ragazzi violenti / quelli delle baby gang

Un pò per rabbia e un pò per coca

colloquio con don Gino Rigoldi - di Roberto Di Caro    in L'Espresso 20 gennaio 2000

Rapinano, violentano, minacciano. Per la droga. 0 per provocare i genitori ...
Uno che li conosce dice tutto sui giovani delle bande
Legga questo titolo: "La procura utilizzerà gli psicologi per curare le baby gang". Che novità è? Quando beccano un ragazzo, al centro di prima accoglienza trova lo psicologo, e cosi al servizio sociale cui spesso viene affidato, e di nuovo in carcere, se è li che va a finire. Gli educatori, invece." Quelli che dovrebbero occuparsi della prevenzione primaria? Spariti. Nel nuovo Piano socioassistenziale della Regione Lombardia non se ne fa più cenno. Risparmiano sulla prevenzione. Così gettano vite e quattrini...».
Teppistelli e baby-gangster ne ha conosciuti a iosa, don Gino Rigoldi. Del “Beccaria" è infatti il cappellano, ed è anche presidente di “Comunità Nuova”, associazione cattolica che si occupa di minori a rischio e di tossicodipendenti, opera nelle scuole, ha due comunità, un centro sociale a Baggio, da poco anche una birreria in zona Barona, periferia milanese.
Quanto ai tagli nella prevenzione, meno di tempista di così non poteva essere la Regione. Tra fine dicembre e inizio gennaio, a Milano, nove ragazzini respinti a una festa picchiano un coetaneo per strada, altri due 14enni fanno lo stesso per rubare soldi e telefonino, altri otto rapinano due turisti in piazza Castello; nell’hinterland, a Rho, due ragazze di 14 e 17 anni aggrediscono e rapinano un settantenne; e casi analoghi sono avvenuti a Mantova, Genova, Napoli... Baby gang, le chiamano.

Come si fa a prevenire, don Gino?

«Noi “Comunità Nuova" lo facciamo: gruppi di educatori vanno nelle piazze, nei bar, nei cortili delle case popolari, ovunque si riuniscono i ragazzi. Parliamo con loro, organizziamo giochi, sport, musica, li aiutiamo a scuola o a inserirsi nel lavoro».

Chi sono i ragazzi delle baby-gang? E cosa li muove?

«Non vengono solo da famiglie povere, né abitano soltanto nelle periferie degradate delle città. Sono di vari tipi».

Quali?

«Alcuni hanno il mito delle grandi imprese, di essere forti, di affermare la loro superiorità. Di esercitare il potere, insomma. Molti atti di sopraffazione, anche nelle scuole, nascono da questa molla di fondo, al di là della voglia di telefonino o di scarpe firmate».

Il tipo numero due?

«Beh, quello legato invece direttamente al possesso degli oggetti, come se fosse una questione di vita o di morte. L'universo giovanile, cosi trascurato da chi dovrebbe educare, è invece attentamente coltivato dal commercio e dalla pubblicità: e molte famiglie, invece di fare da contrappeso, finiscono per accondiscendere a ogni mito e moda».

Quali altre molle spingono i ragazzi delle baby gang?

«La rabbia dentro. Sono i casi più semplici da spiegare e più difficili da risolvere. Sono anche i più violenti. Poveri, in genere. Esclusi dalla grande abbuffata che i media spacciano come a portata di tutti. Si sentono come un altro popolo rispetto ai loro stessi compagni di classe. E pensano di avere il diritto di prendersi con la forza ciò che gli altri hanno e loro no». Logica sul filo della patologia. «Più patologici sono i casi in cui il messaggio, attraverso l'atto violento, è “guardate che io sono cattivo, dunque smettete di aspettarvi grandi cose da me”. Figli unici, spesso, di famiglie abbienti, spezzano cosi il circolo opprimente delle esagerate aspettative che padri e madri caricano su di loro». Ora è lei che si rifugia nella psicologia. «Ah, vuole spiegazioni più spicce? Beh, una c'è: la cocaina. Milano ne è invasa, e così molte altre città. La coca costa: 60-70 mila lire al grammo, la metà di un anno fa ma pur sempre una bella cifra per un adolescente. E un disastro per la sua psicologia. Provoca in lui euforia, iperattività, aggressività, sensazione di onnipotenza. Moltiplica all'inizio le sue abilità, al prezzo di depressione, deperimento fisico, confusione, fino allo squilibrio mentale».

Comunque minoranza, questi ragazzi delle baby gang, oppure punte appena più visibili di una condizione di indifferenza e apatia assai più diffusa tra gli adolescenti del 2000?

«Io in tre anni ho visto ottomila ragazzi nelle scuole superiori della Lombardia. La maggior parte cerca una strada, si mette in discussione, ha voglia di fare cose belle nella vita. Ma crescere è un’impresa complicata. Non si diventa grandi col fai-da-te. Servono interlocutori, luoghi di ascolto, spazi di azione. E non ci sono».


Geminello Alvi

Ineducati, quindi ciechi

Le dovizie luccicanti dei giorni di festa hanno eccitato gang di ragazzini, non solo a Milano, a bravate malavitose. Cesta di gravità diversa, eppure non imputabili alla povertà: ché i giovani prepotenti rincasavano poi anche in famiglie benestanti o ricche. Tantomeno a muoverli a rapinare, minacciare, picchiare, è stato un movente d'odio razziale o ideologico, Né il bisogno, né la politica servono dunque a capire. Gli eventi sono di quelli non riducibili a un alibi, sintomi puri di volgarità morale.

Una persona perbene che ripensi a sé ragazzino: agli insulti che si dovevano patire o infiiggere, dovrebbe ancora sentirne fastidio; e sollievo, ripensando al momento in cui ci si liberava dai do-veri del branco. Momento in cui non s'è deriso il più debole, anzi lo s’è protetto o gli si è taciuto un dolore. Nobile inizio d'un mondo morale, codificazione che circoscriveva gli arbitrii o la violenza. Da dove nasceva' Dall'indole d'ognuno, non v'è dubbio. Ma pure dal fatto che certe regole di buona educazione fino ad allora solo subite, agivano salutarmente, inattese. A casa ci s'aspettava per mangiare insieme; la gente salutandosi si toccava il cappello; a un vecchio si doveva cedere il posto; la domenica c'era il vestito della festa: erano le leggi del riguardo per l’aitro. Le leggi della buona educazione patite e reiterate. Le più fondamenti per il vivere sociale; perché senza di esse, è come non avere gli occhi per vedere l’altro. E un ragazzino in effetti sovente non li ha, è selvaggio, e per nulla buono. Come dimostrano le gesta recenti.

I ragazzini vanno trattati come tali e i pantaloni corti servivano a distinguerli. Oggi a tre anni sono trattati come ometti in miniatura; lasciati a pascolare davanti alla tv; dargli uno scappellotto diventa un affare legale; nei bus sono i vecchi a rimanere in piedi accanto ai nipoti seduti. E per i vestiti è sempre festa. E che vestiti: giubbe degne dei ghetti neri; catene e orecchini e tatuaggi, segni da sempre propri degli sbandati e scarpe larghe da galeotti. Abiti adatti alle gesta violente dei finti eroi dei videogiochi e dei film: archetipi della maleducazione in atto. Ed ecco il figlio del borghese di Milano, che si aggrega a una gang, come nei film americani. Un esito che proviene filosoficamente dalle ingenuità settecentesche, del buon selvaggio. I selvaggi buoni non esistono. Solo un'educazione che disciplini i ragazzini, trattandoli con sistema per tali, serve a qualcosa, e, prima o poi, gli prepara gli occhi per accorgersi, e rispettare l'altro.