienamente legittimi in quanto permessi dall'ordinamento positivo dello stato. Poi c'è un'altra serie di comportamenti di cui l'ordinamento giuridico non si occupa, almeno per le banche, nel senso che sono i comportamenti decisionali che il banchiere assume in quanto imprenditore, quindi scelte di mercato, di prezzo, di politica, etc. Il terzo tipo comprende tutti quei comportamenti che sono contrari o quanto meno elusivi della legge bancaria.
La prima categoria, secondo la logica del banchiere che dice "il mio unico scopo è far andare bene la mia azienda nel rispetto delle norme", è inattaccabile secondo i parametri di questa etica; nel momento in cui un banchiere rispetta le leggi bancarie, secondo questo metro di valutazione etica non fa nulla di male; anzi, si com-porta rettamente.

2.2.1. Criteri nell'erogazione del credito

Io credo che qui vi siano degli aspetti che meritano un'attenta analisi e una valutazione dal punto di vista etico. La banca eroga credito, dà come ossigeno vitale i propri quattrini, che non sono poi altro che i soldi di tutti i risparmiatori che sono clienti della banca. Potremmo iniziare a questo riguardo una lunga lista di scelte criticabili, a partire dai finanziamenti al regime razzista del Sud Africa, per arrivare a chiedersi se è giusto finanziare il sistema che pro-duce l'alcool, che poi attraverso il mercato e la pubblicità incentiva e spinge verso il consumo dell'alcool.
Negli ultimi anni si è sviluppata una crescente attenzione per i problemi ambientali; ci si chiede se uno dei parametri della con-cessione del credito non dovrebbe essere anche il rispetto dell'ambiente da parte dell'azienda che chiede credito, non solo per una questione etica, ma anche per una questione di civismo, perché un'azienda che inquina, che incide sull'ambiente, porta prima o poi la collettività a dei costi pesantissimi, non solamente dal punto di vista della salute, ma anche dal punto di vista economico. Ero con-sigliere comunale a Parma; nella sola provincia di Parma abbiamo 3 territori da bonificare per discariche abusive, per lavorazioni inquinanti e così via, per una spesa prevista intorno ai 12 miliardi. Finanziare acriticamente un'azienda che non segue la normativa per la tutela dell'ambiente significa sostanzialmente finanziare qualcuno che sta danneggiando l'ambiente, e dunque danneggia la collettività in termini sia naturalistici e igienici che economici. Potremmo allargare questo paradigma, chiedendoci quante e quali sono quelle attività che non vorremmo mai sostenere con dei prestiti e che invece le nostre banche, quelle nelle quali abbiamo portato i nostri soldi, finanziano e sostengono, a volte addirittura aiutano ad impiantare. Siamo in un campo molto critico, perché il banchiere che finanzia queste aziende non fa nulla di male, anzi si comporta in modo corretto rispetto agli obiettivi della sua azienda; ciò non toglie però che, alla luce di altri parametri, possano esserci motivi per giudicare molto criticabile questa scelta.

2.2.2. Il segreto bancario

Un altro grande capitolo nel quale la banca si muove ancora nel pieno rispetto della legge, anzi utilizzando strumenti che la legge le mette a disposizione, è il campo del segreto bancario. In Paesi come la Svizzera da anni si sta sviluppando una critica forte, nata dalle chiese protestanti, verso l'esistenza di questo segreto bancario. Io ritengo che il segreto bancario svizzero sia una delle forme di violenza più forti che girino per la faccia della terra, perché il se-greto bancario svizzero tutela quanto di peggio accade sul pianeta, tutela i fondi dei dittatori, le transazioni sporche e immonde, tutela i riciclaggi: è la cassaforte formale e finanziaria dei peggiori fenomeni che si aggirano per il pianeta. Con questa consapevolezza, in Svizzera da anni si combatte contro il segreto bancario; in Italia il segreto bancario è qualcosa di meno drammatico, perché l'Italia non è mai stata per il sistema economico-finanziario quello che è sempre stata la Svizzera, oppure alcune isole fiscali, come le Bahamas. Ciò non toglie che anche in Italia esiste un segreto bancario, che viene usato a proposito e a sproposito per mantenere comunque una coltre il più possibile impenetrabile su transazioni che, seppur in chiave minore, rispecchiano la logica del segreto bancario svizzero. Negli ultimi anni però alcune cose sono cambiate: fenomeni legati al terrorismo, la lotta più decisa alla criminalità organizzata sono arrivati a scalfire anche il sistema del segreto bancario ita-liano, che fino a 10 anni fa era organizzato per resistere anche alle forze dell'ordine; le formalità con le quali un tribunale poteva accedere ai dati della banca erano tali e tante che, ora che ci arrivava, quanto c'era da vedere era già scomparso. Tuttavia, il segreto bancario italiano tuttora esiste, è tutelato da normative in vigore e quindi costituisce ancora il comodo alibi sotto il quale si resiste nel dare informazioni su diversi tipi di transazioni.
Una proposta interessante, formulata da "Iustitia et Pax" belga e dai Protestanti svizzeri, suggeriva di iniziare a ragionare sul se-greto bancario, distinguendo quella parte di segreto che è a tutela della privacy, e che quindi deve riguardare sostanzialmente le persone, da quella parte del segreto bancario che riguarda entità astratte, persone giuridiche, che quindi non hanno un ambito privato, una sfera personale da difendere. Oggi qualunque S.p.A. deve pubblicare i bilanci e chiunque di noi può andarli a leggere, qualunque società che riceva credito da 50.000.000 in su viene censita in una cosiddetta "centrale dei bilanci" che è frequentabile da tutte le altre banche. Fino a 10 anni fa le banche usavano il segreto bancario anche fra di loro, adesso invece la Banca d'Italia ha imposto questa comunicazione; anche per questo, però, diventa un assurdo, in questo sistema in cui una certa trasparenza c'è per legge, che il singolo rapporto bancario sia ancora tutelato dal segreto bancario: se io vado alla cancelleria e scopro che Berlusconi ha 5.000 miliardi di debiti è un dato pubblico, però non posso sapere se ne ha 1.000 con quella banca e 500 con quell'altra piuttosto che vice-versa; se lo vado a chiedere alla banca non mi dicono nulla, perché è segreto bancario. Ecco allora la proposta svizzero-belga di man-tenere la tutela del privato, del singolo, ma di rendere trasparenti i meccanismi delle aziende di certi livelli; purtroppo, anche su questo fronte, in Italia non si è ancora ottenuto nulla.

2.2.3. La raccolta di capitali

Un altro capitolo nel quale vediamo il banchiere muoversi nel perfetto rispetto della regolarità riguarda i capitali in fuga. Ora è un problema che non riguarda più l'Europa, perché i mercati finanziari europei si sono liberalizzati; però, se ricordate, fino a qualche anno fa un italiano non era libero di portare all'estero tutti i soldi che voleva, per cui c'era chi cercava altre strade e riusciva comunque a mettere i suoi soldi al sicuro in Svizzera. Un paese può soffrire fughe di capitale o può accoglierne: la Svizzera è tipica per accoglierne, l'Italia, specie fino a 10 anni fa, era tipica per offrirne. Quello però che nessuno mai ci ha detto è in che misura l'Italia ne raccogliesse; ora, la fuga di capitali da un punto di vista giuridico è inaccettabile, perché il Paese destinatario di un'azione che è giuridicamente inaccettabile nel Paese di provenienza non è però responsabile della illiceità di quell'azione, quindi se io sono svizzero e un italiano mi porta fraudolentemente i suoi capitali io non sono re-sponsabile della violazione della norma italiana. Come italiano non sono responsabile se un filippino, un burundese porta qui del capi-tale, danneggiando l'economia del suo Paese o in violazione alle norme di quel Paese. Il banchiere italiano, tedesco, svizzero o belga che riceve capitale dal Sud del Mondo non viola nessuna legge, ma si rende complice di una probabile illiceità giuridica e di una discutibilissima scelta etica; tant'è vero che - mi rifaccio sempre alle pro-poste delle chiese protestanti svizzere - si è chiesto un codice di autoregolamentazione, per il quale le banche si astenessero dal rice-vere capitali da Paesi ai quali il Fondo Monetario o le banche rite-nevano di non dover concedere prestiti. La logica è questa: se io ritengo che l'economia del Sudan sia così dissestata da non permet-termi neppure di fare dei prestiti, fisso forti misure di economia in-terna perché la ritengo un economia in pericolo, nello stesso mo-mento non potrei accettare che cittadini di quel Paese portino fuori le loro ricchezze. Si trattava di una proposta tecnicamente molto articolata, assommata a quell'altra di non concedere prestiti, ad esempio, a chi comprava armi; allora anche all'interno di questo universo, di questi movimenti di capitali c'è una serie di opzioni che infrangono la legge, che nell'ottica di nuovi rapporti economici Nord-Sud richiederebbero delle valutazioni critiche sostanziali.

2.3. La banca senza leggi

Scendendo a piani più quotidiani, più alla nostra portata, en-triamo in quel campo d'azione delle banche che non risulta regola-mentato da norme specifiche, se non da norme generali a cui sono sottoposte tutte le aziende, quello cioè delle scelte di gestione, delle scelte di mercato. Fino a 10-15 anni fa le banche, come vi ho detto prima, lavoravano con un regime di concorrenza fra loro che era bassissimo, l'apertura di nuovi sportelli era rara e addirittura al-cune banche, quelle locali, avevano dei confini territoriali dai quali non potevano uscire e all'interno dei quali, però, erano tutelate dall'ingresso di altre.

2.3.1. Nel sistema impostato sulle regole del mercato

Un giorno la Banca d'Italia e i ministri finanziari si posero il problema di cosa sarebbe successo alle banche italiane nel mo-mento in cui la Comunità europea fosse diventata qualcosa di più tangibile, e fosse diventato possibile l'ingresso di banche estere in Italia. In quegli anni la Banca d'Italia fece un'analisi, secondo la quale le banche italiane erano altamente inefficienti, nel senso che il costo della manodopera e della tecnologia era molto elevato ri-spetto al prodotto e ai servizi che la banca offriva. Il sistema bancario italiano, contrariamente ad altri Paesi europei, non ha una vera concorrenza interna; all'epoca si citava il fatto che in Italia le banche raccoglievano il 90% del risparmio, mentre in altri Paesi europei raccoglievano il 30-40% del risparmio, perché il resto andava alla Borsa, alle obbligazioni, alle poste e così via. La Banca d'Italia si rese conto che le banche scaricavano la loro inefficienza sui clienti imponendo dei costi per servizio, facendo pagare caro il denaro, pagando poco i depositi; il risultato di queste forbici alte fra interessi attivi e passivi del costo dei servizi non era un dato di mercato, ma l'inefficienza delle banche come impresa che si scari-cava sui clienti. Di questa situazione avrebbe fatto giustizia la prima banca estera che sarebbe venuta in Italia, rischiando di far crollare il sistema bancario italiano.
Per allenare i banchieri italiane a resistere alla Deutsch Bank, o alla BNP, o alla Banque de Suisse, si è allora deciso di scatenare una forte concorrenza fra le banche. La Banca d'Italia ha liberalizzato l'apertura di sportelli, anzi l'ha incentivata, pensando che le banche così avrebbero imparato a fare concorrenza, ad essere competitive, a fare politica di prezzi, a fare economia produttiva. In secondo luogo, siccome quando si fa concorrenza qualcuno vince e qualcuno perde, alcune banche sarebbero sparite; sarebbero ini-ziati processi di concentrazione, il numero delle banche italiane complessivamente sarebbe calato, divenendo costituito però di ban-che più solide, più aggressive, più in grado di competere.

2.3.2. Rapporti con i clienti

Fino ad un certo punto questo meccanismo ha funzionato. Le banche hanno cominciato a farsi concorrenza; poiché avevano bi-sogno di attirare il cliente, non potendo più limitarsi a tirare su la saracinesca, hanno iniziato a studiare prodotti più personalizzati, prodotti fatti meglio, hanno iniziato a fare politiche di prezzo, di tasso; per un certo periodo il livello dei servizi è stato apprezzabile e i costi - compatibilmente con le congiunture dell'inflazione e altro - sono calati.
Come in tutti i fenomeni, però, dopo un certo periodo si sono manifestati dei risultati diversi. Anche se molti banchieri sentendomi inorridirebbero, io credo che oggi stiamo tornando alla posizione di partenza. La concorrenza è diventata eccessiva e quindi le banche, guadagnando meno, ma non riuscendo a spendere meno di tanto, stanno ricominciando a scaricare sul sistema della clientela, questa volta non le loro inefficienze ma i costi troppo elevati di una con-correnza che è diventata eccessiva. Negli anni che hanno separato questi due momenti, l'inizio di questa concorrenza sfrenata e il miglioramento dei servizi dei prezzi e questo andamento decrescente, le banche hanno fatto alcune scelte gestionali molto precise; una di queste è stata la considerazione che dovevano giocare sui prezzi del denaro per battere la concorrenza, le cosiddette forbici fra tassi attivi e passivi si stringeva sempre di più. Le banche allora, che fino a quel momento con il denaro facevano il bilancio, si sono accorte che non ci riuscivano più; è nata a questo punto una dottrina in base alla quale i costi di struttura devono essere pareggiati dai ricavi dei servizi. L'intermediazione del denaro dà l'utile. I servizi della banca sono la spesa sul conto corrente, la spesa per pagare la bolletta della SIP, la spesa per il Bancomat piuttosto che per la carta di credito, le spese di chiusura conto una volta all'anno, cioè tutti i soldi che la banca incassa non perché sta maneggiando del denaro ma perché sta prestando una serie di servizi. Secondo tale teoria tutti i costi di struttura, personale, tecnologia e così via, dovevano essere pareggiati dai ricavi dei servizi e l'intermediazione del denaro dava l'utile. Questo però modifica notevolmente il rap-porto fra una banca e il cliente, perché mentre prima il profitto delle banche nasceva democraticamente dall'utilizzo che i clienti face-vano del proprio denaro, adesso la maggior parte degli incassi delle banche deriva da un'applicazione generalizzata dei costi di mercato.
Forse il concetto è un po' complesso, ma è molto simile alla lo-gica con cui 15 anni fa, quando nascevano le prime una tantum sul bollo dell'auto, la gente brontolava dicendo "pago 10.000 lire per la Cinquecento, allora chi ha la Maserati paga un milione". Il problema era che in Italia erano molte più numerose le Cinquecento delle Maserati, dunque la manovra sul bollo funzionava non perché c'erano 100 Maserati che pagavano un milione, ma perché c'erano 10 milioni di Cinquecento che pagavano 10.000 lire. La manovra sul bollo andava a pesare su tutti in modo indiscriminato, indipendentemente dal reddito. La stessa logica, per me aberrante, sta anche dietro l'ICIAP, che è una tassa che non è per niente commisu-rata alla redditività, al profitto di chi la paga, ma è una tassa sul-l'esistenza. Così si è diversificato il modo delle banche di guada-gnare sul servizio ai clienti: mentre prima guadagnavano a seconda di quanto davano, quindi ognuno faceva guadagnare la banca sulla base dell'uso che faceva della banca, oggi come oggi la banca gua-dagna a pioggia su tutti con un sistema di tariffe indifferenziate, con la differenza che la banca non contempla neppure alcune agevola-zioni che prevedono ad esempio alcune aziende di trasporto.

2.3.3. Differenziazione dei servizi

In un primo tempo questo sistema aveva funzionato; poi però ci si è trovati dentro il sistema della concorrenza, e si è visto che offrendo un prodotto indifferenziato era difficile battere la concorrenza; allora sono nati i prodotti differenziati, un conto corrente per chi accredita lo stipendio (gli danno 1/2 punto in più), un altro per lo studente universitario, un altro per l'imprenditore e così via. Con questo sistema però si è creato un altro problema: alla fine, su tutto il panorama della clientela, resta una percentuale di sfortunati che in quanto non insegnano, non sono medici, non sono studenti universitari, in quanto non sono federati a piccoli artigiani o non sono iscritti al tal sindacato, non trovano nessun appiglio per essere trattati come gli altri. Si crea dunque una specie di club di malcapitati, che pagano fior di quattrini per avere lo stesso servizio che la maggior parte di noi riceve a condizioni più favorevoli.
Vi racconto un aneddoto. L'altra settimana è uscito "Gente Mo-ney", con una classifica delle banche sulla base di quanto sono care nel servizio al pubblico; questi dati sono desunti da informazioni ufficiali che potete trovare in qualsiasi banca. Questa classifica dice che la banca in cui lavoro è la più cara d'Italia. Il calcolo era stato fatto sul conto corrente di una famiglia media, includendo spese di chiusura, tot operazioni al mese, tot assegni fatti, le bollette di casa etc.; il risultato finale era che il conto costava 1.700.000 lire. Grande fermento, tutti attorno al responsabile di marketing, che si difende dicendo che in realtà queste spese le pagherà un 7% dei clienti, perché tutti gli altri godono di qualche forma di conven-zione. Questo fa riflettere: noi avremo 300.000 correntisti, e c'è questo 10% che rischia veramente, solo perché non nessun appiglio da far valere, di pagare un prezzo assurdo per un servizio che fino a qualche anno fa costava, sì e no, 100.000 lire all'anno tutto com-preso. Questo sistema di differenziazione dei servizi e di personaliz-zazione del prodotto, nato nell'ottica di entrare sul mercato in modo sempre più personalizzato e anche di offrire servizi mirati alle sin-gole categorie, rischia però di avere come sottoprodotto un'aliquota di indifesi, che pagano in qualche misura anche i vantaggi degli al-tri. E se facciamo uno spaccato sociologico sono sempre i più deboli i meno favoriti, perché se non sono dipendenti è perché magari non hanno un lavoro fisso, se non sono confederati a qualcosa vuol dire che tirano avanti per conto loro, insomma radunano in sé tutte le debolezze sociali possibili; ciò nonostante, hanno quel tanto che permette loro di essere clienti di una banca, e in quanto tali pagano per quello che altri riescono ad avere a meno.
Questo discorso poi vale anche per il vecchio braccio di ferro che c'è fra le banche e clienti quando si tratta di negoziare delle condizioni. Per un certo verso è logico che la legge della domanda e dell'offerta fa sì che se tu mi porti 5 miliardi ti remunero in maniera più vantaggiosa che se tu mi porti 500.000, anche per un'economia di gestione; è chiaro che un solo cliente che deposita 5 miliardi co-sta alla banca in termini di personale, tecnologia e struttura molto meno che gestire 500 clienti che portano 10 milioni l'uno, quindi c'è anche una forma di conto economico, di controllo di gestione che fa sì che il grosso cliente possa avere un trattamento migliore rispetto ad una miriade di piccoli clienti, perché questi costano di più a gestirli. Ciò non toglie che la differenze che le banche applicano fra clienti grossi e piccoli sia indubbiamente molto superiore ad un semplice discorso di controllo economico di gestione, quindi ri-sponde solo alla logica che il cliente grosso non lo posso perdere perciò lo tengo anche a ricavo minore, mentre il cliente piccolo se non resta da me sono fatti suoi, quindi su di lui non investo e non scarico nessuno costo aggiuntivo. Questo è un comportamento che le vecchie banche pubbliche non tenevano se non in casi rarissimi, proprio perché faceva parte della loro "vocazione" incentivare il risparmio di tutta la gente. Quando io sono entrato in banca nel '70 c'erano dei libretti di deposito con 1.000 lire (non erano le 1.000 lire di oggi ma era comunque una cifra bassa) e c'erano libretti di deposito con sopra dei milioni (io prendevo 89.000 lire di stipendio al mese), ed erano tutti remunerati nello stesso modo, a 1,25; il bambinetto che veniva con la cassettina era remunerato al 3% (proprio perché bambino e perché aveva la "cassettina"). C'era una logica tra banca e risparmiatore che era improntata ad uno scopo preciso, e in virtù di una normativa, il cartello interbancario, teneva assolutamente compresso ed uniforme il rendimento dei soldi depositati in banca. Me lo ricordo ancora: 1,5% i libretti sotto il milione, 1,25% sopra il milione (sembra una favola dirlo adesso), 3% i bambini, 3,75% i libretti vincolati ad un anno. E non c'erano scappatoie, c'erano libretti di aziende con depositati dei milioni ma pigliavano 3,75%. C'era una distribuzione assolutamente democratica nel rapporto risparmiatore-banca.
Oggi siamo in una logica opposta, assolutamente di mercato, un mercato di cui il banchiere ha imparato le regole e le sterza a proprio favore, più di quanto sarebbe giustificato dalla concorrenza o dal problema della distribuzione dei costi di struttura. La banca si fa forte della propria posizione forte verso il piccolo, specialmente quando il piccolo chiede senza portare nulla; nello stesso tempo ri-nuncia alla propria forza nei confronti del grosso cliente, per arri-vare ad un risultato che non è più l'incentivazione del pubblico risparmio, ma prima di tutto l'utile. Tra l'altro, chi finanziano le banche? Si tratta non solo di un problema etico, ma anche di un problema di cultura bancaria, perché in università insegnano che una banca dovrebbe finanziare solo le imprese che sanno essere redditive; quindi dovrebbero finanziare le idee creative, la capacità imprenditoriale. Di fatto, le banche continuano a finanziare il mattone: uno può anche avere un'idea decotta e un'impresa che sta in piedi con i puntelli, ma basta che abbia un po' di mattoni e un po' di terra, e lui i soldi in banca li troverà sempre, mentre un altro potrebbe avere le migliori idee del mondo, le più elevate capacità imprenditoriali, ma se non ha garanzie patrimoniali è ben difficile che ottenga credito dalle banche.

2.4. La banca fuori dalle leggi

Nonostante tutto quello che possono dire i banchieri a proposito dell'eticità del comportamento del banchiere nel momento in cui ri-spetta le norme, esiste anche il banchiere che non rispetta le norme.

2.4.1. C'è banchiere e banchiere

Qui ovviamente abbiamo una variabile che è costituita dal ban-chiere, perché è chiaro che non possiamo più parlare generica-mente di banche, ma occorrerebbe riuscire a parlare di singole banche e di singoli banchieri. Rifacendoci a quanto citavo prima - "io come banchiere ho due imperativi etici: garantire la mia azienda e i miei dipendenti e garantire i miei depositi" -, ci sono banche in Italia che stanno andando in sfacelo (anche se sono cose che non dicono) in quanto oberate da sofferenze, dai crediti che non riescono più ad incassare da imprese decotte o magari discutibili nate dentro Tangentopoli. Ci sono banche che stanno andando in crisi perché hanno concesso crediti irragionevoli o ad aziende che non erano in grado di sostenere un simile indebitamento o addirittura a gente ben nota che poi riutilizzava e riciclava questi quattrini per operazioni tangentizie. Anche qui siamo ai margini della legalità. Qualche banchiere sta anche andando in galera per crediti facili, tanti altri non arriveranno a quel punto perché sono riusciti a rimanere sulla zona grigia, fra ciò che è permesso e ciò che non lo è. Quando si concede un credito si fa una valutazione basata su dati oggettivi, ma anche sull'intuito; e allora il problema è se il banchiere ha dato 500 milioni in malafede perché il tale onorevole glielo ha chiesto dietro promessa di favori, oppure ha dato 500 mi-lioni perché ha intuito male nei confronti del creditore, pensando che fosse un buon imprenditore. Resta il fatto che alcuni sono stati e sono chiamati allo scoperto, a rispondere anche in sede giudiziaria, mentre molti altri si salveranno per il rotto della cuffia; questo non toglie però che non solo hanno compiuto atti eticamente discutibili, ma addirittura hanno anche infranto quell'etica autosufficiente del banchiere di cui si parlava prima.

2.4.2. L'evasione fiscale

Un'altra grossa zona d'ombra è il rapporto fra banche ed evasione fiscale. Anche qui non si può fare di ogni erba un fascio: ci sono banche che si sono date controlli molto rigidi, in cui il dipendente che favorisce attività evasive da parte di un cliente rischia del suo, perché la banca gli ha detto chiaramente che non lo deve fare; d'altra parte, ci sono banche che non prendono posizione, sapendo benissimo poi che i propri uomini chiudono un occhio, anzi danno anche una mano nel momento in cui il cliente chiede un aiuto. Vi potrei raccontare di libretti al portatore custoditi dentro la banca, non nelle cassette di sicurezza, ma semplicemente in qualche cassetto chiuso a chiave; di cassette di sicurezza svuotate senza che sia firmato il registro dell'apertura delle cassette dopo l'orario di ser-vizio, di soldi in valigie spostati da una città all'altra con le mac-chine della banca... e magari di banche che apertamente incorag-giano, sempre a parole e mai nero su bianco, a dare assistenza al cliente per risolvere problemi fiscali. Nella mia banca, invece, c'è una forte attenzione affinché questo non succeda; se qualcuno si la-sciasse prendere dalla foga rischierebbe semplicemente il posto, perché le norme sono molto severe da questo punto di vista; però so che vi sono banche che si comportano in modo molto diverso. Que-sto evidentemente è un problema connesso al rispetto della legge, e diventa importante che, come in altri settori, siano le aziende ad autoregolamentarsi. Nel momento in cui è carente una produzione legislativa, è onestà di chiunque darsi un codice di autoregolamentazione, come se lo è dato la pubblicità e se lo sta dando la stampa in certe situazioni: così dovrebbero fare le banche.

3. UNA BANCA ETICA?

Ho descritto una serie di comportamenti che sono in linea con il famoso obiettivo - dividendi innanzi tutto. In alcuni casi no: se ad esempio la banca si autoregolamenta per impedire che i propri di-pendenti diventino collusivi per l'evasione fiscale altrui, in questo caso ha fatto una scelta di segno opposto. Al di là di questo esempio felice, tutti gli altri sono nell'ottica di massimizzare il profitto, di massimizzare i dividendi. Quest'ottica del dividendo dovrebbe es-sere incompatibile con l'ipotesi di ridefinire un paradigma etico per i comportamenti finanziari.
Forse potremmo accontentarci di una domanda di minore spessore. La direzione in cui si muove chi persegue a tutti i costi i dividendi è per forza di cose diametralmente opposta a chi persegue un paradigma etico? Forse la domanda permette una risposta più arti-colata. Il dirigente delle ferrovie dice ad un certo punto "... è un problema non di etica bancaria, ma di etica del cliente; se, come in Svizzera, i clienti decidono di non piazzare più i loro capitali e di far pressione, molto bene, ma per il banchiere ciò resta un fatto commerciale, ne porterà il peso commerciale e agirà di conseguenza".

3.1. Ribaltare il problema

Forse il problema non è nella morale del banchiere - lui accettava la tesi che la morale del banchiere è far andare bene la banca -; il problema potrebbe essere la morale del cliente, che accetta di far andar bene quella banca nonostante tutto. A noi piacerebbe che il nostro banchiere fosse S. Francesco; visto che però non lo è, questo significa che non solo lui scende a pesanti compromessi con il suo paradigma etico, ma anche noi. Fino a che punto la direzione di chi persegue i dividendi è necessariamente opposta a chi perse-gue un paradigma morale? Soltanto finché le due cose vanno in senso opposto. Nel momento in cui io riesco a dimostrare che se il banchiere non è morale non fa dividendi, è chiaro che, per amore o per forza, anche chi persegue dividendi dovrebbe quanto meno av-vicinarsi molto a determinati comportamenti etici. Queste sono ri-flessioni che non nascono solo nelle tavole rotonde come quella che citavo o nelle farneticazioni di uno come me: uno dei maggiori guru del marketing, Norman, ha affermato un paio di anni fa che le aziende del futuro o saranno aziende etiche o non ci saranno. Un altro grande analista di marketing sosteneva che ragionare su un'azienda inserita in una società come di una produttrice di beni e servizi di fronte a un mercato è un ragionamento paleoeconomico; in realtà oggi, ma sempre di più in un futuro, un'azienda deve com-portarsi facendo conto di avere di fronte a sé alcuni collegi elettorali: il collegio elettorale dei suoi dipendenti, dei suoi azionisti, dei suoi clienti, il collegio elettorale del contesto sociale e urbano nel quale è inserita. Viene utilizzata la formula dei collegi elettorali per sottolineare la necessità del consenso di cui sempre più l'azienda di successo avrà bisogno nel contesto sociale in cui è inserita.

3.2. Il ruolo del cliente

Allora la situazione si ribalta completamente. Senza nulla togliere alle responsabilità etiche e sociali dei banchieri, dovremmo riflettere sul nostro versante della medaglia, la nostra faccia del problema: il livello di consenso che noi continuiamo a garantire a sistemi finanziari ed economici pur non condividendone i comportamenti di base; per contro, l'erosione di consenso che possiamo in-nescare affinché, per amore o per forza, i comportamenti di base dei sistemi economici e finanziari mutino - non dico diventino diametralmente opposti, ma quanto meno manifestino significativi muta-menti di rotta. Del resto, se voi ragionate sull'evoluzione della mentalità ambientalista in questi ultimi anni e a come di fatto le aziende hanno profondamente modificato i loro comportamenti di fronte al problema del rapporto con l'ambiente, nonostante i pro-blemi che ancora rimangono troverete un esempio che fra 50 anni potrà essere studiato nei libri di testo dei nostri nipoti: un mutamento delle consapevolezze sociali, un'erosione del consenso che il sistema delle aziende aveva nella società, unito ad un certo tipo di pressione e di stimolo da parte della società, ha fatto sì che le aziende cambiassero radicalmente alcuni loro comportamenti. Anche se ciò li penalizzava dal punto di vista economico a breve termine, le aziende hanno fatto un ragionamento a medio-lungo termine; comprendendo che, visto il seguito che gli ambientalisti ave-vano, anche grazie a Chernobyl e a Seveso, nel medio-lungo termine continuare a essere considerati come coloro che inquinano sarebbe costato in termini di mercato molto più di quanto costava nel presente adeguarsi e adottare certe linee di comportamento, si sono adeguate: se questo sta funzionando sui comportamenti delle aziende in tema ambientale, potrebbe funzionare anche rispetto ad altri settori di comportamento. Del resto ha funzionato, seppure non in termini clamorosi, ai tempi delle sanzioni del Sud Africa; se voi pensate che noi avevamo un'incidenza minima come clienti, e dire alle banche che noi avremmo portato via i nostri soldi se non avessero smesso di finanziare il Sud Africa era ridicolo, perché il più ricco di noi avrà avuto un milione e mezzo di lire, grazie al fatto che quest'azione è sempre stata seguita da un'attenzione molto superiore ai capitali ritirati io, un pastore protestante e un responsabile della CGIL siamo stati ricevuti da Nesi, allora presidente della BNL, che ci ha garantito di non finanziare il Sud Africa.

3.3. I Fondi Comuni Etici

Questo dà un senso ad attività di questo genere, magari legate ad altre iniziative. In Gran Bretagna hanno ormai un'esperienza di 7-8 anni di Fondi Comuni Etici. Il fondo comune di solito funziona così: il risparmiatore, che non capisce nulla di Borsa e di titoli, che non è in grado di acquistare e vendere in modo da ottimizzare i propri investimenti sfruttando la ciclicità della Borsa, dei titoli, dei rendimenti e così via, compra delle quote di un fondo comune, andando da chi conosce tutti i meccanismi ed è in gradi di gestire al meglio questo fondo raccolto, investendolo e disinvestendolo con operazioni anche quotidiane, in modo da far sì che alla fine il rendimento medio di un mese o di un anno sia il massimo possibile. Il problema sottostante però è quello tipico dei depositi in banca: si sa a chi vengono dati i soldi direttamente dal risparmiatore, ma non si sa poi a chi vengono dati. Può essere dunque che il gestore del fondo (come il banchiere) veda che in quel momento tirano le obbligazioni dei mercati di armi, e quindi per due mesi investe sulle im-prese che le producono. Rimane questo problema di assoluta non trasparenza della destinazione finale dei miei risparmi.
In Gran Bretagna sono nati due fondi etici, che invece fornivano questa garanzia agli investitori garantendo tutte quelle attività per le quali non sarebbero mai stati impiegati i soldi lì depositati. Non vengono investiti in aziende che tengono comportamenti antisindacali o che fanno discriminazioni razziali, sessuali, religiose nei loro stabilimenti, non vengono investiti in aziende che praticano la vivi-sezione e così via. Questi fondi etici, secondo una valutazione fatta dal dipartimento economico dell'Università del Sussex, nell'arco di tre anni avevano dato un rendimento medio, mi sembra, del 5 per mille inferiore al rendimento medio dei fondi normali; sostanzial-mente significava che per il risparmiatore britannico investire "eticamente" veniva a costare il 5 per mille, in sostanza non per-deva interessi utili rispetto a chi invece investiva in modo acritico.
Ancora in Inghilterra è nata un'altra esperienza, più centrata su una particolare esigenza: è nato un centro d'informazione, secondo il presupposto che i parametri in base ai quali può essere creato un fondo comune etico sono difficilmente definibili, e oltretutto possono venire superati dal sorgere di nuove richieste ed esigenze. Perciò, anziché creare un fondo, si è dato vita ad un centro di informazione e consulenza: il cliente si rivolge a questo centro, dice che non vuole investire nelle tali attività e riceve indicazioni sulle possibilità esistenti. Sulla base dei singoli set, questa agenzia fornisce l'elenco delle aziende finanziabili a seconda delle richieste.
Il problema di questi meccanismi e il problema di proporre dei codici di autoregolamentazione alle banche, sulla base di paradigmi così designati, credo che debba partire da un presupposto - anche su questo in Italia scontiamo un'arretratezza rispetto ad altri Paesi. Il presupposto - in questo condivido quanto veniva detto nel documento francese che vi ho già citato - non può essere fino in fondo caricato solo sul banchiere, anche perché molto spesso il banchiere non ha tutti gli strumenti per farlo. Allora occorrerebbe un organismo, esterno al mondo della banca come a quello dell'impresa, che stilasse un paradigma di valutazione e una classifica d'operato. Sapete che Moody's è un'agenzia statunitense che dà il voto alle nazioni, alle multinazionali e alle banche internazionali sulla base della loro affidabilità. Come esiste un simile istituto che fa la classifica dell'affidabilità delle banche, delle multinazionali etc., dovrebbe esistere un'entità che fa la classifica delle aziende, ad esempio sulla base dei loro comportamenti. In Gran Bretagna c'è un organismo del genere; raduna una serie di forze tra cui alcuni esponenti della chiesa, dei sindacati, alcuni docenti universitari, che hanno stabilito una classifica etica delle aziende divise per settore merceologico, in base alla quale vengono dati dei punteggi secondo dei precisi parametri, come i rapporti con i dipendenti o il rapporto con l'ambiente. Questa classifica viene aggiornata di anno in anno, quindi ci sono aziende che guadagnano punti, perché magari si sono adeguate ad alcuni parametri, e altre che li perdono, ma questo è un fatto che sulla pelle di quelle aziende brucia, proprio perché i fondi etici non ci investono perché le agenzie di informazione danno a loro volta giudizi positivi o negativi. Questo lavoro ovvia-mente non può farlo la banca, non può farlo nemmeno solo la vo-lontà di quei tanti che qui in Italia vorrebbero cominciare a farlo adesso, perché qui il rischio è di non sapere tutto; un lavoro simile è doveroso, ma va fatto solo in modo rigorosamente serio, sarebbe contraddittorio buttare addosso una croce ad un'azienda che non lo merita.

3.4. Un compito civile

Resta però centrale il doppio polo di questa problematica, che vale sia nei confronti delle banche che più genericamente nei con-fronti delle aziende: il cliente cioè si deve rapportare con colui che gli propone beni o servizi, possibilmente organizzando questa sua micro-quota di potere saldandola ad altre micro-quote fino a for-marne di consistenti. Gli interlocutori sembrano così forti perché maneggiano le leve, ma - non diversamente dal meccanismo elettorale - devono comunque poggiare sul consenso frantumato, però esistente, di una miriade di piccoli clienti. Sia attraverso l'organizzazione del consenso come clienti, sia attraverso l'organizzazione del consenso come membro di una società, di una città, di un sistema sociale urbano, ci si cominci a porre in termini dialettici nei confronti del sistema aziendale e del sistema delle banche. Non solo; ma si inizi a sollecitare anche tutti quei sistemi sociali, socio-educativi e altro che potrebbero iniziare un'attività di analisi critica, al limite fino a strutturare delle ipotesi come quelle di fondi etici, o di attività d'informazione, di classificazione, anche di trasparenza sulle attività delle aziende, che proprio come meccanismo di comunicazione e trasparenza è, come insegnano tutte le teorie politiche, alla base di ogni meccanismo democratico. Si tratta in sostanza di riappropriarsi di tutto ciò che finora abbiamo confinato nel territo-rio della politica in senso stretto, e quindi partecipazione, traspa-renza, informazione e consenso, per riportarlo nel campo dei com-portamenti economici e finanziari, perché comunque la piramide è identica: centri di potere, middle-management della gestione del potere e base, che nell'ambito che a noi interessa si chiamano grosse centrali economiche-finanziarie, sistema delle aziende, delle banche, delle imprese, consumatori e clienti. Nel momento in cui riusciremo a trasporre nel secondo sistema quei meccanismi che si sono utilizzati nel primo, potremmo sperare che quella famosa impermeabilità fra le due zone etiche, piano piano, si affievolisca sempre più e si vada verso un sistema dove, per amore o per forza, anche i comportamenti autosufficienti dell'etica economica e finanzia-ria possano avvicinarsi ai nostri più ambiziosi parametri di un'etica universale, un'etica umana.

DIBATTITO

La creazione delle classifiche di cui ci ha parlato non può portare al rischio di buttare addosso delle croci ad aziende che non lo meritano?
Perché è così difficile fare la classifica degli istituti "buoni" che si muovono con un'etica di impresa corretta, rispetto ai mascalzoni, quando in altri settori questo lavoro viene fatto?
Non sarebbe sufficiente che, a prescindere dalla fonte, si fornissero dei parametri di lettura dell'attività delle aziende? Se non abbiamo gli strumenti per determinare il tipo di azienda, quanto meno occorrerebbe avere dei parametri su cui leggere il comportamento delle aziende.
Noi privati cittadini a mala pena copriamo il costo della struttura, in realtà mi sembra di capire che possiamo avere un potere solo se stiamo insieme. Mi chiedo come possa funzionare una forma di controllo, dato che quando un sistema bancario finan-zia una guerra lontanissima da noi, l'arma del controllo diventa debole.



Ricollego tra loro le domande che vertevano intorno al problema della valutazione delle aziende. Per quanto riguarda il rischio - lo dicevo anche prima - deve essere un lavoro fatto molto seriamente, non si può scherzare con sottosistemi economici che poi vogliono dire anche lavoro per tanta gente. Per quanto riguarda la creazione dei parametri di lettura per la valutazione, io credo che potremmo utilizzare l'esperienza altrui. Ci sono delle esperienze significative in Svizzera, in Belgio, in Francia, dove tra l'altro l'esperienza è maturata nella Chiesa cattolica. In uno di questi due convegni si rac-conta la storia del gruppo di lavoro belga di "Iustitia et Pax" nei confronti delle banche, un lavoro di anni, in cui questa commissione è riuscita a portare al tavolo i responsabili delle banche; è stato fatto un lavoro che ha creato anche tensioni all'interno del movimento stesso, perché c'era chi voleva delle azioni più immediate, più dirette. è stato privilegiato, con grande rigore non violento, proprio il lavoro lungo e costante ai fianchi di queste entità fino a che ci si è trovati al tavolo, si sono fatte delle proposte, si è discusso di autoregolamentazione fino a quando queste proposte sono state accettate. Se in Italia si volesse cominciare si potrebbe far tesoro di queste esperienze, che insegnerebbero metodi, fornirebbero stru-menti e darebbero tante altre indicazioni.
In Italia abbiamo solo un ostacolo per tali operazioni: la Borsa valori è molto ristretta come titoli e soprattutto, più ancora di quanto è ristretta la Borsa come elenco di titoli, è ristretto il sistema delle aziende di produzione, inoltre il sistema bancario si sta sempre più concentrando, per cui è sempre più difficile discriminare. Faccio l'esempio di un fondo etico che non voglia investire nelle aziende che producono armi: in Italia qualunque azienda metalmeccanica quotata in borsa produce anche armi, perché ha il suo settore bellico. A quel punto, siccome tutti vuol dire nessuno, cade anche il presupposto: mentre le altre economie dei Paesi in-dustrializzati, che hanno nonostante tutto un sistema indu-striale più pluralistico, possono dire questa impresa no, quest'altra sì, noi ci diciamo la FIAT no, l'Alfa Romeo no per-ché è ancora della FIAT e così via.
Tornando al tema del controllo, il discorso buoni/cattivi ri-sente della difficoltà di fare le cose seriamente, e risente anche del fatto che, diversamente da altri settori produttivi, in banca molto spesso anche chi ci lavora non sa cosa succede. Mentre io ricordo il caso di Maurizio Saggiò, che 14 anni fa si accorse che stava disegnando un pezzo di mina e si rifiutò di continuare, in banca su 100 persone ben poche persone sanno esattamente che fine fa il denaro e attraverso quali meccanismi. Se in un'impresa produttrice la presa di co-scienza del 30% del personale è già una garanzia di trasparenza verso l'esterno per tutto ciò che succede nell'azienda, in una banca ci vuole il 99% di presa di coscienza del personale perché nasca una forma di controllo, mentre è sufficiente una fetta esigua per gestire nei fatti la parte spinosa dell'attività bancaria. Posso anche arrivare ad essere un vicedirettore generale e non saper rispondere di certe azioni che la banca fa, per cui le informazioni dall'interno che possono produrre un controllo dell'esterno non sono sistematizzabili. Se su questo dato di struttura delle banche, che è così da sempre, aggiungiamo la componente criptata ed esoterica dell'informatica, per cui sparisce anche il pezzo di carta che poteva essere sbirciato sul tavolo, siamo veramente in uno degli ambienti più impenetrabili dal punto di vista della conoscenza, della democratizzazione dell'informazione e delle azioni. Diversamente dai settori produttivi, dove ciò che è criticabile è visibile e tangibile, la traccia elettronica concen-trata nelle mani di pochi non permette all'informazione di circolare; non si pone nessuna trasparenza conquistata da basso, motivo per cui l'unica possibilità è di ordine o sociale o politico.
Di ordine sociale è l'autoregolamentazione, a cui le aziende possono essere portate sulla base di una spinta sociale. Una grande occasione che stiamo perdendo in Italia è l'onda di Tangentopoli. In questo frangente voi sapete che molte aziende si stanno dando un codice di autoregolamentazione; peccato che se lo diano solo rispetto a questo spicchio di problema che è il fenomeno delle tangenti. Questa, se non fossimo stati negli anni in cui siamo, se non avessimo il sin-dacato che abbiamo in questi anni, se non avessimo una classe politica che al momento ha altro a cui pensare, sarebbe stata una magnifica occasione per portare il mondo delle aziende ad un tavolo di riflessione e far sì che i codici di autoregolamentazione non si limitassero a dire di non prendere soldi dai politici. Purtroppo stiamo perdendo questa occasione di riflessione critica delle aziende nei loro comportamenti.
La cultura, il sociale che preme sul sistema delle aziende per portarle ad autoregolamentarsi, se non trova strade dal basso deve passare dall'alto, soprattutto in quei casi dove il controllo non è possibile. E l'alto è sempre la manovra politica. Parlare di controllo pubblico sulle azioni delle imprese può sembrare in questo momento singolare, ma come siamo riusciti, faticosamente, con duemila lacune, con problemi enormi, a regolamentare il traffico d'armi, non vedo perché un giorno non si dovrebbe riuscire a regolamentare il finanziamento al traffico d'armi. Un mio collega in consiglio comunale, medico responsabile del servizio S.E.R.T. di Parma, nell'anno in cui è riuscito a fare il deputato ha presentato una proposta di legge per regolamentare in modo severo la pubblicità dell'alcool; se ciò passasse non vedo perché dopo-domani non si potrebbe ragionare in termini di finanzia-mento. Se pensiamo che 5 anni fa, non le case produttrici di alcolici, ma il Ministero dell'Agricoltura ha investito 4 miliardi in pubblicità per "riposizionare il consumo degli alco-lici nelle fasce giovanili" che tradotto significa "spingere i giovani a bere di più", questo è più scandaloso della banca che finanzia qualsiasi attività. Però a questo punto credo che il meccanismo tipico del controllo interno o anche esterno salti, proprio per la impalpabilità del prodotto e per la concentrazione del potere; a questo punto devono scattare piuttosto la spinta sociale, l'autoregolamentazione, il controllo o il divieto pubblico, cioè il dirigismo del potere pubblico: questo ci trasferisce sul versante politico.


Fabio Salviato : Le MAG

Per capire cosa sono le MAG (Mutue AutoGestione) occorre ri-percorrere le motivazioni ideali e le tappe storiche che ne hanno permesso la crescita, prima di analizzare le prospettive future.

1. UN MODELLO DI SVILUPPO DA CAMBIARE

L'analisi sulle motivazioni parte da una critica molto forte al concetto di sviluppo. Dalla fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno lanciato un nuovo concetto di sviluppo, per il quale sotto il Prodotto Nazionale Lordo di una nazione ci doveva essere una corsa allo sviluppo e al consumo. In base a questa teoria, le nazioni più povere si vedevano costrette a produrre in quantità sempre maggiore, al fine di raggiungere il benessere e di conseguenza la nazione più ricca, gli Stati Uniti.
A 40-50 anni di distanza si possono trarre le prime conclusioni. Il divario fra Nord e Sud è in continuo aumento. Nel 1960 il rapporto tra il potere d'acquisto di un abitante dei Paesi occidentali e quello di un abitante del Terzo Mondo era di 30 a 1; quindi un occidentale consumava 30 volte di più di un terzomondiale. Ora nel 1990 il rapporto è di 60 a 1, è raddoppiato. Nel 2OO5 si prospetta un rapporto di 100-120 a 1. A più di 40 anni di distanza è necessario dire che questo tipo si sviluppo va regolamentato, non si deve e non si può continuare di questo passo.
Nel sistema in cui viviamo, l'ambiente ha dei limiti: le materie prime, le risorse minerarie, l'acqua, la terra non sono sicuramente in grado di sostenere questo tipo di sviluppo, lo sviluppo cioè offerto dal sistema capitalistico in cui siamo inseriti. Per fare solo un esempio, l'idea degli economisti di dotare di un automobile tutti gli abitanti della Cina è pura follia: perché ogni cinese possegga un automobile, infatti, ci vorrebbero cinque Terre solo per reperire le materie prime e altre tre per stoccare i prodotti residui. Il nostro sistema è limitato, questa è una certezza e di questo dobbiamo essere consapevoli: il nostro benessere non è infinito, ma finito. Le nostre capacità di consumo sono finite.
Le alternative proposte fin dai primi anni del secolo sono ancora attuali. In questo momento storico sono da riprendere quelle vie in grado di modificare gli eccessi verso cui tutti noi stiamo andando. Su questa situazione si rifletteva già in un discorso tenuto da Gandhi nel 1916 alla società economica, sul tema "Il progresso economico è in conflitto con il progresso reale".

"Non possiamo servire Dio e Mammona, dobbiamo scegliere! Le nazioni occidentali oggi gemono sotto il tallone del mostruoso dio-capitalismo. La loro critica morale è arretrata, misurano il progresso in sterline. Il benessere dell'America è diventato il modello e l'invidia delle altre nazioni... Non possiamo essere allo stesso tempo saggi, moderati ed aggressivi, vorrei piuttosto che i nostri capi ci insegnassero ad essere moralmente i primi del mondo...
...Bisogna smettere di aver paura degli ideali e delle conseguenze politiche anche estreme, saremo una vera nazione spirituale solo quando mostreremo più verità che odio, più coraggio che sfoggio di potere e di benessere, più carità che egoismo..."

Partendo da queste frasi dobbiamo riflettere, dobbiamo renderci conto che il nostro sistema deve essere regolamentato, ridimensionato.

1.1. Chi guida questo sistema

Attualmente il volume annuo delle attività commerciali è di 20mila miliardi: questo significa che l'economia mondiale produce attualmente in 17 giorni ciò che a inizio secolo produceva in un anno. Nello stesso tempo, il differenziale tra il Nord e il Sud au-menta in modo indiscriminato.
Chi sono i soggetti che dominano questa scena e determinano questa situazione?
Gli attori della scena mondiale sono le multinazionali, il sistema finanziario, i governi, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l'ONU, il GATT. Questi sono i soggetti nazionali e sovra-nazionali che regolamentano e che dominano la scena mondiale e che sono i responsabili della nostra situazione.

1.2. Il Terzo Mondo e noi

All'interno del villaggio globale in cui viviamo, dobbiamo considerare che abbiamo creato tutta una serie di interdipendenze proporzionali. Per capire per esempio perché in Italia c'è la disoccupazione bisogna fare un'analisi. La politica del debito dei Paesi del Terzo Mondo è collegata alla politica del Fondo Monetario Inter-nazionale; il Fondo Monetario Internazionale (FMI), attraverso la definizione apparentemente innocua di aggiustamenti strutturali, impone ai paesi del Terzo Mondo di aumentare in termine di volume la vendita di materie prime.
Le materie prime sono perciò sono aumentate come volume, ma non in termine monetario per pagare gli interessi del debito. In questo modo è successo che i Paesi del Terzo Mondo, in questi ultimi 10-15 anni, hanno pagato fino all'ultima lira gli interessi sul debito, in alcuni casi rimborsando anche il capitale. Hanno dovuto perciò ridurre al minimo le spese interne: in pratica le spese sani-tarie e le spese di carattere sociale, con una ricaduta negativa sulle persone e sui lavoratori del Terzo Mondo.
Immaginiamo un Paese del Terzo Mondo che abbia dovuto fare insieme una politica di massima esportazione e una politica di con-tenimento delle spese. Le bilance commerciali di un Paese del Terzo Mondo sarebbero tutte attive, se non fosse accaduto che questo attivo è stato trasferito nei Paesi occidentali.
Il potere d'acquisto degli abitanti del Terzo Mondo è venuto meno. Il calcolo che è stato fatto è che l'Europa negli ultimi 5 anni ha perso dai 2.400.000 a 4.200.000 posti di lavoro perché i Paesi del Terzo Mondo non avevano capacità economica per acquistare i manufatti prodotti dalle società occidentali. Questo è un esempio di politica portata avanti dal Fondo Monetario Internazionale che è ricaduta su di noi.
Se non si prende coscienza che questo sistema è organizzato in tal modo dove esistono delle élite commerciali, dove esistono delle élite imprenditoriali e finanziarie, non ci si accorge che coloro che gestiscono il sistema sono gruppi sempre più ristretti. Il potere economico commerciale è in mano a poche, sempre meno persone. Quando, per esempio, si è voluto scommettere sulla svalutazione della lira, non si è potuto niente. Ci sono organismi sovranazionali di carattere commerciale e finanziario che gestiscono la vita e la morte di milioni di persone.
Ad un certo punto, stanchi di uscire da riunioni e convegni con uno spirito disarmato, chiedendosi cosa si può fare, come singoli, all'interno di questo schiacciante sistema che ci rende insignificanti, è nato il desiderio di scuotersi e di reagire. All'interno del sistema abbiamo dei poteri molto forti da sfruttare: il potere di risparmiare, il potere di consumare, il potere di votare.

1.3. Il potere del risparmiatore

E' noto che risparmiare è più difficile che consumare. Risparmiare costa fatica. Si cerca una collocazione al proprio risparmio che sia possibilmente sicura e facilmente liquidabile; generalmente, chi risparmia decide di depositare i propri risparmi presso istituti di intermediazione finanziaria come le banche; la consapevolezza però spesso termina a questo punto.
In realtà non è sufficiente fermarsi qui, non basta che il nostro rapporto finisca quando depositiamo presso l'istituto bancario, senza che quest'ultimo ci renda conto di come vengono impiegati i nostri soldi. Spesso persone con un'etica, una morale e dei principi lasciano ogni anno una cambiale in bianco di 400 mila miliardi di risparmio al sistema finanziario, il quale li gestisce nella maniera che desidera. E noi siamo involontariamente, inconsciamente, ma direttamente responsabili delle cause che rovinano il nostro sistema. Il sistema finanziario ha potere di vita e di morte, nel senso che può decidere chi finanziare o chi non finanziare.

2. LE MAG

Il caso specifico della MAG è nato proprio per questo: per un domani migliore. La prima MAG è nata a Verona e risale al 1975. Nel 1973 si era avuta la guerra del Kippur, in conseguenza della quale il prezzo del petrolio era aumentato in un anno di 4 volte. I Paesi produttori, i Paesi Arabi, si erano trovati con una notevole li-quidità che hanno riversato soprattutto nelle banche occidentali. Queste banche, ricche di capitali, li hanno investiti nel Terzo Mondo. Contemporaneamente, in Italia, la crisi del petrolio ha portato a una preoccupante recessione.
E' per questo che, soprattutto nell'area veronese, si sentì l'esigenza di creare delle strade alternative e si sono individuati i modelli della cooperazione. Le cooperative costituiscono una via alter-nativa non solo per la produzione, ma anche per la metodologia di mercato; le attività di autogestione necessitano di ingenti risorse finanziarie. L'esperienza delle MAG si fonda su un principio mutualistico che parte dall'aiuto reciproco dei soci.
Il sistema finanziario, sebbene in quel particolare periodo storico disponesse di molta liquidità, non ritenne, allora come oggi, che questo settore innovativo dell'economia solidale e sociale fosse un settore in via d'espansione, da dover sostenere. A questo punto sono intervenute le MAG, cooperative nate a sostegno di iniziative ben precise come queste, che raccolgono capitale tra i risparmi dei soci. Ben presto le MAG si sono sviluppate in tutta la Pianura Padana: la MAG 2 di Milano, la MAG 3 a Padova, la MAG 4 in Piemonte, la MAG 6 a Reggio Emilia, la MAG 7 in Liguria, la MAG di Venezia.

2.1. La Ctm-MAG

Nel 1988 è nata la Ctm-MAG, che si è differenziata subito per alcuni aspetti essenziali.
è collegata alla centrale nazionale del commercio equo e solidale. La Ctm si è costituita come attività commerciale, che relaziona con più di 400 produttori presenti in 50 Stati del Terzo Mondo. Nata nel dicembre 1988, si è trovata immediatamente nella necessità di poter disporre di ingenti risorse finanziarie, che il nostro sistema non voleva assolutamente concedere. Nel sistema di intermedia-zione finanziaria si configura come impresa "no-profit", dove generalmente il rischio è doppio rispetto a quello di un'impresa "profit". "No-profit" non significa che l'attività non produce utile, ma che l'utile ottenuto a fine anno non viene ridistribuito fra i soci, ma reinvestito nell'attività.
La Ctm-MAG si costituisce a carattere nazionale in quanto la Ctm opera sul territorio nazionale, con più di cento botteghe del Terzo Mondo.

2.1.1. Finanziare i produttori

Il primo problema è quello di garantire un prefinanziamento ai produttori. Il commercio equo non garantisce solo il prezzo giusto al produttore ma innesca un meccanismo, di carattere commerciale e finanziario, che altrimenti non potrebbe partire. I nostri produttori, collettivamente organizzati in cooperative, hanno esigenze di forte liquidità di credito. Un contadino, quando arriva il momento della raccolta del caffè, se non viene immediatamente pagato dà comunque all'intermediario i prodotti, anche per metà compenso; privo di scorte, e con una famiglia da mantenere, ha assoluta necessità di denaro.
Se le nostre cooperative, i nostri produttori del Terzo Mondo non vengono dotati di liquidità, non si può innescare il meccanismo del commercio equo e solidale, un meccanismo che permetta al nostro produttore di uscire dalla condizione di schiavo dell'intermediario, che da un lato decide il prezzo del prodotto e dall'altro fornisce i prodotti di sussistenza. C'è quindi la necessità di innescare questo meccanismo attraverso la raccolta generalizzata del risparmio.

2.1.2. Importanza dell'organizzazione

In Italia vi è l'esigenza di strutturare una rete di commercializza-zione di questi prodotti, la strutturazione deve avvenire in modo professionale e continuativo per soddisfare la richiesta di mercato dei produttori. La battaglia si gioca in Europa, non nel Terzo Mondo dove i produttori vivono e sono costretti a subire i soprusi. Il mercato deve essere quindi ben organizzato. Sono positive le ban-carelle e tutte le opere di volontariato, ma bisogna ragionare in termini più commerciali, perché la nostra azione deve occuparsi della promozione ma anche della commercializzazione. I nostri produttori sanno che quello che per noi è filosofia, per loro è sopravvivenza.
Attraverso un magazzino centralizzato bisogna istituire una rete di distribuzione. Grazie all'attuale raccolta di 10 miliardi di risparmio si è riusciti a far partire un meccanismo che dà lavoro a 40.000 abitanti del Terzo Mondo. In Italia per procurare 40.000 posti di lavoro si sarebbero dovuti investire ben 600 miliardi, senza avere nessuna garanzia in termini di efficienza come invece accade nel Terzo Mondo.
E' stata creata una centrale di distribuzione con 23 dipendenti Ctm e una catena di distribuzione con più di 100 negozi (mediamente ne apre uno al mese), con una settantina di posti di lavoro; teniamo presente che ogni impegno è sostenuto da 20-30 persone del volontariato, oltre che dall'impiegato. Questo è un esempio di cosa si può fare spostando 10 miliardi di risparmio, provenienti da 1500 risparmiatori fiduciosi, dall'Europa al Terzo Mondo.
Ogni risparmiatore ha investito mediamente ogni anno 3,5-5 milioni di risparmio fino ad una quota totale di 10 miliardi che, se moltiplicata per 10, per 100, per 1000, può dare la dimensione di quanto si può fare se si hanno risorse finanziarie.

2.1.3. Le prospettive future

Già da 3-4 anni la Banca d'Italia sta coordinando questo tipo d'attività a carattere finanziario. Il primo segnale è stata l'imposi-zione di un capitale sociale minimo pari a un miliardo. Le MAG non remunerano il capitale sociale, ma anche loro entro il 7 luglio '93 (termine ultimo stabilito dalla Banca d'Italia per raccogliere fondi) hanno dovuto presentare un capitale sociale di un miliardo. Ora le MAG sono riconosciute dall'Ufficio Italiano Cambi, delegato della Banca d'Italia, atte a poter operare quali intermediarie autorizzate.
Era il primo passo, in questi giorni c'è stato il secondo: il CICR (Comitato Interministeriale di Credito e Risparmio) ha emanato una disposizione che cercherà di dilazionare in 2 o 3 anni la raccolta del risparmio nelle cooperative. La Banca d'Italia ha ora 2 o 3 mesi per emanare un regolamento.
Da settembre si è resa necessaria la costituzione di un comitato, primo passo verso la costituzione di un polo dell'attività finanziaria alternativa; ci si è resi conto che governare la leva finanziaria nel-l'economia solidale è fondamentale. A questo polo partecipano, a titolo di presidenza, le ACLI, la Caritas, Pax Christi, il MO.VI., Mani Tese e tutte le MAG. Con queste organizzazioni si sta delineando la formazione di una nuova banca, la prima Banca Etica di credito di cooperazione. Le forze e le dimensioni cominciano a essere consi-derevoli, basti pensare alle cooperative, che sono più di 1.300 in Italia con un fatturato di 1.500 miliardi, alle MAG, che in soli 4-5 anni hanno raggiunto un fatturato di 20 miliardi, a tutto ciò che muovono le varie organizzazioni come l'ACLI (con 600.000 iscritti) o l'ARCI (con 1.200.000 iscritti).
Il sistema a economia solidale si sta sviluppando. Negli Stati Uniti ci sono più di 600.000 Associazioni di solida-rietà sociale, che a vario titolo svolgono opere di solidarietà con un'attività che copre il 5% del Prodotto Nazionale Lordo (PNL), mentre l'impresa automobilistica americana ne copre solo il 2,5%; in Germania le aziende "no-profit" coprono il 2,7% del PNL; in Italia, anche senza organismi ben strutturati, si copre lo 0,7%.
Si prevede per il futuro che l'unico settore in espansione, in Italia, sarà il "no-profit", soprattutto nella solidarietà sociale che occu-perà molta forza-lavoro. Non possiamo contare sui macro-operatori come la FIAT, il futuro del nostro sistema non è in questi soggetti.
Bisogna dotare il sistema di una nuova figura: l'imprenditore sociale. Questo è il futuro.

Nicola Fumagalli : La CTM-MAG

2.1.4. Struttura e funzionamento della Ctm-MAG

Il punto di riferimento della Ctm-MAG è una struttura tipica che cambia in continuazione. La Ctm-MAG è partita come cooperativa di risparmio finalizzata fondamentalmente alla costituzione del commercio equo e solidale, che dall'anno scorso raccoglie fondi e finanziamenti anche per iniziative di solidarietà sociale.
è nata a Bolzano, poi a Padova e via via si è distribuita su tutto il territorio nazionale; quindi, a differenza delle MAG che operavano su bacini regionali, è omogenea su tutto il territorio. La storia delle MAG è abbastanza originale, in quanto sono partite dal Nord-Italia e man mano sono scese a Sud. Le MAG hanno avuto una diffusione a morbillo, e ad un certo punto è stato necessario effettuare un co-ordinamento; siccome le quote erano limitate si è anche cercato di sensibilizzare i soci perché si facessero promotori di questo mes-saggio. La Ctm-MAG ha organizzato in questi 4 anni e mezzo tutta una serie di iniziative, che si sono tenute per una durata di 3-4 fine settimana all'anno come momenti di formazione, di informazione e di decisione sulle strategie operative.
La MAG ha un suo Consiglio d'Amministrazione formato da 7 membri, di cui fanno parte i responsabili di alcuni punti di riferi-mento, il Presidente della Ctm-MAG e da qualche tempo il rappre-sentante della MAG di Verona, di fatto confluita nella Ctm-MAG.
Solo una parte delle decisioni e delle strategie politiche viene presa dal Consiglio d'Amministrazione, in quanto essendo un organo democratico fa confluire le decisioni più importanti alle assemblee dei punti di riferimento perché le ratifichino. I punti di riferimento sono per ora 21, diffusi in quasi tutte le regioni tranne in Val d'Aosta, in Molise e in Basilicata; nelle altre regioni è presente almeno un punto di riferimento. La provincia di Bergamo è un caso anomalo perché ne ha due: una è l'ACESB a Torre Boldone, l'altra è la Cooperativa di Parre. In Lombardia troviamo anche la cooperativa Chico Mendes a Milano e un'altra associazione a Crema.

2.1.5. I punti di riferimento

I punti di riferimento sono come un'antenna sul territorio, che la-vora sulle strategie promosse a livello nazionale. La funzione di un punto di riferimento è molto diversa da quella di uno sportello; questo punto tiene i contatti con i soci e fa promozione sul territorio. Il fulcro sta nell'individuare i soggetti forti della propria zona d'azione, che a loro volta promuoveranno l'iniziativa nel loro campo d'influenza; generalmente si tratta di gruppi associati molto potenti.
Il punto di riferimento è rappresentato da una o più persone (nel caso di Bergamo 3 all'ACESB e 1 a Parre; inoltre sono attive 2 persone a Milano e 2 a Como) che fanno delle serate di promozione per i gruppi sul territorio, ma più specificatamente tengono i contatti con Padova, che è la sede operativa centrale, in funzione anche delle strategie decise proprio da Padova. In questo ultimo anno e mezzo si sono verificate situazioni che hanno permesso alla MAG centrale di fare salti di qualità, merito anche del lavoro dei dipendenti delle sedi MAG.
La raccolta di 750 milioni di capitale sociale è avvenuta in soli 6 mesi. La Ctm-MAG aveva 250 milioni quando la campagna è partita, e in capo a 6 mesi aveva raggiunto il capitale sociale di 1 miliardo, raddoppiando praticamente i soci. Questa azione è stata promossa dai punti di riferimento. Non si trattava di promuovere a caso ma di sensibilizzare direttamente i soci, secondo la strategia decisa dal Consiglio d'Amministrazione, puntando a convincerli ad aumentare il capitale sociale sottoscritto. Le azioni di promozione vengono anche coordinate, nel caso della Lombardia, dal coordinamento lombardo delle Botteghe e dai punti di riferimento delle MAG.
Il lavoro svolto quest'anno in Lombardia è stato quello di sensi-bilizzare le zone scoperte, l'obiettivo è quello di stabilire delle persone che fungano da antenne minori che poi cresceranno all'interno delle Botteghe del Terzo Mondo. Un conto è fare una serata di pro-mozione e un conto è quello che realmente fanno le singole cooperative, un intervento cioè più efficace e diretto. L'azione ha avuto abbastanza successo: la Ctm-MAG è passata da 90 soci nel 1989 a circa 2.500 soci nel 1994, da un risparmio di 70 milioni a uno di 15 miliardi; il capitale sociale supera ormai il miliardo e duecento milioni di lire. La Ctm-MAG è a metà classifica degli Istituti di Raccolta e di Risparmio. Le prospettive di un punto di riferimento sono ancora da verificare, certo si tratterà ancora di promozione verso i soggetti forti e collegamento.
L'obiettivo lombardo è creare un punto di riferimento in ogni provincia; questo sarebbe un buon risultato, considerando che il 20% della popolazione italiana vive qui. Il punto di riferimento garantisce una presenza fissa (per es. all'ACESB il martedì sera dalle 21.00 alle 23.00, a Clusone il giovedì mattina e pomeriggio) con una o più persone che danno informazioni, tengono i contatti tra i soci e, in caso di contestazioni, offrono chiarimenti. C'è quindi que-sta persona, riconosciuta dalla Ctm-MAG, che si mette al servizio dei soci stessi.
In alcuni casi è stata provata l'esperienza di raccolta diretta fondi, per esempio a Trento e a Crema perché erano realtà abbastanza limitate e concentrate sul territorio. L'esperienza di Roma si spiega per motivi di rappresentanza, essendo Roma capitale e avendo milioni di abitanti.

Lorenzo Vinci : La MAG 4 di Torino

L'esperienza piemontese è piuttosto diversa. E' nata 7-8 anni fa da un gruppo di persone insoddisfatte dal nostro sistema economico; il tentativo era quello di dare una risposta creativa a questa insoddisfazione per creare qualcosa di diverso.
La caratteristica più qualificante della MAG piemontese è quella di nascere dal basso, nel senso che è una struttura che nasce da esigenze già presenti nel territorio. E' un modo di mettere insieme al-cune persone con progetti comuni, per perseguire lo scopo comune a tutte.
La diversità rispetto a Padova, per esempio, sta nel fatto che quella di Torino non è nata con un obiettivo specifico, come il commercio equo e solidale: i settori d'intervento vanno dalle cooperative di solidarietà sociale al recupero ambientale, dall'energia alternativa alle iniziative editoriali sul pacifismo e alle manifestazioni di questo genere.
La MAG di Torino funziona con la raccolta delle quote dai soci, i quali depositano i loro soldi perché la stessa MAG 4 le reimpieghi in alcuni settori che fanno capo alla caratteristica comune: agire in "no-profit". Ecco l'ideologia comune, che riguarda il reinvesti-mento degli utili nell'attività dell'impresa; in questo modo viene premiato il lavoro e non il capitale o la speculazione.
Le MAG hanno sempre puntato ad uno sviluppo il più possibile unitario. In questo periodo però si sono avute delle diversificazioni di obiettivi e delle incomprensioni, ma ciò non toglie che queste co-operative continuano il loro cammino comune, pur differenziandosi in prospettive.
Prendiamo ora in considerazione il concetto di sofferenza delle banche, ovvero il credito che solitamente le banche "profit" hanno difficoltà a riscuotere e il cui recupero è incerto. Nelle storie delle MAG italiane la sofferenza è a livello zero, mentre nelle altre banche ha raggiunto livelli eccessivi. Questo perché il credito è con-cesso a un tipo di strutture che anche se povere sono meglio organizzate; le MAG aiutano queste strutture in modo serio, consapevoli di ricevere il capitale a scadenza.
Il momento più importante dell'unione tra le MAG è la creazione della Banca Etica d'Italia. Gli impedimenti legislativi alle cooperative hanno provocato l'esigenza della creazione di questa nuova Banca Etica, etica come l'idea portante delle MAG, che comunque continueranno come strutture finanziarie semplici, organizzate democraticamente, seguendo gli stessi obiettivi dell'economia "no-profit". Sarà una nota positiva nel sistema finanziario-bancario nazionale in quanto si creerà qualcosa di nuovo e di costruttivo, evitando di essere complici di qualcosa di vecchio e negativo come è la situazione attuale.

APPROFONDIMENTI E CHIARIMENTI

Il progetto della Banca Etica

La situazione normativa attuale non è affatto semplice. Al momento la Ctm-MAG è un intermediario autorizzato e come tale può raccogliere risparmi e fare finanziamenti. Una circolare del CICR (Comitato Interministeriale di Credito e Risparmio) do-manda alla Banca d'Italia precise condizioni per l'attuazione di alcune operazioni, questo implica che le cooperative saranno im-possibilitate ad attuare ancora la raccolta dei risparmi. è pur vero che dalla situazione iniziale a quella di attuazione della circolare passeranno anni, ma in questo periodo tutte le cooperative si dovranno adeguare. Il periodo di sanatoria sarà il limite mas-simo per regolarizzare la propria posizione; in seguito, la Ctm-MAG avrà solo la funzione finanziatrice.
Per ovviare al problema della raccolta di risparmio si è costituita l'idea della Banca Etica, la quale appunto si occuperà della rac-colta dei risparmi dell'economia "no-profit", mentre le coopera-tive si interesseranno dei finanziamenti. Della Banca Etica non si hanno ancora certezze, in quanto lo statuto deve ancora essere approvato dalla Banca d'Italia. La Banca Etica non opererà con sportelli, ma farà capo ai punti di riferimento e alle antenne già presenti sul territorio. Il cliente usufrirà di un conto corrente e di un libretto degli assegni; il rapporto attuale cliente/Ctm-MAG avviene tramite uffici postali, perché più diffusi, e si lavora con un libretto di risparmio sul quale la valuta dei bonifici è calcolata in giornata. Le garanzie per i futuri clienti della Banca Etica sa-ranno le stesse offerte oggi ai soci e ai risparmiatori della Ctm-MAG.

La raccolta e l'erogazione del risparmio

Per entrare in rapporto con la Ctm-MAG è sufficiente compilare un modello (sono stati preparati in marzo i modelli nuovi) da inviare alla sede centrale di Padova insieme alla ricevuta del versamento sul conto corrente postale e all'indicazione della quota di capitale sociale che si intende sottoscrivere. In seguito si avrà comunicazione dell'avvenuto rapporto e si potranno versare periodicamente i risparmi.
Il tasso che le Ctm-MAG danno ai risparmiatori è del 6% lordo, ovvero il 5,25% netto in quanto la ritenuta fiscale è del 12,50% e non del 30% come in banca, e il tasso sui finanziamenti è del 10-10,50%. Grazie ai contributi dei soci si ha l'abbattimento dei tassi, e dal 10% si può scendere al 6-7%. Con alcune botteghe del Terzo Mondo il tasso è sceso fino al 2-3%.
Lo spirito che orienta le scelte nell'applicazione dei tassi d'inte-resse è di evitare qualsiasi presupposto di speculazione su en-trambi i fronti.
Quando è possibile, gli investitori possono toccare con mano l'opera frutto dei loro capitali, ma non sempre gli investimenti hanno riscontro immediato sul territorio e nel tempo; per questo alla base delle Ctm-MAG vi è una politica di trasparenza con i soci, ai quali viene spiegato dettagliatamente l'utilizzo del finanziamento. Spesso non è il Consiglio d'Amministrazione o l'Amministratore delegato di una Ctm-MAG a decidere quale situazione finanziare, ma la stessa assemblea dei soci. Questo passaggio di consultazione dei soci è tipico della MAG di Torino.
I finanziamenti non sono convogliati solo verso il commercio equo e solidale, ma anche verso interventi di solidarietà sociale. Questi finanziamenti sono concessi ad un tasso agevolato e gra-zie ai contributi dei risparmiatori si può avere anche l'abbatti-mento dei tassi d'interesse. Vi è la stessa attenzione per i finan-ziamenti delle botteghe del Terzo Mondo e delle zone disagiate del sud Italia. La MAG di Torino ha nei suoi progetti futuri proprio un aiuto al meridione; per il momento lavora nel territorio, perché lo stesso Piemonte sta attraversando un periodo difficile.

La sottoscrizione del capitale sociale

E' molto più vantaggioso per la solidità delle Ctm-MAG che, invece di investire risparmi, il cliente decida di sottoscrivere quote di capitale sociale. Se si è attratti da questo nuovo modo di fare economia e se si è fiduciosi nella sua riuscita, perché non acquistare capitale sociale e rendere sempre più meritevole di fiducia questa iniziativa? Il capitale sociale è capitale a rischio, le quote di risparmio no, ma il socio ha diritto di voto nelle assemblee, ha voce in capitolo sulle materie dei finanziamenti e conosce la gestione della struttura.

GLOSSARIO

Banca d'Italia: Organismo centrale italiano. Autorizza l'apertura di nuove banche, coordina e controlla tutte le banche nazionali.

Banca mista: La banca mista è caratterizzata dall'esercizio contemporaneo del credito a breve e di quello a medio/lungo termine da parte di banche che raccolgono fondi a breve termine.

Banca Mondiale: World Bank, organismo internazionale costituito al ter-mine della seconda guerra mondiale per favorire gli sforzi di ripresa postbellica della Nazioni. Oggi coordina le politiche di risanamento dei Paesi in via di svi-luppo.

Bilancia commerciale: Raccoglie i debiti e i crediti di una Nazione per ef-fetto delle importazioni e delle esportazioni dal-l'estero. Il suo saldo è positivo se le esportazioni superano le importazioni.

Breve termine: Si considerano a breve termine i crediti/debiti con scadenza entro l'anno, mentre sono a medio/lungo termine i crediti/debiti con scadenza maggiore di 12 mesi. Una buona gestione dell'impresa bancaria implica che i soldi raccolti a breve dalla banca (debiti) siano prestati a breve ai clienti (crediti).

Capitale a rischio: Il capitale del titolare dell'azienda. Se l'azienda va male, il capitale viene perso.

Capitale circolante: Un'impresa può acquistare beni a breve termine, capi-tale circolante, destinato ad essere consumato in un tempo limitato (ad es. le merci per la produzione), oppure immobilizzazioni, destinate a rimanere a lungo in funzione (fabbricati, impianti, macchinari, automezzi...).

Cartello interbancario: Accordo generale tra le banche che fissa le condi-zioni minime e massime da applicare ai clienti.

Costi di struttura: Sono i costi legati al fabbricato in cui ha sede la banca e alle diverse risorse tecnologiche di cui essa dispone.

Fido: Il fido bancario è la misura globale di credito che la banca ritiene di poter concedere ad un cliente. Chiedere finanziamento sotto forma di fido significa chiedere credito alla banca. Il fido di conto corrente permette all'azienda di andare "in rosso", cioè in negativo, sul pro-prio conto corrente.

Fondo Monetario Internazionale: Altro organismo sorto al termine della seconda guerra mondiale, si occupa degli equilibri/squilibri di liquidità delle singole Nazioni.

Forbice: Differenza tra il tasso che la banca concede ai depositanti (tasso passivo) e quello che pretende dai suoi clienti (tasso attivo).

GATT: General Agreement on Tarifs and Trade. E' l'accordo generale sulle tariffe e sul commercio internazionale. Si basa su una serie di in-contri periodici (Rounds) nei quali i diversi Stati disciplinano le tariffe di importazione ed esportazione dei singoli prodotti. E' a ragione ritenuto un centro vitale di controllo della ricchezza dei Paesi della Terra.

Immobilizzazioni: Vedi "capitale circolante".

Isole fiscali: Località caratterizzate da regimi fiscali particolarmente acco-modanti e leggeri.

Ministeri finanziari: I ministeri del Tesoro, del Bilancio e delle Finanze.

Oligopolio: Sistema di mercato nel quale l'offerta di un bene o servizio è accentrata in poche grosse imprese, mentre la domanda è di-visa tra numerosi compratori.

Parabancario: Il settore del parabancario raccoglie quelle attività di servi-zio e finanziamento alle imprese che non sono caratteristi-che della banca, ma che si sono sviluppate in parallelo alle sue funzioni (ad es. leasing e factoring).

Prodotto Nazionale Lordo: Insieme dei beni e dei servizi prodotti in un Paese in un certo periodo; sinteticamente si potrebbe definire la ricchezza prodotta dal Paese.

Raccolta dei fondi: Si riferisce a depositi fatti da clienti, che dovranno es-sere restituiti a loro richiesta; è un debito per la banca.

Sconfinare: Si dice degli assegni emessi per un valore superiore alle di-sponibilità giacenti sul conto corrente bancario.

Top rate: Tasso massimo applicato ai clienti.

Ufficio Italiano Cambi: Si occupa delle transazioni monetarie tra Italia ed estero.

INDICE

Prefazione pag. 5

Enzo Cattaneo
Le banche nell'attuale sistema economico 9

1. Origini ed evoluzione del sistema bancario 9

2. Attività e funzioni della banca 11
2.1. Natura della banca 11
2.2. Attività collegate 11
2.3. Funzioni sociali della banca 12
2.4. La promozione dell'attività imprenditoriale 12
2.5. L'erogazione del credito 13
2.6. I criteri dell'erogazione del credito 14

3. Organizzazione attuale del sistema bancario italiano 15
3.1. La crisi economica del 1929 15
3.2. Il sistema della banca mista 16
3.3. Il sistema protetto italiano 17
3.4. Dalla banca-istituzione alla banca-impresa 18

4. Gestione della banca 20

Dibattito 22


Gianni Caligaris
Primato dei dividendi o primato dell'etica? 31

1. Nel sistema della banca-impresa 32

2. Il problema: la banca e l'etica 32
2.1. L'autosufficienza dell'etica bancaria 33
2.2. La banca e il diritto 35
2.2.1. Criteri nell'erogazione del credito 36
2.2.2. Il segreto bancario 37
2.2.3. La raccolta di capitali 38
2.3. La banca senza leggi 39
2.3.1. Nel sistema impostato sulle regole del
mercato 40
2.3.2. Rapporti con i clienti 41
2.3.3. Differenziazione dei servizi 42
2.4. La banca fuori dalle leggi 45
2.4.1. C'è banchiere e banchiere 45
2.4.2. L'evasione fiscale 46

3. Una banca etica? 47
3.1. Ribaltare il problema 47
3.2. Il ruolo del cliente 48
3.3. I Fondi Comuni Etici 49
3.4. Un compito civile 51

Dibattito 53



Fabio Salviato, Nicola Fumagalli, Lorenzo Vinci
Le MAG 57

1. Un modello di sviluppo da cambiare 57
1.1. Chi guida questo sistema 58
1.2. Il Terzo Mondo e noi 59
1.3. Il potere del risparmiatore 60

2. Le MAG 61
2.1. La Ctm-MAG 61
2.1.1. Finanziare i produttori 62
2.1.2. Importanza dell'organizzazione 62
2.1.3. Le prospettive future 63
2.1.4. Struttura e funzionamento della
Ctm-MAG 65
2.1.5. I punti di riferimento 66
2.1.6. La MAG 4 di Torino 68

Approfondimenti e chiarimenti 70
Il progetto della Banca Etica 70
La raccolta e l'erogazione del risparmio 70
La sottoscrizione del capitale sociale 72


Glossario 73

Indice 76