La relazione annuale sul commercio di armi
Le esportazioni sono calate del 36%, fermandosi a 1658 miliardi. Alcune banche si stanno sfilando da questi affari. Ma ci sono business che sfuggono al Parlamento.

C'E' MENO ITALIA NELLE GUERRE DEL MONDO

di Barbara Fabiani
in "VITA - non profit magazine" del 25 maggio 2001
Dopo l’abbuffata del 1999, il commercio italiano delle armi si mette a dieta. L’ottima notizia viene dalla Relazione annuale sull’export di armi, introdotta dalla legge 185/90 che, tirando le somme per il 2000, dice che abbiamo esportato materiale militare per 1658 miliardi, il 36% in meno dell’anno precedente.

Secondo la Relazione, redatta dai ministeri dell’Interno, delle Finanze, del Tesoro e degli Esteri, chiusa la parentesi del 1999 - quando una commessa di 1247 miliardi di apparati elettronici per aerei verso gli Emirati Arabi aveva fatto schizzare il valore dell’export a 2596 miliardi - con il 2000 l’Italia torna ai livelli normali, anzi scende lievemente al di sotto della sua media di esportazioni negli ultimi dieci anni (1862 miliardi).

Anche per il 2000 la maggioranza dei destinatari sono tra i cosiddetti Paesi terzi (non dell’Unione europea e non alleati del patto atlantico) ai quali è arrivato materiale per il 68% del valore complessivo. In testa il Sud Africa (con il 30% delle esportazioni), segnalando cosi una ripresa della vendita verso i Paesi dell’Africa meridionale e centrale: nell’elenco infatti troviamo anche la Nigeria (4,6%). Seconda tra i nostri clienti c’è la Romania (11% dell’export) che tra i Paesi dell’Europa centro orientale prende il posto che nel’99 era sparo della Bulgaria.

Quello orientale negli ultimi anni è uno degli orizzonti più in espansione per l’industria bellica made in Italy. Il relativo calo di tensione tra India e Pakistan ha comportato una ripresa delle esportazioni ai due Paesi che erano state ridotte (ma non completamente sospese) nel 1999 poiché la legge 185/90 vieta la vendita di materiale bellico a nazioni in conflitto. Dall’Italia l’India ha fatto acquisti bellici per circa 149 miliardi, meritandosi un quarto posto nella lista, mentre il Pakistan ha speso 31 miliardi. Tra gli avventori più affezionati ritroviamo la Turchia (5% dell’export), malgrado le proteste di Amnesty International che da anni denuncia l’utilizzo di elicotteri Augusta per le azioni di repressione militare sui villaggi curdi. La legge vieterebbe il commercio di armi con Paesi che violano i diritti umani, ma di fatto si esercita un certo potere discrezionale per la Turchia che, essendo un membro della Nato, è autorizzata ad acquistare armi dai propri alleati.

«Malgrado il buon impianto della legge», commenta Francesco Terreri, esperto dell’Osservatorio sul commercio delle armi dell’Ires di Firenze, «non si è riusciti in questi dieci anni di applicazione a fare in modo che la relazione annuale contenesse assunzioni di responsabilità politica e non solo valutazioni commerciali, e ciò indipendentemente dagli schieramenti di governo che si sono succeduti».

Ma nelle tasche di chi sono andati questi 1658 miliardi di export? La parte del leone l’ha fatta la Agusta con 582 mld (35% del to-tale dell’esportazione); segue la Marconi Mobile Spa con 215 mld, Finmeccanica con 185 mld, Simmel Difesa con 130 mld e Mid con 93 mld, per citare le prime cinque aziende con i maggiori introiti tra le 43 che hanno partecipato al business. A sostenere le imprese come intermediari ci sono naturalmente le banche. Il Banco di Sicilia ha appoggiato la transazione a favore di Agusta; la Banca di Roma non ha lesinato l’impegno visto che, va detto, è anche proprietaria del gruppo che include il Banco di Sicilia; centinaia di miliardi di questo commercio sono passati poi per Banca commerciale italiana, Credito italiano e Banca nazionale del Lavoro. Mentre Unicredito, coerentemente al suo annuncio dello scorso dicembre di rinunciare a questo tipo di transazioni, segna zero per le nuove autorizzazioni e così sarà presto anche per le sue affiliate.

«Il panorama complessivo è di relativa stabilità», tira le conclusioni Terreri, «anche se nella seconda metà degli anni ’90 c’è stato un incremento delle esportazioni rispetto ai primi anni di applicazioni delle legge, prima cioè che alcuni regolamenti applicativi rendessero i controlli un pò meno stringenti. Comunque ormai siamo lontani dalla “cuccagna” degli anni ’80, quando le esportazioni arrivarono anche a 4mila miliardi».

Quasi il 40% delle esportazioni delle armi italiane finisce in Africa

Ma le armi transnazionali sono fuori controllo

Gli accordi produttivi tra nazioni europee sfuggono al controllo del Parlamento. Un buco non da poco: il 50% delle esportazioni italiane è proprio a quella voce
Un fucile a pompa che con un colpo apre una finestra in un muro è o non è un arma da guerra? E le armi di precisione utilizzate dai cecchini? A quanto pare, non lo sono. Infatti la legge 185/90 che richiede una relazione annuale al Parlamento riguarda solo il commercio di armi a «prevalente uso militare»; ma fucili, mitragliette, pistole, sono considerate «a uso civile» e non rientrano nei meccanismi di della legge che prevede anche la possibilità (mai accaduta) di un intervento parlamentare.

Per rintracciare questo tipo di esportazioni bisogna immergersi nei dati Istat sul commercio estero, caratterizzati da una serie infinita di codici di produzione tra i quali riconoscere quelli dei «prodotti da sparo» e relativi componenti. Possiamo quindi dire che il successo commerciale italiano più eclatante non è la pizza ma la pistola Beretta FS92 che viene impugnata ovunque nel mondo. Dagli ultimi dati disponibili, relativi al 1998, sappiamo che l’Italia ha esportato circa 600 miliardi di armi leggere. Clienti d’oro sono gli Stati Uniti, ma anche i corpi di polizia di altri stati (tra cui Perù, Filippine e Colombia) fino alle milizie private dei magnati russi.

Altro commercio che resta fuori dai capitoli della relazione annuale sono le cosiddette coproduzioni europee, cioè i programmi di realizzazione di armamenti che coinvolgono più partner europei. Tra questi i piu importanti come l’Eurofighter e quello dell’elicottero NH90 sono stati esclusi dalla relazione. Una lacuna importante, se si pensa che le coproduzioni in ambito europeo coprono circa il 50% delle esportazioni italiane.

Inoltre nel mercato delle armi non si vendono solo prodotti finiti o pezzi di ricambio: molto richieste sono anche le licenze di fabbricazione. Racconta Emilio Emmolo, ricercatore di Amnesty International, anticipando i contenuti di un rapporto sulle armi leggere di prossima pubblicazione: «All’inizio di quest’anno l’azienda tedesca Fritz Werner ha vinto l’appalto per la costruzione di uno stabilimento in Turchia per produrre fucili d’assalto. L’affare ha coinvolto un’azienda francese, la Manurhin, la belga New Lachaussee e un’azienda italiana non identificata da cui sarebbe stato acquistato uno dei brevetti per la produzione della munizioni». Secondo Amnesty il mercato rischia di diventare meno trasparente con la costruzione di un «mercato comune europeo degli armamenti», sostenuto da tutti i governi. A questo scopo è in via di ratifica anche in Italia l’Accordo quadro, stretto lo scorso 26 luglio dai ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia, Regno unito, Spagna e Svezia, per favorire l’integrazione dei rispettivi mercati della difesa, a cui si aggiunge la costituzione dell’Occar, un organismo voluto da Italia, Francia, Germania e Regno unito e che rappresenta l’embrione di una futura agenzia europea degli armamenti.

«Il rischio è che con questo tipo di accordi transnazionali si scavalchi la possibilità di controllo contenuta nella nostra legge, che è tra le più evolute in materia», avverte Marida Villa, responsabile del coordinamento sulle armi di Amnesty. «Inoltre all’Occar è stata data personalità giuridica: potrà cioè siglare accordi e contratti senza passare mai per alcuna commissione parlamentare».
primi dieci Paesi destinatari su un totale di 60
Paese importatore Valore in miliardi
Sud Africa 498.688
Romania 185.980
U.S.A. 153.250
India 148.966
Turchia 88.323
Nigeria 76.295
Grecia 62.640
Danimarca 54.770
Gran Bretagna 54.150
Spagna 37.619
prime dieci Aziende esportatrici (su 43 totali)
Azienda export in mld di lire
Agusta Spa 582.238
Marconi Mobile Spa 215.943
Finmeccanica Spa 185.438
Simmel Difesa Spa 130.844
M.I.D. Spa 93.574
Whitehead Alenia sistemi subacquei Spa 54.214
Alenia Marconi Spa 50.973
Elmer Spa 45.934
Calzoni Spa 42.579
Fincantieri Cantieri Navali Italiani Spa 23.319
primi cinque istituti di credito (su 31) che hanno operato transazioni sul commercio di armi
Ist. di credito N° autoriz. importo in mld
Banco di Sicilia 1 479.680
Banca Commerc. Italiana 98 307.127
Banca di Roma 28 213.343
Credito Italiano 46 206.269
Banca Nazionale del Lavoro 100 119.874