LA COMPRESENZA DEI MORTI E DEI VIVENTI

L'opera di Aldo Capitini  di Giovanni Salio [1]


Innanzitutto una breve spiegazione del titolo che è stato proposto ed anche di ciò che cercherò di dire. Il titolo porta la stessa dicitura di uno dei libri più importanti e significativi di Aldo Capitini[2]; avevo suggerito questo titolo perché si tratta di uno degli aspetti forse meno conosciuti e meno diffusi del pensiero di Capitini, ma anche dei più originali, che sta alla base di una parte consistente dei suo pensiero che prenderemo in esame. Prima però di entrare nel merito di questo aspetto che ha anche delle connotazioni di tipo filosofico e che quindi se venisse sviluppato solamente come unico tema potrebbe diventare anche un pò faticoso soprattutto se non si sia già fatta una lettura precedente, permettetemi di inquadrare la figura di Capitini sia con qualche cenno storico sia per quanto riguarda gli argomenti di cui si è occupato.

Capitini nasce a Perugia il 23 dicembre 1899 e morirà nella stessa città - quasi 70 anni dopo - il 19 ottobre 1968: una data significativa nella storia italiana per eventi che conosciamo. Durante questo periodo Capitini ha svolto una serie di azioni molto variegate come spesso succede a personaggi di questo tipo. Capitini nasce in una famiglia povera; era figlio di un campanaro e visse per molti anni proprio nella torre campanaria che descrive in un saggio che vi invito a leggere dal titolo: "Attraverso due terzi di secolo".

Capitini è vissuto proprio quasi due terzi di secolo ed è morto in seguito ad una operazione chirurgica che era stato obbligato a fare, con esiti purtroppo negativi. Egli è sempre stato di salute cagionevole e dopo molte difficoltà riesce prima a finire gli studi liceali, poi si iscrive all'Università Normale di Pisa, dove si laurea in lettere e conduce studi di carattere filosofico. Quindi la sua formazione originaria è umanistica, centrata a su studi sia letterari che, in larga misura, filosofici. Già sin dall'inizio manifesta un interesse molto spiccato per una serie di tematiche che elenco man mano: la prima riguarda l'esigenza di una riforma religiosa.

Capitini è un personaggio curioso da questo punto di vista, poco conosciuto all'estero, relativamente conosciuto in Italia, nel senso che dal punto di vista filosofico e per quanto concerne le cose che ha fatto, nel mondo accademico son molte le persone che lo conoscono dirò poi anche perchè. Meno da parte del grande pubblico. Oggi viene riscoperto non sempre in modo puntuale, non con sufficiente meditazione da chi trovandosi in un momento in cui le ideologie vecchie sono parzialmente crollate o sono state sottoposte a forti tensioni cerca anche del nuovo. In particolare mi riferisco ad una parte della sinistra che vede in Capitini un personaggio al quale potrebbe riferirsi.

Egli è sempre stato una persona molto scomoda: lo fu nei confronti delle religioni ufficiali e quindi della cultura religiosa tradizionale del tempo, ma anche negli anni più vicino a noi, nei confronti dei laici perchè, pur essendo stato definito un religioso laico, Capitini chiedeva loro di prendere in considerazione "la religiosità", che veniva invece quasi totalmente dimenticata o cancellata dalla visione culturale o filosofica alla quale essi si rifacevano. Era scomodo anche per coloro che provenivano dal mondo comunista perchè la critica che lui muoveva al comunismo realizzato era già negli anni '30 quella che poi oggi molti danno per scontata.

Ecco allora che il primo libro che egli scrisse nel '37, per cui viene prevalentemente ricordato, un libriccino che è stato ristampato di recente con una prefazione di N. Bobbio, è intitolato: "Elementi di un'esperienza religiosa[3] . È sostanzialmente una sorta di manifesto (ma non scritto in quella forma, benché considerato tale), in quanto contiene una proposta di riforma della religiosità e, nello stesso tempo, giacchè è stato pubblicato nel '37, gli antifascisti del tempo lo hanno considerato come un manifesto contro il fascismo, in quanto il contenuto di questo testo è al tempo stesso una critica molteplice anche di carattere politico.

In Capitini sono sempre presenti le due tendenze: da un lato la tensione etica, religiosa, ed anche esistenziale come vedremo, e dall'altro il rifiuto netto nei confronti del fascismo che gli procura l'allontanamento dalla Normale di Pisa dove, dopo aver completato gli studi, faceva il segretario economo dell'Università. Egli è quindi costretto a tornare a Perugia a vivere di lavori occasionali, insegnando e dando lezioni private, finchè le vicende col fascismo non diventarono ancor piu pesanti; venne piu tardi anche incarcerato.

La sua opera come antifascista è un punto molto importantc della sua vita ed è la ragione per la quale è stato da tutti apprezzato - da tutto il mondo culturale del tempo - e man mano, negli anni successivi, in particolare da una figura come quella di Norberto Bobbio, che lo considera un suo maestro, nonostante la sua posizione non sia affatto omogenea a quella di Capitini per ragioni che possiamo subito chiarire. Bobbio continua ad essere una persona fortemente venata da un pessimismo culturale, che in qualche modo non riesce a superare, mentre Capitini non è tanto un utopista, quanto un profeta, ossia qualcuno che affronta qui ed ora la realizzazione di quel mondo nuovo che si vuoi cercare di avvicinare. Questa è una caratteristica tipica non solo del pensiero ma anche dell'azione di coloro che si esprimono ed agiscono attraverso la nonviolenza. Gandhi stesso suggerisce di tradurre in pratica qui ed ora il piu possibile le indicazioni che vengono fornite dalla tensione e da quella ricerca che stanno alla base del proprio orientamento fondamentale.

L'altro aspetto che caratterizza in modo costante e continuativo l'opera di Capitini è l'adesione - definita "persuasione" - alla nonviolenza. Questa viene scoperta attraverso un percorso molto personale che lo porta anche a conoscere l'azione che in campo internazionale Gandhi stava svolgendo in quegli anni mediante le grandi lotte di non collaborazione e di disobbedienza civile. C'è un libro, molto importante, intitolato: "Le Tecniche della nonviolenza", che continua ad essere un manualetto, pur nella sua brevità, estremamente chiaro ed incisivo, molto ben fatto. Nel periodo che va dalla metà degli anni '30 fino alla fine della II guerra mondiale contribuisce alla costituzione del gruppo "Giustizia e libertà", che è stato un gruppo antifascista ispirato al liberal-socialismo. Capitini ha sempre avuto una posizione anomala rispetto ad altri, anche in questo gruppo del quale facevano parte Rosselli e Gobetti -i nomi piu illustri di una delle migliori tradizioni culturali italiane -essendo una persona di spicco sia sul piano dell'animazione culturale che dell'azione politica di opposizione al fascismo, senza tuttavia aderire mai nè a partiti politici, nè alla lotta di resistenza armata. Per questo fatto alcuni considerarono la sua non adesione come qualcosa di forternente criticabile. Joyce Lussu ad esempio criticava piuttosto duramente questa posizione di Capitini perchè riteneva che il fascismo ed il nazismo potevano essere battuti solo attraverso la resistenza armata.

Capitini, come già Gandhi, sosteneva invece che anche nei confronti di poteri così duri come quelli del fascismo e del nazismo, una disobbedienza nonviolenta, una non collaborazione di carattere nonviolento iniziata tempestivamente, quando ancora era possibile -ossia negli anni '30 - avrebbe impedito che questi poteri facessero quello che hanno fatto. Questa è una posizione comune condivisa da Gandhi soprattutto nelle polemiche che lo investirono in merito alla opinione di come avrebbero dovuto comportarsi gli ebrei quando furono minacciati, prima dai pogrom, in particolare nel Ghetto di Varsavia, e poi durante il meccanismo perverso che portò all'olocausto. È una polemica che è stata ripresa nel periodo della guerra del Golfo attraverso un numero monografico di Micromega, che pubblicò il carteggio tra Gandhi e Martin Buber, uno dei personaggi più illustri della cultura ebraica però vicini alla nonviolenza, ma che di fronte allo sterminio degli ebrei ebbe delle posizioni molto sofferte e piene di indugi rispetto al modo in cui avrebbero dovuto comportarsi. Quindi c'è qualcosa che accomuna questi personaggi pur non essendosi mai incontrati nè conosciuti direttamente. La conoscenza che aveva Capitini di Gandhi era essenzialmente bibliografica e attraverso i pochi amici che condividevano quell'orientamento di pensiero.

Nel programma capitiniano oltre alla riforma religiosa e all'antifascismo c'è la scelta di quello che lui continua a chiamare "metodo nonviolento". In alcune pagine, che è bene leggere direttamente, Caipitini cita uno studio di una americana, Joan Bondurant, che in quegli anni aveva pubblicato un libro ancora oggi considerato molto autorevole: "Conquest of violence" (La conquista della violenza)[6], in cui l'autrice dice che il metodo di lotta nonviolenta, che Gandhi chiamava Satyagraha, è fondamentalmente un principio etico, senza del quale si riduce a mera tecnica sociale di azione: "L'introduzione del metodo gandhiano in qualsiasi sistema sociale e politico effettuerebbe necessariamente modificazioni di quel sistema. Altererebbe l'abituale esercizio del potere e produrrebbe una ridistribuzione ed una nuova strutturazione dell'autorità. Esso garantirebbe l'adattamento di un sistema sociale politico alle richieste dei cittadini e servirebbe come strumento di cambiamento sociale.[7]

Capitini colloca queste teorie dentro un preciso programma di cambiamento che è poi quello che egli stesso ribadisce in piu riprese con termini che diventano quasi uno slogan: "Potere di tutti" (che è poi anche il titolo di una rivista che negli anni sessanta viene pubblicata per certo un periodo): "Benessere di tutti"; "Realtà di tutti"; "Compresenza di tutti". Il metodo della nonviolenza quindi per scalfire un potere centralizzato e per redistribuirlo. La nonviolenza mira ad una redistribuzione del potere per far sì che esso sia effettivamente di tutti e non concentrato in poche mani.

Come agisce Capitini per realizzare questo programma? Teniamo conto che pur essendo un uomo d'azione non è paragonabile a Gandhi e le differenze possono essere molte anche se prevalentemente dovute al fatto che Capitini è comunque un uomo più di studio che di azione.

Altre ragioni sono dovute alla differenza geografica e storica dell'India rispetto all'Italia. Inoltre non bisogna dimenticare che l'Italia non solo in quegli anni, ma ancora oggi è dominata da due culture principali: quella di matrice cattolica nel senso classico e tradizionale del termine e la cultura di matrice marxista. Queste sono proprio le due culture che Capitini attacca criticamente e che, nonostante tutto, lo confinano in una posizione minoritaria . Questa è forse la ragione principale del fatto che il Movimento nonviolento - fondato da Capitini negli anni '60 - è rimasto molto minoritario, anche se cresciuto relativamente rispetto agli anni in cui visse il suo fondatore.

Ma torniamo un momento indietro per vedere che cosa succede subito dopo la fine della II guerra mondiale. Capitini dà l'avvio ad un tipo di esperienza che ha un certo successo per qualche anno e poi invece non continuerà.
È importante sottolineare il tipo di proposta che egli fa: costituisce dei Centri di Orientamento Sociale (COS), ovvero dei centri realizzati soprattutto nei paesi e nelle città in cui opera maggiormente, vale a dire nell'Umbria e nella Toscana, in generale nell'Italia centrale, dove è molto attivo ed incontra moltissimi giovani. Sono dei centri per alcuni aspetti anomali, nel senso che per lui "centro" poteva essere anche la piazza del paese in cui la gente si riuniva, veniva stimolata ad incontrarsi per affrontare i problemi che avrebbe dovuto risolvere e che politicamente venivano discussi in assemblea attraverso il metodo nonviolento.

Non si trattava di assemblee manipolate in cui qualcuno fa prevalere la propria opinione già preconfezionata. La sua concezione politica è quella della omnicrazia; è il termine che preferisce usare, perchè la democrazia come la sperimentiamo oggi è un sistema puramente delegato. Egli è invece per una democrazia che superi il momento puramente rappresentativo, e diventi una democrazia reale di partecipazione, non di pura e semplice delega. Per far questo è necessario costruire delle modalità di partecipazione su piccola scala perchè è chiaro che un'assemblea non può essere costituita da migliaia di persone, non si potrebbe nè parlare, nè ragionare, nè decidere.

Questo prefigura già, come anche nella metodologia gandhiana, dei modelli di organizzazione sociale molto piu decentrati di quelli verso i quali la società si è spostata in questi quattro decenni non solo in Italia ma anche altrove, e prefigura in ogni caso una modalità di controllo della politica dal basso, cosa che oggi non avviene. Non possiamo meravigliarci di ciò che succede quando non esistono possibilità di controllo dell'apparato politico o il controllo venga demandato ad altri organismi di vertice che sono facilmente manipolabili e dentro i quali è più facile ricreare delle condizioni che non portano ad un autentico controllo della politica. È fin troppo facile il collegamento a "tangentopoli". Tuttavia essa è un esempio classico di ciò che voglio esporre. Giacchè coloro che avevano un minimo di potere politico o anche intellettuale erano a conoscenza di questo stato di cose, siamo di fronte proprio alla conferma del fatto che senza un controllo dal basso la corruzione può degenerare a livelli spaventosi.

La posizione di Capitini è stata sempre di rifiuto - lo dice esplicitamente nello scritto "Attraverso due terzi di secolo" - di qualsiasi invito o carica a partecipare dentro i partiti politici. Come Gandhi anche Capitini rifiuta l'idea di partito in quanto esso è "una parte", mentre invece il compito della nonviolenza è quello di unire e creare una condizione che porti al superamento delle parti. Anche se ciò qualcuno può considerarlo eccessivamente utopistico ci sono state e ci sono tuttora delle esperienze che vanno in questo senso ed in questa direzione.

Più avanti nel tempo, dopo che il suo lavoro ha continuato a dispiegarsi nel corso degli negli anni '50 nel solco delle tematiche che ho già presentato, verso gli anni '60, quando la situazione internazionale è monopolizzata dal problema della guerra fredda e dalla conseguente minaccia atomica, è Capitini che lancia - esattamente nel 1961 - l'idea della marcia Perugia-Assisi. Una marcia che riscuote subito un gran successo perchè vede la partecipazione di molte personalità del tempo e che -ed è la cosa piu importante - lo porta a fondare il Movimento Nonviolento (M.N.). Allora si chiamava Movimento Nonviolento per la Pace, poi quest'ultimo termine è stato lasciato cadere.

In quel periodo in Italia esistevano due movimenti di ispirazione classica nonviolenta: uno è appunto il M.N. fondato nel 1960 che aderisce alla War Resisters International (Internazionale dei Resistenti alla guerra)(W.R.I.). Questa associazione fu fondata a Londra negli anni '30, quindi con una storia molto più lunga della nostra. L'altro gruppo è il Movimento Internazionale per la Riconciliazione (M.I.R.), che è la sezione italiana dell'I.F.O.R. International Fellowship of Reconciliation (Associazione internazionale per la Riconciliazione), anche questa fondata molti anni prima, nel 1919, come movimento di riconciliazione tra le Chiese che nella I guerra mondiale e di nuovo nella II avevano benedetto gli eserciti che si combattevano, nel nome dello stesso Dio stando da una parte e dall'altra delle trincee e delle frontiere. In quegli stessi anni viene fondata anche la rivista "Azione Nonviolenta", che oggi continua ad essere la rivista ufficiale del Movimento Nonviolento[8].

L'idea di "democrazia diretta" di Capitini, anche dopo la sua morte, ha avuto in seguito qualche ulteriore ripresa. Egli era favorevole alla formazione dei consigli di quartiere, centri sociali, comitati, assemblee ecc. Alla fine degli anni '60 molte sue indicazioni erano state sostanzialmente raccolte, alcune con esiti positivi, altre non hanno portato i frutti sperati. A Torino, ma non solo in questa città, ci fu un'esperienza di comitati di quartiere spontanei che per circa 10 anni fecero un lavoro di base estremamente ricco ed interessante fintanto che non vennero istituzionalizzati, diventando elettivi, e allora finirono per riprodurre quella stessa frammentazione politica che esiste all'interno del consiglio comunale. I partiti s'impossessarono di quell'elemento di rappresentatività decentrato deformandolo e riproducendo i mali antichi della divisione partitica. È interessante tuttavia vedere come questa esperienza abbia potuto funzionare grazie all'animazione di persone provenienti dalle fila del M.N. del tempo. A Torino è conosciuto in particolare il nome di Domenico Sereno Regis, morto qualche anno fa, che fu uno degli animatori di questa esperienza. A questo punto per completare il quadro dovrei aggiungere due aspetti che sono però conseguenti a quanto ho già detto e cioè che Capitini per quanto concerne il metodo della nonviolenza fu tra i fautori dell'obiezione di coscienza e si impegnò molto nella lotta per il suo riconoscimento giuridico.
Già negli anni '30 uno dei suoi piu intimi amici abbandonò l'Italia come esule proprio perchè non voleva fare il soldato; si dichiarò obiettore di coscienza e morì poi in esilio. Ma l'episodio piu significativo inizia con l'obiezione di Pietro Pinna che viene sostenuto da Aldo Capitini nel '49 e di lì, di anno in anno, l'azione collettiva cresce lentamente per cercare di ottenere il riconoscimento anche giuridico del diritto alla obiezione di coscienza. Capitini scrive parecchio, è molto attivo, si incontra con don Milani, anche lui fortemente impegnato in questa lotta.

La Compresenza

A questo punto credo sia necessario entrare nel merito della parte che da il titolo a questo incontro, ossia parlare della compresenza. Inizio con un passo relativo alla nonviolenza per passare per passare poi alla compresenza, facendo osservare che il linguaggio di Capitini usato nei suoi testi filosofici non è semplice, non è divulgativo, è una prosa faticosa che richiede un po' piu di tempo di quello che abbiamo a disposizione per entrarci dentro. Ad un certo punto Capitini, cercando di affrontare il problema molto complesso del rapporto uomo-natura-terra, dice: "Un altro termine per la nonviolenza è indubbiamente la parola amore di cui è bene vedere concretamente l'uso. Come interesse profondo dell'animo, del cuore, verso un essere vivente o morto, è connesso alla nonviolenza, che è apertura all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo, di ogni essere. Ma l'amore ha una forma di inizio, che può anche limitarlo tanto che resti rivolto solo ad un essere o ad un gruppo limitato di esseri. È già un passo verso la nonviolenza non considerare l'amore rivolto ad oggetti o a idee, e concentrarlo su esseri nati.

Esiste un altro grado di amore, che non toglie il primo, ma che si forma e si allena in esso, con il proposito tuttavia di aprirsi, ed è là disposizione alla benevolenza, oltre i concreti atti di affetto per esseri del mondo circostante. Si capisce che questa disposizione è sommamente importante per la nonviolenza, che specialmente qui si corrobora. Il primo amore può essere nonviolento verso alcuni esseri, e violento contro altri. Il secondo amore, quello aperto, ha un principio a cui si riporta, talvolta anche con sforzo, superando le scelte per gusto particolare, per interesse, per avversione per alcuni, insomma quell'insieme di passione non depurata che può esserci nel primo. Indubbiamente il secondo grado di amore non è immediato ma è, semmai, di una spontaneità a cui si arriva dopo molto tempo"[9]

Capitini introduce spesso e sistematicamente (è l'autore che fu maggior uso di questo termine) la parola "apertura", "aprirsi agli altri". È un termine ricorrente in tutta la sua problematica sia dal punto di vista religioso sia come ampliamento del termine amore, che può avere anche una qualche ambiguità. E' necessario, per comprendere la compresenza, riferirsi ad un passo tratto dall'inizio del suo libro molto bello e ormai introvabile "La compresenza dei morti e dei viventi": "Ho sofferto acutamente nel vedere, proprio al centro della mia attenzione, che c'è chi è colpito dalla realtà com'è ora: l'ammalato, l'esaurito, lo stolto, il morto, e mi sono messo in rapporto - attraverso il tu a quell'infelice - con una realtà che non lo escluda e lo tenga unito con altri esseri che sono nati (realtà di tutti), e lo renda uguale e lo compensi sviluppandosi anche lui infinitamente nella cooperazione ai valori, come chi è sano, vigoroso, vivente (Compresenza).

Questa apertura alla compresenza si può chiamare religiosa, se "religione" è vivere un rapporto (che sia fondamentale nel proprio svolgersi) con "altri". E l'apertura religiosa è pratica, perchè la realtà della compresenza non la posso conoscere scientificamente come le parti della realtà attuale, ma la posso vivere mediante impegni in atto nel tu-tutti che le rivolgo"[10]
Un brano come questo richiederebbe un commento puntuale di diversi termini, perchè è molto denso, ben più di quanto non appaia. Come vedete anche il linguaggio non è facilissimo, va interpretato; io mi limito a qualche osservazione. Prima di tutto c'è alla base di questo approccio qualche cosa che mi ha sempre molto colpito e mi pare che si possa presentare in questi termini: c'è da un lato la presa di coscienza della sofferenza e del dolore che esiste nel mondo, che è comune a tanti altri approcci di tipo religioso, ma che qui non si ferma alla religione tradizionale che tende ad escludere una parte dell'umanità.
Prendete la religione Cattolica e quella Islamica, ad esempio, come erano concepite a quel tempo ed in una certa misura anche oggi: ci sono i fedeli e coloro che sono fuori della chiesa. Fino a non molto tempo fa, all'interno della chiesa Cattolica era un fatto comune che non ci si poteva salvare se non all'interno di essa; adesso i teologi hanno come minimo due interpretazioni diverse. Secondo alcuni di loro la salvezza può avvenire anche al di fuori della chiesa; altri sono ancora arroccati sulle vecchie posizioni.
Nel caso dell'Islam la posizione più arroccata è molto dura ancora oggi specialmente dove assume le forme più fondamentaliste. Se prendete l'ebraismo esso parla esplicitamente di popolo eletto, il che vuoi dire che se qualcuno è eletto automaticamente vengono esclusi tutti gli altri.
Alla radice di tutto questo c'è la profonda violenza culturale che ha permeato le religioni secolari per molti anni. E questo elemento sta alla base o per meglio dire è un aspetto di molti conflitti attuali.

Quando le tensioni superano certi livelli sfociano nella violenza e il conflitto inter-etnico diventa anche conf1itto religioso pur non essendo quest'ultimo la causa scatenante iniziale. L'altro aspetto che mi colpisce è questo concetto di apertura che mi pare presente soprattutto nel Buddismo, che non è una religione nel senso tradizionale del termine, ma più una non-religione. Alcune scuole buddiste sono proiettate più verso delle forme - che Capitini non condivide - di realizzazione del nirvana e di ricerca di una specie di paradiso che sembrano riproporre una separatezza dagli altri. Nella concezione capitiniana non c'è l'inferno con un Dio che danna per l'eternità i cattivi; è qualcosa che lui non può concepire in quanto sarebbe una tale violenza, una tale separazione degli esseri viventi che non rientra nel suo orizzonte filosofico-religioso. Tenete presente che quando uscì il suo libro "Elementi di un'esperienza religiosa" la chiesa lo condannò piuttosto duramente, come peraltro quasi tutte le altre opere di carattere religioso, soprattutto negli anni '60, quando Capitini prese una posizione molto dura sul problema del divorzio perchì il vescovo di Prato aveva pubblicamente denunciato come concubini una coppia che conviveva. Capitini scrisse un libro molto bello sul tema[11], ma per la chiesa i suoi libri finirono all'Indice; egli si trovò sempre non solo all'interno di un generico dibattito astratto ed accademico, ma nel cuore stesso dei problemi.
Nel Buddismo c'è la concezione del "bodhisattva", che è colui che per realizzare la propria autoliberazione torna nel mondo per aiutare gli altri; questa concezioine è molto vicina a quella capitiniana.

L'altro aspetto. che penso abbiate già colto, è che Capitini allarga la sua compresenza a tutti gli esseri viventi quindi anche tutti gli esseri non umani, in particolare gli animali nei confronti dei quali sceglie, in modo rigoroso, di essere vegetariano perché il principio del "non uccidere" deve valere anche per loro. Oggi la sensibilità per gli animali è cresciuta rispetto ai tempi di Capitini, il quale può considerarsi un pioniere. La compresenza capitiniana è rivolta a tutti gli esseri viventi compresi quelli del passato, che non sono cancellati a suo modo di vedere. Essi partecipano alla creazione dei valori della società che man mano continua ad evolversi. In questo c'è un richiamo alle altre filosofie orientali. Però Capitini ci mette in guardia dicendoci che la compresenza non è una verità che possa essere dimostrata in termini scientifici, ma anzi invita la scienza ad aprirsi ed a prendere in considerazione ipotesi che ancora non sono verificabili. Constatiamo una apertura molto interessante, che è ripresa oggi da alcuni gruppi i quali sostengono che bisogna preoccuparsi delle future generazioni. Quindi da un lato c'è una preoccupazione del passato, dall'altro lato c'è una tensione verso il futuro. Tutta la tensione capitiniana è rivolta al un futuro partendo dalla realtà attuale caratterizzata da tutti quegli elementi non positivi o non realizzati di sofferenza, di dolore e di morte, per andare verso una realtà liberata che si può intravvedere e cominciare parzialmente a realizzare attraverso la realtà di tutti, ossia la partecipazione corale di tutti gli esseri viventi.

C'è inoltre un'esplorazione del significato della morte estremamenta importante su cui veramente bisognerebbe leggere e meditare anche per conto proprio. Poco prima nello stesso testo, avanti cercando di precisare rispetto ad altre posizioni religiose tradizionali qual è il suo punto di vista sul tema della morte, Capitini dice: "Tutti gli esseri che mai furono e che sono, morti e viventi, costituiscono una compresenza che s'accresce dei nati, che è tenuta insieme ed unificata dalla produzione dei valori"[12]
Ribadisce la sua concezione, che differisce dalle altre perchè esse accettano la morte di alcuni esseri o di tutti, mentre la compresenza non accetta la morte di nessun essere che sia nato ed è perciò intimamente di gioia per l'incremento è portato da ogni nuovo essere che nasce e da ogni nuova produzione di valori. Leggiamo ancora un passo che chiarisce il significato del termine "tutti", usato ripetutamente da Capitini: usa: "Tutti" vuoi dire tutti gli esseri singoli che sono nati. Ci sono gli insufficienti relativi, che sono colpiti dal mondo della natura con qualche grave limitazione. ma vivono; ci sono gli insufficienti assoluti che sono i morti, e ci sono anche i viventi attuali, anche i minimi. La compresenza nella sua capacità unitaria (Uno-Tutti) li trascende come singoli, perché come singoli esseri non sarebbero capaci di dare il compenso di uguaglianza agli insufficienti per i colpi del mondo della natura; tuttavia ogni essere vivente la parte della compresenza, opera in essa. Questo significa che ogni essere vivente non è soltanto forza vitale e potenza, ma in quanto è unito alla compresenza è in quel "di più" capace di compensare le insufficienze del mondo della natura [13]

Una parte dei problemi connessi con le questioni ecologiche, ambientali, sono proprio relative al tipo di rapporti che noi stabiliamo con la natura.
Nei suoi confronti ci sono posizioni teorico-culturali molto diversificate: da un lato si può concepire la natura come sacra e come perfetta e si può dire di "lasciar fare alla natura", dall'altra noi stessi come esseri viventi siamo parte della natura e quindi la distinzione tra una natura esterna ed una interiore nostra non è del tutto corretta; cosi come parlare di natura artificiale la natura progettata dall'uomo è di nuovo discutibile perchè c'è un rapporto molto stretto tra noi e la natura stessa, ne facciamo parte e non possiamo tirarci fuori. Quella parte delle scienza moderna piu autocritica e attenta riflcttc molto su questi aspetti pur da posizioni diversificate,
Nella concezione capitiniana si coglie la riflessione anche sull'i insufficienza della natura così com'è e non c'è dubbio che ciò sia vero. In un'altro passo lo ribadisce: "... il rammarico che la realtà così com'è mi porti ad una tale situazione cioè, che storicamente si siano formati tali esseri feroci, (parla degli animali), e non siano stati modificati sia singolarmente attraverso una diversa formazione e anche addomesticamento e diversa nutrizione dalla nascita (il che è possibile), nè si siano immesse nella realtà tante correnti di nonviolcnza verso il mondo sub-umano da avere schiuso piu ampie possibilità di incontri nonviolenti e di collaborazione; una speranza che venga il tempo in cui non si diano queste situazioni, e che anche si trasformi strutturalmente la realtà dove il leone può mangiare il bambino (i tradizionalisti religiosi dovrebbero ricordarsi anche del detto di Isaia. 1,6: "Il lupo abiterà con l'agnello e la pantera giacerà col capretto, il vitello, il giovin leone pascoleranno assieme e un bimbo li condurrà") [14].
Capitini in questo passo e in altri discute il comportamento che dovrebbe tenere una persona con questo esempio: si presenta un leone libero in una città e non ho il modo di catturarlo, sta per dirigersi contro un bambino ed io che ne ho il mezzo uccido il leone. Si pone il problema se questo possa essere giustificato, ma lo considera anche un segno della insufficienza della natura. Che cosa sarà in grado di fare la scienza nel futuro con questa realtà non umana e comunque con una realtà non perfetta?

Vorrei concludere ribadendo che tanto in Capitini quanto in Gandhi il problema e la visione della nonviolenza sono globali cioè non si riferiscono soltanto a un aspetto della vita umana ma prendono in considerazione le diverse tematiche. È interessante in particolare considerare la figura di Capitini come educatore. Uno dei libri più interessanti e piu attuali ancora oggi è intitolato: "Educazione aperta"[15] E' una raccolta di brevi saggi che presentano aspetti molto diversi del processo educativo. 0ggi una delle attività che coloro che operano dentro i movimenti nonviolenti cercano di realizzare con maggiore continuità è proprio quella di educaxione alla nonviolenza. E' un'attività continuativa che risponde all'invito di Capitini di educazione e trasformazione della realtà che porta frutti se c'è continuità e costanza.

Quando molto spesso ci si sente delusi, demoralizzati, sembra cha tutto vada male ecc. si subisce sostanzialmente l'effetto di un'angoscia personale che si proietta all'esterno e non si è in grado di analizzare correttamente il proprio ruolo che invece è importante mettere in discussione. L'altro aspetto che spesso manca è l'azione collettiva la quale dovrebbe portare alla continuità del processo di ricerca orientato verso la nonviolenza. Dalla mia esperienza so che solo una grande continuità può portare a dei risultati e questo lo si coglie nell'impegno di Capitini il quale dice che ha dedicato la sua vita proprio per far avanzare la ricerca sulla nonviolenza la quale ì una scelta talmente coinvolgente che cliventa un orizzonte complessivo della sua esistenza. La realtà odierna è ancora molto diversa da quella liberata da lui prospettata, ma la nonviolenza avanza anche per passi intermedi per obiettivi.

Se non riusciamo a fare 100 dobbiamo fare 50, ma non trovare alibi per la nostra inerzia. Ci sono altri aspetti esistenziali molto importanti.
Capitini parte dal pessimismo leopardiano, ma poi ad un certo punto lo rovescia, non cade nel pessimismo, afferma il positivo nella capacità di ribaltare il proprio destino e questo conduce alla costruzione di personalità molto positive. L'aspetto principale che si può cogliere in Capitini come negli altri maestri della nonviolenza che avete preso in considerazione negli incontri precedenti è proprio la costruzione di una personalità positiva che dà significato alla propria esistenza. Non c'è solamente l'azione "missionaria" verso l'esterno, ma anche il bisogno di costruire forti personalità individuali per poter comunicare con gli altri e favorire lo sviluppo di altre personc ed in ultima analisi di tutta la società. In altre parole, il compito primario dell'uomo, dice Gandhi, è l'auto-realizzazione lungo il cammino della nonviolenza.



Dibattito

D. Vorrei che specificassi meglio la disposizione alla benevolenza.

R. Indubbiamente è un obiettivo da perseguire; tutti gli atteggiamenti si costruiscono lentamente.
Il termine benevolenza è usato spesso dai filosofi della morale, non è stato certo inventato da Capitini, è usuale nei dibattiti filosofici. L'uomo morale è colui che ha un atteggiamento benevolo, compassionevole nei confronti degli altri esseri umani.
Sviluppare la benevolenza è simile alle disposizione alla compassionevolezza che è richiesta nel buddismo. Essere compassionevoli significa saper comprendere (vedere) la sofferenza degli altri. Questo è un atteggiamento che va scoperto e coltivato. In fondo, perché dovremo essere contrari alle violenze? Perchè la violenza produce sofferenza negli esseri umani e negli esseri viventi in generale; se non si percepisce la sofferenza è molto difficile trarne delle conseguenze nonviolente in quanto si troveranno sempre delle
ragioni per giustificarla. Anche nelle guerre in atto, persino nei massacri più brutali non si riesce più a vedere la sofferenze degli altri, c'è un fenomeno di disumanizzazione, di brutalizzazione.
Quindi per invertire questo atteggiamento va coltivata la disposizione alla benevolenza. Lo stesso processo educativo nonviolento è un modo far uscire il proprio egoismo per imparare a decentrarsi e a sperimentare su di sè la sofferenza degli altri.

D. Vorr'ei sapere come Capitini sviluppa la sua i isione filosofico-religiosa nell'ambito della politica ed in particolare la nostra corresponsabilità nella costruione della città.

D. la critica rinvolta a Capitini è stata quella di non essere riuscito a coagualare delle forze e di non aver aderito ad alcun partito, per cui rimase isolato nonostante la forza e l'origina!ità del suo pensiero, sia a live!lo politic o che educativo. Ciò è stato un limite o un grosso elemento positivo? L'educazione alla Pace quanto deve ancora a Capitini e quanto è stato lasciato indietro nel suo pensiero?

R. Capitini si guarda bene dal dare delle regole: questo è proprio un atteggiamento voluto perché il suo problema non è dare delle regole bensì promuovere un rinnovamento interno delle strutture, degli uomini e delle persone e un mutamento interiore. Questo influenzerà la politica anche mediante un forte controllo dal basso.
Non c'è scritto da nessuna parte che si debbano costruire grandi città. Gran gran parte delle città odierne sono invivibili con una qualità della vita molto bassa sia dal punto di vista dell'emarginazione sociale, sia per quanto riguarda la violenza strutturale, sia per la mancanza del valore estetico che Capitini pone come valore del bello, sia per le difficoltà di governabilità.
In un sistema molto grande quando si commettono errori, chi li paga sono sempre i più deboli.
Dietro tutte le proposte della nonviolenza c'è l'invito a forme di vita molto più sobrie, ispirate alla semplicità volontaria, alla riduzione dei bisogni e quindi una semplificazione della vita materiale per far sì che sia più facile diventare ricchi interiormente.



Capitini non si è soffermato molto su questo aspetto, ma fa parte della sua visione, mentre Gandhi ne parla più diffusamente. Non c'è dubbio che costruire una società nonviolenta significa costruire un modello di organizzazione sociale diverso. Perchè nelle città americane ed anche in alcune del terzo mondo c'è un tasso di violenza estremo?
Gli esperimenti sui topolini in laboratorio conferma che dove c'è più sovraffollamento tanto più cresce il tasso di violenza. Dal punto di vista religioso Capitini e sempre molto attento in quanto non muove mai una critica senza tener conto degli aspetti positivi di ciascuna tradizione; nonostante ciò la sua visione va oltre.
Capitini non è riuscito a creare grandi movimenti tuttavia confrontando il suo apporto con quello degli altri intellettuali del suo tempo, il risultato mi sembra comunque notevole. Gli altri professori universitari hanno scritto tanti libri, mentre Capitini ha fondato un piccolo movimento che non è stato secondario nella elaborazione della nonviolenza e nel riconoscimento del diritto all'obiezione di coscienza.
Si può dire che Capitini ha dei limiti se ci poniarno obiettivi più alti come quelli dei grandi movimenti politici. In parte si può anche sostenere il contrario se facciamo un confronto con quanto hanno realizzato altri e soprattutto se teniamo conto che Capitini fu un personaggio storico "scomodo" rispetto a tutte le culture dominanti.
Oggi si discute con maggiore libertà proprio in seguito alla fine della guerra fredda e al crollo del muro di Berlino.
L'attuale sviluppo dell'educazione alla Pace, che in sé è un termine convenzionale introdotto dall'UNESCO, ha orientamenti diversi: alcuni più esplicitamente rivolti alla nonoviolenza: altri in senso più tradizionale d'informazione pura e semplice con risultati modesti; altri ancora attraverso l'introduzione delle tecniche e del metodo traning che al tempo di Capitini non era molto conosciuto e diffuso.
Molto dipende dalle scuole, dagli orientamenti dall'accezione che assume la nonviolenza, in ogni caso il pensiero di Capitini è molto presente negli orientamenti della rete per la formazione alla nonviolenza la quale utilizza il metodo training.


[1] Giovanni Salio è ricercatore universitario e segretario dell'IPRI (Italian Peace Research Institute), da anni si occupa di ricerca ed educazione per la pace
[2] ALDO CAPITINI, LA COMPRESENZA DEI MORTI E DEI VIVENTI, Il Saggiatore, Milano 1966.

3) ALDO CAPITINI, ELEMENTI DI UNA ESPERIENZA RELIGIOSA. ristampa anastatica dell'edizione del l947 con prefazione di Norberto Bobbio. Cappelli editore 1990.

[4] ALDO CAPITINI, LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA. Linea d'Ombra, Milano 1989.

[5] MICROMEGA n. 1-2,1991.

6) JOAN V. BONDURANT, CONQUEST OF VIOLENCE. Princeton UniversityPress. Princeton 1958(1) 1988(2).

7) Citato in: ALDO CAPITINI, LE TECNICHE..., op. cit., p.31

8) Nel 1977 cade sia il trentennale di "AZIONE NONVIOLENTA" sia il 75º anno dalla fondazione dell'IFOR.

9) ALDO CAPITINI. IL POTERE È DI TUTTI. La nuova Italia. Firenze 1965. pag. 120-121.

1O) Citato in: ALDO CAPITINI, LA COMPRESENZA..., op. cit., p. 11.

[11] ALDO CAPITINI, BATTEZZATI NON CREDENTI. Parenti, Firenze 1961.

[12] Citato in: ALDO CAPITINI, LA COMPRESENZA.... op. cit., p. 12.

13) Citato in: ALDO CAPITINI, LA COMPRESENZA..., op. cit., p. 18.

14) Citato in: ALDO CAPITITI, LA COMPRESENZA..., op. cit., p. 59-60.

15) ALDO CAPITINI, EDUCAZIONE APERTA, 2 vol. La nuova Italia, Firenze 1967.