RESISTENZA ALLA GUERRA

di Aldo Capitini


In questo dopoguerra viene ripreso, con molto maggiore ampiezza e intensità, il problema della resistenza alla guerra. In Italia era stato sentito e posto finora da minoranze esigue; e noi sappiamo che lo squilibrio tra minoranze, altissime, e maggioranza, lenta e arretrata, è dovuto in Italia, da un lato ad un minore sviluppo economico, dall'altro dall'ingombro controriformistico. In Italia eravamo e siamo ancora all'esercito popolare con coscrizione obbligatoria, in reazione all'esercito professionale e privilegiato. Poi è venuta l'esperienza fascista.

E molti si sono domandati, a vederne il danno e lo scorno, se non sarebbe stato meglio portare tanti mezzi, tanta "mobilitazione" e anche tanto spirito di sacrificio e tanto eroismo, ad un'opera di pace, di costruzione civile, di pianificazione sociale, di esemplarietà morale davanti al mondo. E' il vecchio sogno, sempre risorgente, di fare dell'Italia una comunità esemplare, che non indirizza punte di violenza contro nessuno, che innalza la sua amministrazione e la sua educazione, e afferma davanti al mondo valori superiori di una apostolicita' di tutti. Il Mazzini aveva portato la gravitazione settecentesca e romantica verso la Nazione, all'unico punto sano in cui essa fosse approvabile, e cioè un valore: la nazione in rapporto federativo, democratico e apostolico con le altre nazioni, nella sostanza di popolo e libertà; e per questo suo vedere l'Italia in rapporto ad altro e a un valore può essere avvicinato a Dante. Fuori del Mazzini c'era e ci fu la nazione presuntuosa e monarchica, con tutte le illusorie forze dei rapporti dinastici, delle astuzie diplomatiche, delle tattiche a voltafaccia, e la malattia conclusiva e purulenta del nazionalismo.

Il sogno di questa comunità aperta, di italianità umana e sovrumana, oggi è guida profetica nel mondo che si sta preparando, in questa civiltà di tutti, dove sarà più avanzato (a arte l'opulenza e la potenza che, prima o poi, apocalitticamente, cadono) colui e coloro che più daranno, e di valori purissimi, autentici, in un cosmopolitismo che minaccia di essere semplicemente amministrativo e divulgativo.

Per di più l'affermazione della nonviolenza ha un ufficio singolare oggi in Italia (e nell'Europa, che è un'Italia in grande). Vogliamo apprestare una grande flotta, un grande esercito, una grande aviazione? e con che? contro chi? C'e' un'industria adeguata? E non è più profonda la ragione di unità con tutti i popoli che quella di una guerra contro l'uno e l'altro, per es. l'americano, o il russo? E se il moto del Novecento e' quello della compenetrazione delle civiltà orientale e occidentale, il compito nostro non e' di aggiungere alti valori, una dimensione profonda, a questa unità mondiale, perchè non sia semplicemente unità di mercato e di convivenza giuridica ?

E allora a che pro tornare indietro e acuire la mischia, invece di operare l'aggiunta di alti valori di pace, di sacrificio per una comunità aperta? La quale non significa "neutrale" e basta, ma di attivissima neutralità, e aperta a utilizzare, sintetizzare, superare i valori delle civilta' in contrasto; che attua già quella sintesi che risulterà dallo scontro sanguinoso e dalla compenetrazione dell'Est e dell'Ovest.

I convegni, la propaganda, le varie iniziative che si fanno ora frequenti in Italia "per la pace", hanno questo scopo più o meno chiaro. In uno di questi convegni ho fatto tre proposte:
  1. l'organizzazione di un'associazione di resistenti alla guerra, cioè di coloro che in tempo di guerra si rifiutano di uccidere, accettando altri servizi pur pericolosi, come per esempio di raccogliere feriti davanti alle prime linee
  2. l'istituzione di un servizio civile, di altrettanto sacrificio che stia a fianco del servizio militare (finchè durerà), in modo che i giovani possano scegliere
  3. l'istituzione di un Ministero o Commissariato per la resistenza alla guerra. Esso dovrebbe addestrare tutti i cittadini, fin da fanciulli, alla noncollaborazione nonviolenta con un eventuale invasore.
In quanti modi si può ostacolare l'invasore senza uccidere nessuno! Ma bisogna imparare, bisogna aver pronti certi mezzi. Una noncollaborazione attivissima di moltitudini non è una terza via, oltre la guerra e il cedere? oltre il prendere le armi, che oramai sarebbe sempre al servizio di altri, e il cedere a chi porti la guerra qui?

L'Italia deve dare l'esempio a sè, all'Europa, e agli altri nel mondo, insensualiti dal possesso delle armi, di modi diversi nell'affermare la civiltà. Questa diversità è una novità, nella quale ci sono valori, e anzitutto questo: che l'Italia si sente unita a tutti i popoli del mondo, e pronta per questo anche al proprio sacrificio.
in: Aldo Capitini "Italia nonviolenta"
ed. Centro Studi Aldo Capitini Perugia 1981