Il diario-denuncia di un ex-militare della Folgore

«La mia vita violenta tra i para'»

in "Avvenimenti" n.210 del 31.08.1999

"Il sottufficiale mi disse che partiva per la Somalia "per poter uccidere"". "Nel refettorio i parà tornati dalla missione parlavano orgogliosi di stupri e pestaggi". "Il comandante di reggimento voleva la mano a paletta come nel vero saluto fascista". "Ogni pompata prevedeva calci e pugni". Un ex-parà racconta in un diario la sconvolgente violenza in una caserma della Folgore

Ore 6.30: sveglia

"Sveglia, porco d... (bestemmia)! Sveglia, d... porco (bestemmia)! Giù dalle brande, cani morti!", urla a squarciagola il caporale di giornata mentre corre come un forsennato per le camerate. Sul sottofondo musicale di "Smells like teen spirit" dei Nirvana il furiere di turno annuncia all'altoparlante l'inizio di un nuovo giorno di caserma. È il mio centoquarantaduesimo. Duecentoventitrè "all'alba". Sono quasi congelato: non riesco ancora ad abituarmi a dormire con le finestre aperte. Dicono che così diventeremo più massicci ... ma siamo nel mese di febbraio, e Siena non è certo una delle città più calde d'Italia. Mi accendo la prima sigaretta della giornata. Mi alzo e mi avvio verso il bagno. Ho 15 minuti per lavarmi, sbarbarmi e vestirmi prima di andare a fare la corsa e la ginnastica con tutti gli altri. Mi guardo allo specchio. Non mi farò crescere il pizzetto quando diventerò anziano. Sembro già abbastanza brutto e cattivo così. Il mio "taglio tattico" per ora può bastare.
Mentre corro accendo la seconda sigaretta della giornata.

Ore 7.15-7.45: colazione

Gli altri sono andati a fare colazione. Sono rimasto in cameretta con tutto il resto della squadra a cui appartengo. Visto che potevamo scegliere abbiamo preferito approfittare di questo lasso di tempo per mettere a posto la roba per il lancio di domani. Dobbiamo essere perfetti, la settimana prossima tre di noi devono andare in licenza: non possiamo rischiare alcuna punizione1. Se sbaglia uno pagano tutti. Mentre preparo lo zaino penso al lancio di domani: ho dei brutti presentimenti. Forse, però, è normale paura. Faccio finta di niente e continuo i miei preparativi mentre Lazzaro, il caporale che comanda la squadra NBC - quella di cui faccio parte - fa pompare e picchia gli ultimi due arrivati in squadra. Dice che vuole farne due veri paracadutisti, "massicci e incazzati". Oggi per loro è un grande giorno, questo pomeriggio ci sarà la loro iniziazione.

Ore 8.00-9.30: alzabandiera

Parte inesorabile il rituale fascista di ogni giorno. Inno nazionale cantato obbligatoriamente a squarciagola, alzabandiera, recitazione a memoria della motivazione della decorazione conferita alla bandiera di guerra del 186 Reggimento Paracadutisti Folgore, discorso del comandante del reggimento (il suo nome era Enrico Celentano), come sempre nostalgico e inneggiante ai "tempi che furono" (a questo proposito voglio ricordare il tatuaggio sul petto del comandante della mia compagnia: la testa del duce. Non erano rare neppure le svastiche tatuate sulle braccia dei paracadutisti). Ma oggi sta succedendo qualcosa di particolare. Il comandante di reggimento blocca la usuale numerazione delle file che si fa per preparare lo schieramento per la lezione di autodifesa. Qualcosa è andato storto. È il caporale Gattullo, uno dei prossimi al congedo, che ha numerato la propria fila in modo non corretto. Ha alzato il braccio con mano a paletta ma messa di taglio. Mentre il comandante di reggimento, si sa, vuole la mano a paletta con palmo rivolto verso l'esterno come un vero saluto fascista. Il comandante di reggimento lo invita a raggiungerlo nel suo ufficio alla fine dell'alzabandiera. Sappiamo tutti che la punizione sarà esemplare e ben camuffata come trasgressione di altre regole. Il rituale dell'alzabandiera finisce ed io accendo una sigaretta.

Ore 9.30-11.45: attività addestrativa

La mattinata addestrativa inizia con la solita corsa di sei chilometri in giro per Siena. Poi un'ora di palestra: pesi e autodifesa. Gli ultimi arrivati sembrano abbastanza in forma. Marco è un romano di 19 anni che faceva il meccanico d'auto prima di partire per il servizio di leva. Ha forse qualche chilo di troppo ma si muove bene e sembra sopportare altrettanto bene la fatica. Nevio è di Belluno. Ha 20 anni e faceva il buttafuori nelle discoteche. Ha un fisico asciutto e roccioso. Non è molto alto, ma si vede subito che darà delle belle soddisfazioni alla nostra squadra. Stamattina dopo che Lazzaro lo ha fatto pompare è andato subito allo specchio per guardare con orgoglio i lividi che il suo anziano gli aveva fatto a calci sulla schiena.

Ore 12.00: pranzo

Il caporale di giornata dopo avere inquadrato la compagnia ci porta marciando al refettorio. Il canto di oggi è "Come folgore dal cielo". Arrivati a una ventina di metri dalla porta del refettorio ci ritroviamo di fianco all'Undicesima Peste anch'essa in marcia. Nella manovra di avvicinamento ce la troviamo di fronte e nessuno dei due caporali di giornata che guidano le rispettive compagnie accenna a cambiare direzione. Ci incrociamo ed è lo scontro. Volano calci e pugni. Si sa, nessuno può passare impunemente tra i ranghi di una compagnia in marcia. E tutti sappiamo di non rischiare alcuna punizione per quello che sta accadendo. I quadri dei paracadutisti guardano con benevolenza questi sfoghi, anche violenti, simbolo manifesto di un sano spirito competitivo tra le diverse compagnie.

Entro al refettorio con Lazzaro e lui mi invita a sedermi al tavolo degli anziani. Non mi sarebbe permesso ma lui è uno di quelli appena tornati dalla Somalia ed è molto rispettato. Siedo al tavolo con Lazzaro e gli altri "somali", interessato ai loro racconti da "reduci". Di fronte a me c'è il paracadutista Chitarrini. È piccolo, tozzo e ha lo sguardo cattivo. Si dice che sia stato uno di quelli che ha ucciso di più in Somalia. Lazzaro inizia a raccontare dei pattugliamenti notturni fatti dalla squadra NBC in Somalia. Racconta della sensazione di paura che aveva prima di uscire dall'accampamento e di come quella sensazione gli scomparisse per incanto dopo avere inserito il colpo in canna al suo SCP 70/902 e avere acceso lo spinello di rito (nonostante il regolamento sia severissimo contro chi fa uso di droghe, anche leggere, durante le missioni all'estero c'è un forte permissivismo per l'uso di hashish e maryuana, sostanze notoriamente disinibenti). Racconta che quando dovevano posteggiare l'RVM per l'appostamento in una zona buia, prima sparavano per "fare pulizia", poi andavano ad appostarsi. Poco importava se così rischiavano di colpire dei civili inermi. Parlano con orgoglio di stupri e di pestaggi fatti per rappresaglia nei confronti della popolazione nemica, composta sostanzialmente da "sporchi negri". Non mi stupisce il loro manifesto razzismo nei confronti della popolazione che, almeno in teoria, erano andati ad aiutare. È da tempo che mi preparo e addestro per partire per la Somalia, e tutti i discorsi che ho sentito fare ai miei "commilitoni" e agli ufficiali sulla popolazione somala sono sempre stati nei termini di un profondo disprezzo per i somali. Quando chiesi a un sottufficiale perché volesse partire per una "missione di pace" in favore di un popolo che odiava, mi rispose che lo faceva per soldi e anche "per poterne uccidere qualcuno".

Tutti al tavolo hanno sguardi eccitati e orgogliosi nel raccontare le proprie esperienze somale. Tutti meno uno. Lazzaro sembra assente, nel vuoto di uno sguardo profondamente triste. Forse inizio a capirlo. Forse inizio a capire il perché di quei continui incubi che lo portano a lamentarsi quasi tutte le notti da quando è tornato dalla Somalia.
Finito il pranzo usciamo mestamente dal refettorio, ognuno diretto verso la propria compagnia. Mi accendo una sigaretta.

Ore 13.30-16.30: attività addestrativa

Ci sediamo per terra e iniziamo il controllo del materiale che domani dovremo portare al lancio e poi in pattuglia. Lazzaro nel mentre dà il via alla "iniziazione" dei due allievi ultimi arrivati. Dopo avergli fatto indossare la tuta ignifuga e la maschera NBC 583, ordina ai due di iniziare a correre attorno al perimetro del campetto. È una prova dura che finirà solo quando Lazzaro sarà soddisfatto. Dopo trenta minuti circa Claudio inizia a barcollare. Le lenti della sua maschera sono completamente appannate. Lazzaro da loro l'ordine di pompare, e i due si gettano a terra con le ultime forze rimaste. Iniziano il rituale della pompata con Lazzaro sempre pronto a picchiare con violenti calci chi prova a fermarsi. Continuano così per altri venti minuti circa. Poi Lazzaro dà il "ritto". I due si tolgono la maschera e si sdraiano per terra stremati. Hanno superato la prova dell'iniziazione nella squadra NBC. Diventeranno dei paracadutisti massicci. Dopo avere controllato per l'ultima volta il materiale, facciamo una pompata di gruppo di circa mezz'ora. Il morale è alto ma abbiamo bisogno di caricarci un altro po'. Domani c'è il lancio e siamo in molti ad avere paura. All'ultimo lancio di gennaio c'è stato un morto oltre a diversi infortuni.

Ore 17-18: preparativi prima della "libera uscita"

Dopo una rapida doccia, mi vesto e "faccio" la branda per la notte. Dormo nella branda di sopra. Sotto di me c'è il paracadutista Casetti. È pensieroso come sempre. Ricordo il giorno in cui, disperato perché gli avevano "tagliato" la licenza per andare a casa, decise di rompersi il dito di un piede. Ricordo il suo sguardo determinato. Iniziò a dare calci all'armadietto di ferro finché il dolore non fu così forte che dovette fermarsi dopo un urlo liberatorio. Si ruppe l'alluce del piede destro. Fu così che poté andare a casa in convalescenza. Da quando è tornato però è sempre più triste. Gli chiedo se ha da prestarmi qualche "porno". "La caduta" e "Lo straniero" di Camus, "La morte nell'anima" e "La nausea" di Sartre sono ormai dimenticati nei meandri più profondi del mio armadietto e della mia mente, sommersi dai vestiti e dalla mia rabbia. Oggi anelo di leggere fumetti porno come "Corna vissute" e "Il camionista". Ho bisogno di ridere senza pensare. Voglio ridere di me e di quello che sto vivendo.

Ho mezz'ora di tempo prima della libera uscita. Decido di andare a rapporto dal capitano Ducito, comandante della compagnia Sorci Verdi per chiedergli una licenza. Sono più di due mesi che non vado a casa. Il comandante Ducito, detto il "Dux" per le sue manifeste idee politiche e per il fatto che porta la testa di Benito tatuata sul petto, è un uomo di quaranta anni che vive in caserma con la moglie e il figlio di cinque anni. Il "Dux" è palermitano come me. Ricordo quella volta che montavo di guardia alla polveriera a pochi metri dalla sua abitazione. Erano le sei del pomeriggio e il bambino girava spensierato con la sua biciclettina nel piccolo spiazzo davanti casa. Ad un tratto vidi il bambino perdere il controllo del piccolo mezzo e cadere sull'asfalto della caserma. Iniziò il pianto di dolore. La porta di casa si aprì e il "Dux" corse in pantofole in soccorso del figlioletto. Ero quasi contento di vedere una scena di "normalità" familiare in quella vita di caserma ai confini della razionalità, quando mi accorsi che le parole del "Dux" nei confronti del figlioletto ferito non erano di comprensione e di conforto per ciò che era appena accaduto. Il "Dux" gridava al figlio che non doveva piangere perché altrimenti non sarebbe mai diventato un vero paracadutista. "Un vero paracadutista sopporta il dolore in silenzio", urlava.

Ore 18-23: libera uscita

Scendo in cameretta NBC e mi tolgo la "mimetica" per indossare gli abiti "civili". Accendo una sigaretta nell'attesa che arrivi il momento della libera uscita. La voce del furiere scandisce all'altoparlante i nomi dei paracadutisti in punizione Dalla cameretta accanto, intanto, sento le urla e i lamenti usuali segno distintivo di una pompata punitiva. Sono con il gruppo dei "palermitani". Ho bisogno di sentirmi un po' a casa almeno quando sono in libera uscita. Siamo cinque. Tutti i miei compagni palermitani di libera uscita hanno incarichi di caserma diversi: Franco: furiere; Andrea: cuciniere; Piero: autista; Tonino: meccanico.

Tonino è su di giri. Domani torna a casa per una settimana. Il suo soprannome è "Schi", perché fra gli altri, ha il tic di dire "schi" ogni due tre parole. Tonino dice che prima del servizio militare non aveva nessun tic, ma in seguito alle botte prese dopo il suo rifiuto a partire per la Somalia aveva ricevuto "in regalo" tanti tic compreso questo "schi". Facciamo il solito giro per la piazza del Campo prima di raggiungere la solita ultima tappa: il "Re Artù", il pub dove andiamo a bere la sera prima dei lanci.

Ore 23.00: contrappello

Dalle camerette vicine all'entrata principale arriva voce che don Gianni gira controllando gli armadietti per sequestrare giornaletti porno. Don Gianni è il cappellano militare. È un tipo strano, non sono mai riuscito ad inquadrarlo. Veste la mimetica come noi con il brevetto da paracadutista in bell'evidenza. È da un po' che non mi saluta neanche. Da quella volta che radunò tutta la compagnia nella sala grande. Era un periodo "caldo": si parlava della imminente partenza di un altro contingente per la Somalia. Io ero nella lista dei partenti e speravo che il cappellano ci avesse radunato con l'intento di accompagnarci spiritualmente in quel momento così particolare. Ricordo la mia delusione quando lesse l'ordine del giorno di quella riunione. Non riuscii a trattenermi ed intervenni. Gli chiesi pubblicamente se non fosse il caso di parlare della morte o di che significa uccidere un uomo per la patria o per una missione umanitaria che fosse, piuttosto che parlarci delle bestemmie e della masturbazione. Il cappellano mi rispose che doveva attenersi strettamente alla circolare che aveva ricevuto. Il furiere annuncia all'altoparlante l'inizio del contrappello. Ci infiliamo tutti sotto le coperte mentre Lazzaro si aggiusta la divisa. Il caporale di giornata passa col furiere a controllare le presenze e la pulizia delle camerate. Si spengono le luci. È stata trovata della polvere sotto l'armadietto di Claudio. Lazzaro ordina agli ultimi arrivati di pompare. Sento nel buio il fiatone e i lamenti di Nevio e Claudio mentre pompano e vengono picchiati. Non riesco a dormire ma almeno è finito un altro giorno.
Duecentoventidue all'alba. Mi accendo una sigaretta.

"Paracadutista ... per tutta la vita"

Il giorno del congedo il comandante Ducito mi salutò dicendomi: "Addio, Barnao. Si ricordi che paracadutisti si rimane tutta la vita". Quando, alcuni mesi dopo la fine del servizio militare, iniziai ad avere notizie da parte di ex commilitoni che dicevano di essere stati contattati da organizzazioni paramilitari di estrema destra, stentavo a crederci. Mi sembrava così strano che anche durante la nostra tanto desiderata "vita da civili" qualcuno di quel lontano sistema potesse ancora sperare di coinvolgerci in quelle logiche tanto assurde. Ma forse mi sbagliavo. Personalmente non ho mai ricevuto delle proposte "esplicite", come quelle ricevute da alcuni ex commilitoni. Nel dicembre del '96 mi arrivò una lettera dell'Associazione nazionale Paracadutisti d'Italia che mi invitava ad iscrivermi per poter partecipare oltre che "alle attività ricreative anche a quelle addestrative", rassicurandomi che avrei potuto "continuare a vivere quelle emozioni e sensazioni che solamente chi è stato paracadutista militare può riconoscere ed apprezzare".


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ESERCITO - La maggior parte degli episodi denunciati nel '98 sono avvenuti nell'Esercito, che del resto conta molti più uomini delle altre Forze armate. Segue l'Areonautica con ventitré denunce e la Marina, con dieci (fonte: ministero della Difesa).

Denunce - Il numero delle denunce di atti di nonnismo presentate nelle caserme dal 1993 al 1998. Il grande balzo in avanti del 1998, secondo l'Osservatorio sul nonnismo istituito dallo Stato Maggiore della Difesa, è dipeso più che da una crescita del fenomeno, dal fatto che negli ambienti militari c'è stato un maggiore interesse nei confronti del "nonnismo" e da parte delle reclute maggiore coraggio nel denunciare le violenze (fonte: ministero della Difesa). Sotto. Alcuni titoli di quotidiani a proposito di episodi di violenza nelle caserme italiane.