UNA VITA PER LA NONVIOLENZA

di Matteo Soccio


Il 19 ottobre 1968 moriva a Perugia per i postumi di un intervento chirurgico Aldo Capitini, una rara figura di maestro, un fiero oppositore del modo di farsi della storia attraverso conflitti, imposizioni, menzogne, violenze, un instancabile promotore di iniziative nonviolente. A dieci anni dalla morte il suo messaggio, il suo insegnamento di rifiuto della violenza e del compromesso morale risulta tutt'altro che esaurito.

Nato a Perugia il 23 dicembre 1899, amava dire di se' che era della stessa generazione di Gobetti e dei Rosselli. Il padre era un modesto impiegato comunale che aveva l'incarico di suonare nelle ore di rito il campanone della torre campanaria del palazzo comunale (uno dei piu' belli dell'Umbria medievale). Proprio sotto la torre era situato l'appartamento della famiglia e lo studiolo che Aldo aveva ricavato in un piccolo vano che era attraversato dai tiranti delle campane (con gran fragore quando venivano suonate), quello stesso studiolo per il quale passarono quasi tutti gli uomini migliori dell'opposizione antifascista e tanti giovani che egli educava ed incitava alla liberta'.

Nel 1933, per aver rifiutato di prendere la tessera del partito fascista che Giovanni Gentile voleva imporgli, Capitini fu cacciato via dal posto di segretario-economo che occupava presso la Scuola Normale di Pisa, dove gia' si andavano costituendo gruppi di antifascisti. Dovette tornare a Perugia a vivere in poverta' con i suoi genitori, dando qualche lezione privata mal retribuita. Ma non resto' un isolato. Dal 1933 alla fine della guerra -come ricorda Geno Pampaloni -"Capitini incontro' tutti, parlo' con tutti: mite e faccendiero, nonviolento e pugnace, candido e irreducibile, portava in ogni suo atto un fervore contagioso". In un periodo difficile per l'antifascismo (nel '37 moriva Gramsci, i fratelli Rosselli venivano assassinati , la congiura di "Giustizia e Liberta'" era in piena crisi) egli divenne un punto fermo per molti giovani intellettuali, intessendo, soprattutto nell'Italia centrale, una fittissima rete di collegamenti antifascisti.

Nel 1937 Benedetto Croce pubblico' presso l'editore Laterza, con il titolo di "Elementi di un'esperienza religiosa", alcuni dattiloscritti che Capitini faceva girare tra i giovani. Fu il primo libro edito di Capitini, accolto allora da molti come "un autentico dono della provvidenza", perche' immetteva nella cultura stagnante e conformista del periodo fascista un germe nuovo e rivoluzionario. Il libro, che per il titolo di sapore pietistico riusci' a sfuggire alla censura fascista, circolo', ebbe successo e notevole influenza, si rivelo', come scrisse Barolini, una "frustata di alto pathos morale" capace di svegliare tante coscienze addormentate dal fascismo.

Per avere un'idea del coraggio civile dell'autore sottolineiamo il fatto che non in tempi migliori ma in quegli anni, e in quel libro, Capitini faceva l'elogio della non-collaborazione e la conseguente esaltazione dell'obiezione di coscienza e della resistenza passiva di tipo gandhiano. Capitini era convinto che con la non-collaborazione il fascismo poteva cadere e gli "Elementi" provavano che era possibile superare i miti dell'Italia fascista e ogni altra forma di violenza e di totalitarismo, partendo da un punto di vista superiore a quello meramente politico, motivando religiosamente la propria avversione e il proprio impegno.

Molti oggi hanno dimenticato che gran parte dell'avversione al fascismo nacque nelle generazioni tormentate di allora, a partire da posizioni di insoddisfazione etico-religiosa, e che i giovani orientati in senso etico- politico avevano quasi tutti sentito l'influsso di Capitini. E' impossibile calcolare quanti, amici e ignoti, gli devono la loro esistenza etica e la decisione politica.

Con Guido Calogero fondo' nel 1938-39 quel "Movimento liberalsocialista" (da cui doveva nascere il Partito d'Azione) che tanta parte ebbe nel far crescere il numero degli oppositori al Regime, sviluppando quella formula del "liberalsocialismo" che per Capitini non significava semplicemente giustapposizione della parola "liberta'" alla parola "socialismo", quasi ad attenuare la portata di quest'ultimo, ma "potenziamento" di entrambi. Tra i primi aderenti al Movimento furono giovani di grande valore: Alberto Apponi, Walter Binni, Norberto Bobbio, Cesare Luporini, Francesco Flora, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Tristano Codignola, Carlo Ludovico Ragghianti, Enzo Enriquez Agnoletti, Mario Alicata, Giorgio Bassani, Tommaso Fiore, Mario Dal Pra' e tanti altri. Con molti di questi compagni Capitini fu arrestato e imprigionato una prima volta alle "Murate" di Firenze nel 1942. Sara' di nuovo in carcere, una seconda volta, nel 1943 a Perugia, ottenendo la liberta' solo in conseguenza dei fatti del 25 luglio.

Nel 1944, nascosto in campagna per sfuggire ai tedeschi, scrive il libro "La realta' di tutti" che rappresenta l'antitesi piu' radicale della realta' di quei tempi. "La realta' di tutti" - di cui parla Capitini - non e' qualcosa che costringe e opprime, ma qualcosa di cui tutti fanno veramente parte senza che ci sia nulla di obbligato: e' la realta' fondata sulla liberta' e sull'amore.

Anche dopo il fascismo Capitini continuo' la sua lotta per affermare questa realta' di tutti, anche se non aderi' ad alcun partito, anche se fu da questi troppo spesso isolato e contrastato. Con la liberazione dal fascismo iniziava il processo di democratizzazione. Capitini, come "indipendente di sinistra", per contribuire a rinnovare la vita politica e civile dell'Italia dopo un ventennio di disorientamento fascista, ideo' e promosse un singolare esperimento di democrazia diretta fondando i C.O.S. (Centri di Orientamento Sociale). I primi sorsero a Perugia fin dai primi giorni della liberazione della citta'. Ebbero tanto successo (a significare la presenza di una imponente domanda di partecipazione e di controllo dal basso) che subito si diffusero in tutta l'Umbria e in molte citta' dell'Italia centrale (Ancona, Arezzo, Pisa, Firenze, Bologna ecc.). Si trattava di periodiche assemblee popolari "su tutti i problemi": da quelli amministrativi cittadini alla presenza anche del sindaco, del prefetto, dei responsabili dei vari enti di importanza pubblica; a quelli sociali e politici (discussione dei problemi dell'epurazione, dei programmi dei partiti, dei problemi della Costituente ecc.) con il contributo anche dei rappresentanti dei partiti e di qualificati studiosi. In queste libere assemblee tutti potevano intervenire e parlare ("ascoltare e parlare" ne era il motto), facendo osservazioni, rivolgendo domande alle personalita' politiche e ai rappresentanti degli enti pubblici, facendo proposte di provvedimenti. Nessun argomento poteva essere escluso dalla trattazione, nessun cittadino escluso dalla sala.

Ricordando l'esperienza del C.O.S. di Perugia che nell'ultimo periodo aveva sede addirittura nel Palazzo comunale, cosi' ne scrisse Capitini: "Il C.O.S. era noto in citta', molti si ripromettevano di portare li' critiche ammini- strative, lagnanze anche di questioni personali (per cui venivano nominate commissioni che accertassero); i giornali pubblicavano ampi resoconti. Nessun incidente, nessuna violenza scoppio' nella sala, e mai vi fu intervento di guardie per ristabilire l'ordine nell'ambito dei C.O.S. la violenza era esclusa, e la sola forza stava nella razionalita', competenza, persuasivita' del proprio discorso. Molti provvedimenti furono presi in seguito alla pressione dei C.O.S.; si puo' provare che esso influi' anche sull'orientamento politico della citta' perche', sebbene presieduto da me indipendente, erano i problemi nel loro peso reale che premevano".

Purtroppo nel 1948 i C.O.S. cessarono sia perche' osteggiati dalle ammini- strazioni comunali che di certo non amavano le libere critiche sia perche' i partiti di sinistra non li avevano fatti propri come invece, secondo Capitini, avrebbero dovuto, raccogliendone l'idea, facendoli vivere, diffondendoli "come unica rivoluzione possibile in Italia".

Non si puo' dire qui diffusamente della straordinaria operosita' di Capitini di tutto quello che fece in seguito, aiutato da pochi, funzionando da solo come "centro" di mille iniziative. Capitini le definiva iniziative "di aggiunta", termine con il quale voleva indicare una prassi che riconosce la presenza di altro prima dei propri interventi: "Io faccio `aggiunte' -diceva Capitini -perche' voglio ascoltarti e ne ho bisogno, perche' non voglio stabilire l'impero mio su di te, perche' riconosco la superiorita' del metodo nonviolento, perche' preferisco il concetto di `centro' che da', a quello di societa' chiusa che esclude".

Con questo spirito promuoveva e organizzava instancabilmente seminari, dibattiti, convegni, dimostrazioni, marce, dava vita a movimenti, associazioni, centri, diffondeva libri, articoli, opuscoli, lettere: sulla religione, sulla pace, a sostegno dell'obiezione di coscienza e per il suo riconoscimento legale, sul disarmo, a difesa della scuola laica, sull'educazione popolare, sul vegetarianesimo e il rispetto degli animali, sull'avvicinamento tra Oriente e Occidente, sul rinnovamento politico, su Gandhi, sulla nonviolenza, sul potere dal basso.

In campo religioso, dal 1946 al 1954, animo', prima con il prete scomunicato Ferdinando Tartaglia poi da solo, un "Movimento di religione", poi "Movimento di riforma religiosa" che voleva portare a compimento il Risorgimento dando all'Italia quella Riforma religiosa gia' auspicata da Mazzini e la cui mancata attuazione era riconosciuta come la causa dei mali maggiori nella storia successiva d'Italia. In questo Movimento liberi religiosi, evangelici, cattolici, bahai, quaccheri, ebrei, laici, marxisti, atei che vi partecipavano, pur nella loro estrema eterogeneita' , finivano col trovare qualcosa di comune. Capitini vi sottolineava l'idea di apertura, il nesso della religione con la nonviolenza e con la riforma della societa', l'esigenza di liberta' nella vita religiosa.

Nel 1952 institui' a Perugia anche un Centro di Orientamento Religioso (C.O.R.) per periodiche conversazioni, aperte a tutti sui problemi religiosi. Capitini contestava l'istituzionalismo religioso, il "sacro di chiusura", come lo definiva efficacemente, e rivolgeva la sua critica soprattutto alle chiusure e all'inerzia spirituale della Chiesa cattolica a cui contrapponeva l'apertura religiosa, la sua "religione aperta" che era criticata e non conformistica nei confronti della realta' cosi' com'e' ed esigeva una trasformazione profonda di questa realta'. Nel 1956 la Chiesa condannava all'Indice il libro di Capitini "Religione aperta". Il decreto veniva pubblicato (coincidenza rivelatrice!) proprio nel giorno anniversario della Conciliazione tra Chiesa cattolica e Governo fascista. Capitini rispose l'anno successivo con il suo "Discuto la religione di Pio XII": non mi va -scrisse -la sua religione che si prende la responsabilita' di dividere: la religione che professo io, cerca di aggiungere quello che crede il bene, pagando il prezzo, lieve o grande, di questa aggiunta, che e' fatta con animo aperto a tutti". In seguito pubblico' altre opere di polemica religiosa sul battesimo e sul Concordato.

Ma piu' che nel campo religioso Capitini ebbe influenza in altri campi: la scuola, le idee sociali, la nonviolenza. Nel 1959 promosse l'ADESSPI (Associazione per la difesa e lo sviluppo della scuola pubblica italiana) che aveva lo scopo di difendere e promuovere nella sua progressiva attuazione il principio costituzionale dell'uguale diritto di tutti all'educazione e di promuovere il rinnovamento democratico della scuola nello spirito del laicismo contro l'ingerenza clericale. L'associazione ebbe anni di buona efficienza. Ai problemi educativi e pedagogici dedico' anche la sua attivita' di professore universitario di pedagogia (insegno' alle universita' di Pisa, Cagliari e Perugia) e molti suoi scritti tra cui fondamentali i due volumi pubblicati nel 1967-68 da La Nuova Italia e intitolati "Educazione aperta".

L'esigenza educativa fu una costante dell'opera di Capitini che mirava ad "aprire" negli individui (giovani e adulti) le potenzialita' latenti, soffocate o represse; a confermare e sviluppare la "tendenza all'unita' amore verso tutti gli esseri" che c'e' (Capitini ne era persuaso!) in ogni coscienza. La sua era una educazione costantemente rivolta al rispetto della vita altrui, all'affermazione del bene e dei valori: era in modo pregnante "educazione alla nonviolenza".

Dobbiamo a Capitini se oggi la nonviolenza in Italia ha una certa maturita' e credibilita'. Per la nonviolenza nessuno ha fatto piu' di lui. Nel 1952 costitui' a Perugia un "Centro di coordinamento internazionale per la nonviolenza" e, dopo la marcia Perugia-Assisi del '61, da lui promossa, il "Movimento Nonviolento". Nel 1964 fondo' il mensile "Azione Nonviolenta" che continua ancora le pubblicazioni come organo del Movimento Nonviolento, ed il periodico "Il potere e' di tutti", che trattava in modo specifico i temi della democrazia diretta, della partecipazione e del controllo dal basso.

Della nonviolenza Capitini dava due definizioni. La prima era posta in termini positivi: "attiva apertura all'esistenza, alla liberta', allo svi- luppo, alla compresenza di tutti gli esseri"; la seconda in termini negativi: "la scelta di un modo di pensare e di agire che non sia oppressione o distruzione di qualsiasi essere vivente, e particolarmente di esseri umani". Uno dei caratteri essenziali della nonviolenza, secondo Capitini, e' che "essa non e' mai perfetta e non finisce mai". La nonviolenza -amava spesso dire- fa bene a chi la fa e a chi la riceve. Con questa espressione voleva dire che la nonviolenza e' un valore che puo' essere riconosciuto anche da chi non la pratica.

Durante la sua vita non fu toccato mai dal successo mondano, non ebbe mai ambiti riconoscimenti. D'altronde non li cercava, ne' l'insuccesso lo scoraggiava. Solo nel 1967, un anno prima della morte, troppo tardi perche' gli fosse di qualche aiuto, gli fu conferito un Premio straordinario Viareggio per il suo saggio "La compresenza dei morti e dei viventi", pubblicato dal Saggiatore di Milano.

Ha scritto e pubblicato molti altri libri. Oltre a quelli gia' citati ricordiamo: "Vita religiosa" (1942), "Atti della presenza aperta" (1943), "Il problema religioso attuale" (1948), "Italia nonviolenta" (1949), "Nuova socialita' e riforma religiosa" (1950), "L'atto di educare" (1951), "Il fanciullo nella liberazione dell'uomo" (1953), "Colloquio corale" (1956), "Rivoluzione aperta" (1956), "Aggiunta religiosa all'opposizione" (1958), "L'obbiezione di coscienza in Italia" (1959), "La nonviolenza oggi" (1962), "Severita' religiosa per il Concilio" (1966), "Antifascismo tra i giovani" (1966), "Le tecniche della nonviolenza" (1967).

Non possiamo qui illustrare le varie componenti del suo pensiero assai originale: la persuasione religiosa, l'apertura, l'aggiunta, la tramutazione, la compresenza, l'omnicrazia (o potere di tutti), la festa, la coralita' della produzione dei valori, l'idea della totalita' rovesciata dall'uno-tutto hegeliano all'uno-tutti, l'atteggiamento profetico, l'appassionamento per il singolo e soprattutto per gli ultimi (gli sfiniti, gli esseri umani, i morti), la realta' liberata ecc. Ne' possiamo ricercare nell'opera che ci ha lasciato dei modelli precostituiti. Egli ci ha indicato invece una prospettiva che si fonda su una profonda "scontentezza della realta'", a tutti i livelli (per i suoi limiti ed errori, le ingiustizie, le sopraffazioni, gli egoismi, la ferocia, l'indifferenza, la menzogna), sulla volonta' di trasformarla (ricercando e realizzando cio' che possiamo volere insieme, tutti insieme), sulla persuasione del valore dell'uomo, sulla massima apertura che e' rinuncia a sopprimere l'avversario e a perseguitare il dissenziente.

In momenti come il nostro, in cui la violenza ha assunto un ruolo e una presenza cosi' massicci e disastrosi, la lezione che impariamo da Capitini e' questa: non basta il disgusto per la violenza, e' necessario che questo si trasformi in un impegno piu' profondo e appassionato. "Perche' questo disgusto divenga un `valore' -diceva Capitini-, cioe' sia non stanchezza ma attivita', non debolezza ma forza spirituale, ci vuole altro, e cioe' una persuasione interiore, una fede un ragionamento fatto tra se', e la certezza che la nonviolenza sarebbe affermata in qualsiasi occasione, prospera e avversa, di esuberanza e di spossatezza, di guerra e di pace. Allora si comprende che l'affetto alla nonviolenza e' ben piu' di una reazione, ma educazione ad altro, sollecitazione a scorgere l'orizzonte di un mondo che e' tutto dalle nostre forze interiori, e non dal possesso di armi o di bombe".

Matteo Soccio 1978